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Intervento Dr. Valente alla Giornata del Medico – 17 settembre 2016

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Dopo la bella riuscita della Giornata del Medico di sabato 17 settembre al Teatro Olimpico e l’eco che ha avuto sulla stampa, molti iscritti hanno chiesto di poter leggere l’intervento del Presidente Michele Valente. Volentieri, qui di seguito, pubblichiamo i passaggi principali del discorso del nostro Presidente. Dopo i saluti iniziali ai giovani medici e ai colleghi che festeggiavano i 50 anni di laurea, il dr. Valente ha così proseguito:

Quella del Medico è la più bella delle professioni, perché le sue finalità sono di dare il meglio di sé per gli altri, di farli star bene, e di ciò dobbiamo andare fieri e orgogliosi, esercitandola con motivazioni sempre più forti e convinte. Ma non sarei un buon Presidente se non vi confessassi che quest’anno mi trovo in difficoltà nell’esprimere le brevi considerazioni che in occasione della Giornata del Medico, ogni anno, sottopongo all’attenzione dei vecchi e nuovi colleghi. I medici italiani stanno pagando un contributo non indifferente alla crisi che morde il Paese da troppi anni, con retribuzioni e sviluppi di carriera bloccati, con riduzioni massicce di personale medico, con aumenti impressionanti dei carichi di lavoro, con contratti atipici e compensi inadeguati, con premi assicurativi non più sostenibili e spesso non alla portata dei più giovani. Qualche mattina fa mentre stavo per recarmi nel nostro ospedale, sono stato bloccato all’ingresso da una telefonata e mentre ero al telefono guardavo i colleghi che andavano al lavoro. Nei loro volti, nel loro atteggiamento, ho ravvisato il disagio che stanno vivendo e che, loro malgrado, trasmettono. Turni massacranti. anche se qualcuno pensa che la monetizzazione li renda meno pesanti -. straordinari senza compenso, ma soprattutto senza possibilità di recupero. Stanchezza pericolosa, altro che risk management. Progressione di carriere interrotte perché la politica regionale sta abolendo molti primariati. Colleghe che vanno in maternità e non vengono sostituite. Queste nascite non sono una festa come dovrebbero essere, ma un dramma per i colleghi che dovranno sobbarcarsi anche il peso del loro lavoro, perché non sono previste sostituzioni. Il burnout che dovrebbe colpire solo le professioni svolte in contesti difficili, è oramai dilagante. Non vedo giovani, non ci sono, non c’è ricambio. Questo è l’Ospedale! Sono i medici della dipendenza, ma i problemi son analoghi anche negli altri settori. Tuttavia, uno dei principali motivi del disagio e della sofferenza di noi medici è il dover constatare quotidianamente la discrepanza tra i bisogni e le attese della gente e la nostra capacità di dare risposte adeguate alle loro necessità. La nostra professione è, infatti, un esercizio quotidiano di prossimità alle persone: nelle corsie degli ospedali, negli ambulatori, nelle case dei nostri malati e ovunque, noi, si venga chiamati, tocchiamo con mano la crescente preoccupazione per il difficile contesto economico, sociale e familiare in cui il malato si trova ad affrontare la malattia. Un recentissimo sondaggio di SWG Lab sull’Italia vista dagli italiani ha preso in considerazione la fiducia dei cittadini sulle classi dirigenti del nostro Paese. Voti completamente negativi sono stati ottenuti dai parlamentari (4,0), dai vertici delle banche (4,0), dai politici regionali, amministratori locali (4,4), dai dirigenti sindacali (4,6). Un po’ meglio si sono classificati gli imprenditori (voto 5,1). Nemmeno i parroci, bacchettati anche da Papa Francesco hanno raggiunto la sufficienza (voto 5,7). Solo i Medici (con voto 6,0) ottengono una risicata sufficienza, che poi di questi tempi non è per niente male. I primi a sorprendersi del risultato ottenuto dai medici sono stati gli stessi sondaggisti che si interrogati sul perché, nonostante il gran parlare di malasanità, di disservizi e gravi disagi per i pazienti che sono sotto gli occhi di tutti, i medici riescono ancora ad avere la fiducia della gente. La spiegazione viene data dagli stessi autori dell’indagine: perché i medici, che lavorano per la gran parte all’interno del sistema sanitario, vengono visti come le prime “vittime” di questa politica che non funziona. Non lo dicono solo i sondaggisti ma è quanto emerge dai rapporti del Censis sulla situazione sociale del Paese, che sottolineano come “i professionisti della Sanità continuano a dare il massimo tanto che, oggi più che mai, la Sanità sembra camminare sulle gambe degli operatori, di un personale che continua a garantire il proprio impegno professionale: l’unica cosa che “ancora tiene”nella sanità è il capitale umano. Tutto il resto non tiene più!”. Non sono parole mie! Lo dice il Censis!
Eppure la Sanità del Veneto ha sempre vantato eccellenze e performaces che altre regioni se le sognavano. Ma – come andiamo ripetendo da qualche anno – non si può pretendere di vivere sempre di rendita. E i segnali di declino non mancano.
La cartina al tornasole è costituita da due dati: la fuga di assistiti verso altre regioni e l’emigrazione di colleghi che cercano altrove quelle soddisfazioni personali e professionali che non riescono più a trovare nel sistema sanitario veneto. Non voglio rimpiangere tempi passati o antichi splendori. Ma nei nostri ospedali la meritocrazia è da anni una chimera, e la parola d’ordine è una sola: “riduzione”. Riduzione delle spese, degli organici, delle prestazioni, dei posti letto e dei premi assicurativi stipulati dalla Regione. Il tentativo di adattare il sistema sanitario ai limiti economici imposti dalla scarsità di risorse riservate alla Sanità è giustificabile, ma le politiche di compatibilità funzionano fino a quando non mettono in discussione i diritti inalienabili e la accessibilità ai servizi sanitari. Oltre certi limiti si crea un paradosso: per essere compatibile con l’economia, il sistema diventa incompatibile con l’etica, con la giustizia, con la stessa Costituzione, e di fatto anche con la produzione di ricchezza di un Paese, poiché la salute va considerata alla stregua di un bene economico che produce valore, oltre che benessere. La salute è una fortuna che si comincia ad apprezzare quando viene a mancare. Se chiedete a chi ha sperimentato la malattia quale sia la cosa più importante, la risposta sarà una sola : “ La salute”. Diceva Schopenhauer : “la salute non è tutto, ma senza la salute tutto è niente”. Assicurare a tutti la possibilità di curarsi è un dovere civile e per la politica è forse la prima delle cose da garantire; per il medico lavorare perché questo diritto possa essere universalmente applicato è un dovere morale ed etico. Sono tempi difficili, non solo in Italia, e anche Voi, giovani colleghi, ne siete coscienti, Ma il pericolo che noi tutti corriamo è che – in nome della “sostenibilità del sistema”, e nell’incapacità di tagliare gli sprechi dove ci sono (e sono tanti) – si sta perdendo di vista la vera missione della medicina.
Anche perché la sostenibilità in questa Regione e in questo Paese è un concetto un po’ strano, che definirei elastico: perché sono sostenibili le cose che si vogliono sostenere e non sono sostenibili le cose che non si vogliono sostenere. Sono sostenibili l’edilizia ospedaliera, gli affitti per la finanza di progetto (centinaia di milioni/anno pagati dalle ULS venete) mentre non è sostenibile il capitale umano. Ben venga la riforma della sanità veneta con la ventilata riduzione delle Ulss. Ma sorge legittima una domanda: è preferibile investire in capitale edilizio o non sarebbe meglio investire in capitale umano? Insomma, un buon ospedale lo fanno i muri o gli organici adeguati di buoni medici? E l’assistenza sul territorio si migliora imponendo tagli di prescrizioni (farmaci e richieste di visite specialistiche) ai medici di famiglia o lasciandoli lavorare secondo scienza e coscienza, per il bene della gente? Il reale valore di un ospedale non è la cifra che è costato e il valore dell’area sulla quale insiste ma è dato dalle cure che riesce a erogare, dai servizi che offre al cittadino, dalle eccellenze del personale, dalla validità della ricerca. A ben vedere la differente visione della Sanità, dei medici da una parte e dei politici tecnocrati dall’altra, è tutta qui. Chi determina e dirige la politica sanitaria non vuole arrendersi all’evidenza e accettare il concetto che i buoni ospedali li fanno i medici e che è il fattore umano a segnare la differenza tra una buona e una cattiva sanità. Così come una buona scuola non la fanno i banchi o le aule ma la qualità e la quantità del corpo docente. Una volta il medico era giudicato bravo se curava bene gli ammalati e li guariva, era capace di fare diagnosi, li visitava con attenzione, li seguiva nel decorso della malattia, usava umanità, disponibilità, competenza. Oggi non è più così: avete mai sentito dire di un medico che ha avuto progressione di carriera o altri riconoscimenti perché curava bene gli ammalati, li seguiva con dedizione? Gli oncologi di un ospedale veneto sono stati richiamati perché le prime visite oncologiche duravano 45 minuti, qualche volta un’ora a seconda del caso, invece di mezz’ora come stabilito: a un malato oncologico, che magari non sa ancora di avere il cancro, si contano i minuti. Alla faccia della umanizzazione delle cure. Povero Ippocrate. La medicina ha vissuto nella sua storia millenaria numerosi alti e bassi.. per la verità molti più bassi, ma mai si è visto il medico disoccupato o precario… con tanta gente bisognosa di cure come in questo periodo, ed è disastroso dover constatare che negli ospedali i medici sotto i 35 anni di età sono una rarità. Non lasciamoci ingannare dai numerosi giovani con il camice bianco che incontriamo nei corridoi o nei reparti: non sono medici strutturati, sono tirocinanti o specializzandi che vengono impiegati come vera forza lavoro senza averne i diritti e che devono pure pagarsi il pasto in mensa come qualsiasi altro visitatore dell’Ospedale. Il 22% dei nostri giovani medici neolaureati migra stabilmente fuori dai nostri confini. Non so se a farlo sono i più brillanti, o i più intraprendenti, quello che so è che tra i motivi che li portano a questa non facile scelta c’è la speranza di trovare fuori del nostro Paese migliori possibilità economiche e di ricerca, possibilità di carriera garantite dal merito e dalle capacità, piuttosto che dalle amicizie o dal colore delle appartenenze politiche.. Il maggior numero di medici stranieri che lavorano negli Stati Uniti proviene dall’Italia. E siccome negli Stati Uniti non assumono i più asini, questo dato significa semplicemente che il nostro Paese ha sprecato soldi per laureare migliaia di giovani, per poi vederli emigrare. Giovani brillanti e preparati i cui nomi leggiamo, con rammaricato orgoglio, tra le firme dei migliori lavori scientifici americani o che annoveriamo tra i clinici più illustri operanti all’estero. Ma allora non dobbiamo temere solo la crisi economica o le scarse risorse finanziarie, ciò che deve fare veramente paura, l’emergenza vera che va affrontata (seriamente e con misure credibili) è rappresentata dall’impoverimento culturale del Paese, che è l’anticamera della povertà materiale e della perdita di speranze.
Il nostro è un Paese che ha disperato BISOGNO di SPERANZE. Per questo, nonostante questi scenari problematici, vogliamo anteporre al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà e lavorare perché le speranze possano concretizzarsi. In questo siamo pronti a fare la nostra parte. Chi ha il potere e la responsabilità delle scelte, se ne è capace, faccia il resto. I medici andranno avanti, come hanno sempre fatto, con la forza dei loro valori e dei loro ideali che mettono i pazienti, i malati al primo posto. Continueremo a studiare e a lavorare per curare e guarire la gente, con l’impegno e la dedizione che ci contraddistinguono e che hanno contraddistinto questi medici senior che oggi festeggiamo. Il Presidente ha concluso chiedendo un applauso particolare alle famiglie dei giovani medici perché “se siamo qui oggi a fare festa è anche grazie ai sacrifici che loro hanno sostenuto”.

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Obiettivo Ippocrate al 58° Consiglio Nazionale dell’Co.A.S. Medici Dirigenti (21-22 ottobre 2016)

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COSA FARE PER TRANQUILLIZZARE MEDICI e PAZIENTI? Teoria e pratica.

simbolo-medicina-fig1Chi ci conosce sa che, in qualità di medici dipendenti (con significative responsabilità cliniche e gestionali) ed in qualità di sindacalisti medici (con responsabilità nazionali del secondo sindacato medico autonomo, prima, e di una confederazione autonoma della dirigenza, poi) ci siamo battuti, per decenni (era il lontano 1990) perchè i medici dipendenti (e non solo loro, ovviamente) fossero coperti da una adeguata assicurazione professionale, che li tutelasse pienamente relativamente alla professione medica (che non è una scienza esatta) e che consentisse loro di affrontare con serenità le quotidiane, difficili, decisioni cliniche. Anamnesi pignola, Esame obiettivo accurato, Preparazione specifica aggiornata, Ipotesi diagnostiche probabili e possibili, Accertamenti diagnostici corretti e disponibili, Diagnosi finale, Terapia conseguente (medica, chirurgica, riabilitativa), Colloquio chiaro con il paziente, etc etc etc…NON ESCLUDONO CHE, poi, NON POSSA NASCERE UN CONTENZIOSO LEGALE, inizialmente penale e poi civile.
In questi 27 anni, le cronache sanitarie si sono riempite di migliaia di procedimenti legali, inizialmente solo contro i medici e poi – sempre più frequentemente – contro intere equipe sanitarie. Non scriviamo nulla di nuovo, se focalizziamo il fatto che, in 20 anni di professione, l’80% dei medici ha la possibilità di essere “travolto” da almeno 2 contenziosi legali, che gli sconvolgeranno la vita, anche se alla fine tutto finisse in una bolla di sapone. E’ quello che, per 2 volte, è successo a chi scrive. Per carità, nessun rinvio a giudizio. Ma le 2 cause mi hanno rovinato almeno 6 anni di vita professionale, oltre ad avermi fatto capire alcune VERITA’ FONDAMENTALI. LA PRIMA in un PAESE CIVILE, quale il nostro non è, il cittadino, la persona (malata o no) che si rivolga ad una struttura sanitaria (pubblica e privata) dovrebbe AVERE la CERTEZZA AUTOMATICA che essa sia PIENAMENTE COPERTA dai RISCHI PROFESSIONALI e dagli incidenti “occasionali” (es. rottura di letto; black-out energetico etc etc). Chi entra in una siffatta struttura dovrebbe sentirsi protetto, sul piano personale, professionale e strutturale. Ma l’Italia non è un paese civile e, così, ancora nel 2016 il 98% delle strutture sanitarie non dispone di una siffatta copertura assicurativa globale. Anzi, la pesante crisi economica ha fatto sì che, anche nelle Regioni del Nord, le ASL abbiano attivato (su input regionale) una copertura assicurativa che prevede FRANCHIGIE, financo di 400-500.000 euro. Per non parlare di altre quisquilie quali la vetustà del 50% degli ospedali pubblici (aspetteremo altri terremoti?), i persistenti sotto-organici, rispetto agli standard UE ed USA, financo il mancato rispetto degli ultra-trentennali standard di Donat Cattin, mai aggiornati totalmente. Anzi, peggiorati dalla crisi economica che induce le Regioni a tagliare i REPARTI SPECIALISTICI, a ridurre il numero dei DIPARTIMENTI e dei PRIMARIATI (od equivalenti), a taglieggiare sull’aggiornamento tecnologico e sulla copertura delle piante organiche.
LA SECONDA: L’EMERGENZA. La seconda verità nasce da quanto sopra ricordato. Le principali criticità ospedaliere, oggi, riguardano l’INTERO SETTORE dell’EMERGENZA, territoriale ed ospedaliera, con quel che ne segue, di notte e nei festivi, in quante sale operatorie l’organico medico è “numericamente corretto ed adeguatamente specialistico”?.
LA TERZA: I CONTRATTI PUBBLICI. Se il rischio professionale medico è un po’ piu’ contenuto, oggi, rispetto a 26 anni fa non è merito delle leggi, ma dei contratti. Per decenni abbiamo sperato che la politica si facesse carico del rischio sanitario. Invano. Noi, di persona, abbiamo avuto una serie di ripetuti incontri su questo tema con una serie di Ministri e Sottosegretari: De Lorenzo, Garavaglia, Costa, Guzzanti, Bindi, Veronesi, Sirchia, Storace, Turco, Fazio. Altri, dopo di noi, li hanno avuti con Balduzzi e con la Lorenzin. Invano. Abbiamo scritto disegni di legge in merito, mai arrivati in aula. E non ci si venga a dire che la legge Balduzzi abbia risolto i problemi. Anzi. Basta analizzare le pubblicità radiofoniche, quotidiane. Per fortuna che i sindacalisti medici (soprattutto quelli della CIMO) sono riusciti a far inserire all’interno dei contratti di lavoro alcuni articoli, che hanno parzialmente tutelato la categoria. Si tratta degli articoli 24 e 25 del CCNL 08/06/2000; dell’art.21 del CCNL 3/11/2005, innanzitutto. Ma ancor oggi ci chiediamo quale sia stata la loro applicazione concreta e come sarebbero, oggi, riscritti quei testi, se finalmente il governo Renzi decidesse di riavviare seriamente il rinnovo dei CCNL e delle Convenzioni.
LA QUARTA: I MEDICI. I corsi di risk-management non sono risolutivi. Conosciamo troppo bene i colleghi, per non sapere che una percentuale importante di loro ritiene  di non dover attivare una polizza assicurativa personale perchè “tanto c’è quella dell’Ospedale”. Oppure, se ce l’hanno, sono privi di una tutela legale specifica. Il tutto, con coperture adeguate e con clausolette ben chiare!.
LA QUINTA: L’AVVISO di GARANZIA. Coglie impreparato il medico che, non sapendo bene cosa fare, o si fida dell’ASL o commette una serie di errori procedurali. Tanto piu’ gravi se la cartella clinica è sequestrata e se viene richiesta l’autopsia, atto irripetibile. Da richiedere sempre la presenza di un perito di parte, esperto.
LA SESTA: I PAZIENTI ed i loro PARENTI. Che, spesso, si fanno abbindolare dall’Avvocato che trovano sulle porte della struttura, dalla pubblicità ingannevole, dal fatto che – nel contenzioso penale – non sono costretti a spendere, subito, grosse cifre. Anzi…..
LA SETTIMA: Sindacati si, sindacati no. Ci sono sindacati medici che, all’interno della tessera sindacale, prevedono una qualche forma di tutela legale. Ma ognuno può capire che un singolo avvocato (sia esso o civilista o penalista) non può nè essere a conoscenza delle specificità delle singole specialità nè essere in grado di coprire tutta la penisola. Conseguenze? Ovvie… Il medico è lasciato solo, si agita, sbaglia procedure, sbaglia scelta del legale e del perito, si imbarca in un’avventura costosa, anche se finisse “bene”.
ED ALLORA?
Poiché il parlamento non ha varato norme che OBBLIGHINO le ASL ad ASSICURARE  INTEGRALMENTE PERSONALE, PAZIENTI e STRUTTURE, occorre che il professionista si tuteli pienamente, per la sua tranquillità personale, professionale e di vita. Come? Non solo attivando una polizza assicurativa specifica e con buona copertura, ma anche spendendo qualche euro supplettivo per garantirsi UN CONSULENTE GLOBALE. Quello che gli controlli la validità della polizza e CHE, soprattutto, GLI GARANTISCA – in caso di avviso di garanzia o di ipotesi di contenzioso – una CONSULENZA IMMEDIATA e SPECIFICA, 24 ore su 24 e su tutto il territorio nazionale. In altri termini, un MUTUO SOCCORSO LEGALE per MEDICI, con legali e consulenti tecnici a fianco dei medici, per ottimizzare la difesa.
PER NOI, questo dovrà essere il futuro.  C’è da chiedersi se i vertici attuali della CATEGORIA MEDICA siano concretamente sensibili, o meno, a questo fondamentale aspetto professionale.
Ad maiora!

Stefano Biasioli
Gia’ Capo Dipartimento di Medicina Specialistica Ex-Presidente CIMO Past-President CONFEDIR Presidente FEDERSPeV Vicenza Consigliere del CNEL Pensionato con Libera Professione.

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