Archivio Mensile: gennaio 2018

Pubblichiamo l’articolo completo del Basso Vicentino. Dal 05-01-2018 in edicola nel vicentino

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(senza titolo)

Vicenza 5/01/2018

 

COMUNICATO STAMPA

“La società dei Diritti, che la nostra associazione di Cittadini Attivi prova quotidianamente a tutelare, non potrà dare una buona rappresentazione di sé, se non saprà ricordare il tempo dei Doveri di tutte le componenti della convivenza civica.

Le Istituzioni hanno la responsabilità maggiore di affermare e difendere i diritti acquisiti ricordando che quei diritti sono il risultato di lotte politiche e di garanzia della tenuta del sistema democratico.

Nel contesto della tutela dei Diritti va collocata la morte di una giovane donna di 45 anni deceduta all’Ospedale San Bortolo di Vicenza dopo i primi soccorsi all’Ospedale di Santorso perché ha fatto emergere un dato che non può essere trascurato, perché ormai ricorrente.

La ricerca della responsabilità clinica, giustamente richiesta dai familiari, non può essere la misura che dà ragione a chi ritiene che se un danno è stato provocato ad un cittadino in ambito sanitario, debba necessariamente essere imputabile al medico o all’infermiere di turno verificando l’applicazione delle procedure protocollari e delle linee guida.

Le situazioni non previste non sono imputabili solo a negligenza o imperizia degli operatori ed è necessario, ogni volta, fermarsi ad “ascoltare prima di imputare”.

I medici e i professionisti dell’associazione “Obiettivo Ippocrate”, hanno dichiarato pubblicamente che “si assumono la responsabilità delle loro scelte e vanno oltre le linee guida” salvando così la vita di molti malati. Si comportano come medici autenticamente ancorati al loro giuramento professionale e sono disposti a rischiare soluzioni non lineari di fronte a situazioni che in scienza e coscienza superano i vincoli protocollari.

Riteniamo che così si difendono i Diritti dei Cittadini e si compie il proprio Dovere di medici e di professionisti della salute. Tutto il resto è un rimestare attorno a situazioni che vanno rispettate per la loro rilevanza emotiva e sociale.

Bisogna rifuggire dall’idea onnipotente e ipertecnologica.

Se ben usata la tecnologia apporta benefici mentre se abusata e caricata di attese miracolistiche genera malcontento e disaffezione da chi si aspetta risposte risolutive nel breve tempo e con la certezza di uscirne sempre in buono stato.

Le Istituzioni, i medici, gli amministratori e i cittadini, dobbiamo tutti abituarci a percepire i servizi offerti dal Servizio Sanitario Pubblico e Privato, come una concreta possibilità di contrasto alla malattia e al malessere ma non come la soluzione definitiva ai nostri mali.

La Regione Veneto ha compiuto importanti scelte organizzative negli ultimi due anni e il livello di competenze cliniche dei professionisti è cresciuto. Siamo ancora lontani dalla capacità di favorire un’alleanza terapeutica con i malati e i loro familiari per realizzare una relazione terapeutica improntata all’Ospitalità e va dato atto al Presidente Zaia di essere stato attento e vigile sui temi della salute ma il passo successivo dovrà essere la integrazione delle competenze cliniche con la capacità relazionali degli operatori.

La salute non è un Diritto ma un bene che va preservato sul piano individuale, attraverso comportamenti virtuosi e il riconoscimento del limite.  Le cure invece sono un Diritto che va garantito a tutti i Cittadini!

“Non si muore perché ci si ammala, si muore perché siamo mortali”. Dovremo ricordarlo più spesso, auspicando nel frattempo che cresca il desiderio di fare crescere una coscienza civica dei diritti e dei doveri senza il bisogno di reclamare successi o primati che in Sanità hanno scarso valore se non sono coniugati alla responsabilità di tutti gli attori che concorrono al benessere della Comunità”.

 

Giuseppe Cicciù – Segretario Regionale di Cittadinanzattiva del Veneto

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Noi medici, noi malati (Quotidianosanita.it)

15 GENGentile Direttore,
il rapporto medico-malato rappresenta da sempre il cuore delle cure, riteniamo che oggi sia necessario ribadire fortemente questo concetto, indipendentemente dalle volontà politiche, dai cambiamenti culturali in atto e dalle innegabili difficoltà economiche che ci trasciniamo da decenni.
Occorre rinsaldare, o forse in alcuni casi recuperare, quel rapporto di reciproca collaborazione e fiducia tra medico e malato, creare un rapporto duale e simmetrico nella relazione di cura per il raggiungimento di un fine comune: il bene del malato.
Il concetto di salute ad oggi è completamente cambiato, non può essere pensato come una semplice “assenza di malattia” (XIX° secolo), ma non può neppure essere pensato come una “condizione di completo benessere, fisico, mentale e sociale in assenza di malattia” (1948 ONU-OMS). Entrambe le definizioni sono fallacci ed ingannevoli, nessuno potrà mai cancellare le malattie, nessuno può garantire la salute che dipende in piccola parte dai nostri comportamenti e in gran parte dal buon Dio o chi per esso; altrettanto utopico è pensare di poter garantire il completo benessere fisico, mentale e sociale: è esperienza quotidiana di quanto questo sia estremamente difficile da ottenersi. Ciò che deve essere invece garantito sono le migliori cure possibili per ciascuno di noi, il prendersi cura delle persone affinché ad ognuno di noi “sia permesso di realizzare la propria felicità minimale in circostanze standard” (Lennart Nordenfelt, 2004), al di là ed oltre la malattia che può accompagnarci nella nostra vita.
Questo altro non è che l’Alleanza Terapeutica le cui fondamenta sono tre: il tempo, lo spazio e la fiducia.
Dobbiamo riappropriaci del nostro tempo come medici e dedicarlo ai nostri malati: “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura” (art. 20 del Codice Deontologico dei medici del 2014 ed art. 1 della recente legge sulle “norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento”), anche solo immaginare un tempario in base alla tipologia della prestazione sanitaria vuol dire imbavagliare la comunicazione ed inevitabilmente compromettere la cura. Ancor meglio, come sostiene Ivan Cavicchi, questo concetto dovrebbe essere superato pensando ad un’idea di cura in cui la comunicazione è parte integrante del trattamento, senza sentire la necessità ridondante ed inutile di sdoppiare in due parole (comunicazione e cura) ciò che in realtà è un processo indivisibile e sinergico.
Occorrono spazi adeguati dove la comunicazione/cura possa avvenire in condizioni idonee alla nascita, crescita e consolidamento dell’Alleanza Terapeutica, dove il medico abbia la possibilità di raccogliere tutte le notizie del malato che ha di fronte, e dove il malato si senta in un contesto ambientale ed emotivo adeguato per poter manifestare tutte le proprie sofferenze, difficoltà, timori, aspettative.
La fiducia deve essere il risultato di questo rapporto comunicativo in cui i soggetti cominciano un percorso congiunto, partendo da una reciproca consapevolezza l’uno dell’altro, ognuno mantenendo il proprio ruolo, ma riversando in questo percorso il proprio impegno, il riconoscimento delle specificità e potenzialità di ciascun attore. Noi medici e noi malati dobbiamo assolutamente toglierci dalle spalle il soffocante peso di tutti i condizionamenti extra-clinici che influenzano in senso limitativo il potenziale curativo di questa alleanza.
Da una parte le nostre azioni non possono essere guidate da un principio di precauzione ed autotutela come imposto dalla recente Legge Gelli sulla responsabilità professionale, che ci indica le linee guida non come utile strumento dell’attività clinica, quanto piuttosto come un’illusoria e rassicurante gabbia all’interno della quale muoverci. Dall’altra parte il nostro alleato non può essere chi, in qualche modo, ti ha sfiduciato o chi ti porta in tribunale, spesso perché esasperato da limiti e disfunzioni organizzative e di programmazione.
E’ tempo di sincerità, anche se può essere dolorosa, ma è l’unica lingua comune tra medico e malato che può alimentare l’Alleanza Terapeutica, noi medici dobbiamo raccontare le malattie, i trattamenti, i rischi dei trattamenti, le eventuali alternative, i limiti nostri, i limiti delle cure, tutti limiti che magari in futuro saranno superati, ma che attualmente esistono e che fanno parte di questo processo di cure.
Altrettanto, o forse ancora di più, dobbiamo ascoltare i malati, le loro storie di persone con malattia, di memorie ed esperienze passate, di ambiti e ruoli famigliari, di necessità lavorative, di mansioni sociali, capire quali sono le loro priorità, le loro paure, i loro pensieri.
Ci piace pensare ai medici ed agli ammalati di oggi e di domani come persone poste l’una di fronte all’altra con sguardo benevolo, accogliente e fiducioso, ma capaci di unirsi in un comune sguardo di sfida, quasi intimidatorio verso coloro che non credono o non vogliono la nostra alleanza.Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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22.1.2018 Iscrizione in blocco ad Obiettivo Ippocrate della Chirurgia Generale di Dolo – Direttore Dr. M. Godina

Oggi a Dolo consegna delle felpe di Obiettivo a tutta l’equipe della Chirurgia Generale di Dolo diretta dal Dr. M. Godina.

Un ottimo incontro e buoni spunti di collaborazione futura.

Un benvenuto ai nuovi colleghi iscritti….un esempio da seguire.

 

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Legge Gelli e mancato rispetto della pianificazione condivisa delle cure: ritorno alla responsabilità contrattuale? (Quotidianosanita.it)

27 gennaio – L’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli. Si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente

La pianificazione condivisa delle cure come atto negoziale. La recente approvazione della legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” pone alcuni interrogativi in merito alla natura dell’istituto della pianificazione condivisa delle cure e dei suoi riflessi civilistici sulla responsabilità professionale sanitaria.

Come è noto la legge introduce nel nostro diritto positivo il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (testamento biologico). Per i profili generali si rimanda ai precedenti contributi.

Inoltre ai sensi dell’articolo 5, primo comma, può essere redatta la “pianificazione condivisa delle cure”. Si tratta di un nuovo istituto che viene concordato tra medico e paziente qualora si versi in condizioni cliniche caratterizzate dall’”evolversi di una patologia cronica invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta”. Questo atto supera la precedente disposizione anticipata di trattamento – per ovvie questioni di specialità e temporalità – e viene predisposta dal medico che previamente ha informato il paziente e, dietro suo esplicito consenso, il suo consesso familiare (coniuge, convivente, parte dell’unione civile, altri familiari). Il paziente può nominare, con lo stesso atto, un fiduciario. Particolare attenzione viene posta sulle aspettative di vita residue, sui trattamenti sanitari da porre in essere e sulle cure palliative.

La pianificazione condivisa delle cure può essere aggiornata “al progressivo evolversi della malattia” sia su “richiesta” del paziente che su “suggerimento” del medico.

Una volta posta in essere la pianificazione è vincolante. Si precisa infatti che “il medico e l’équipe sanitaria sono tenuti ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Particolare attenzione la legge la riserva alla forma dell’atto che deve essere “scritta” ovvero qualora le condizioni del paziente non lo consentano resa “attraverso video-registrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. L’atto di consenso deve essere inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.

Si pone quindi il problema della natura giuridica della “pianificazione condivisa delle cure” che, riteniamo, non possa che essere negoziale.
L’art. 5, comma 3 configura difatti la pianificazione condivisa delle cure quale esito dell’incontro tra la volontà del medico che formula la proposta terapeutica e del paziente che, debitamente informato, presta il proprio consenso a detta proposta (“Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico ai sensi del comma 2”).

Medico e paziente, nel condividere il piano terapeutico, pongono pertanto in essere un atto di autonomia negoziale (la pianificazione difatti può e non deve essere concordata) determinando e disciplinando non solo il contenuto dell’atto in sé (la pianificazione) ma anche gli effetti giuridici connessi all’atto stesso.

La natura negoziale della pianificazione terapeutica viene quindi corroborata dalla sopracitata previsione normativa di cui all’art. 5, comma 1, che obbliga il medico e la propria équipe ad attenersi al contenuto della stessa pianificazione terapeutica in caso di sopravvenuta incapacità del paziente.

Il non rispetto della pianificazione condivisa da parte del medico e le sue (possibili) conseguenze
Si pone quindi il problema del mancato rispetto, da parte del medico, di quanto condiviso con il paziente. Se, come sopra ipotizzato, di natura negoziale si tratta, il medico che dovesse discostarsi dalla pianificazione condivisa non potrà che rendersi contrattualmente inadempiente proprio degli obblighi che egli stesso ha volontariamente assunto predisponendo il piano terapeutico accettato dal paziente.

A detta conclusione si deve giungere a nostro parere sia nel caso in cui si interpretino le norme portate dall’articolo in esame quale creazione di nuova fattispecie negoziale (ovvero di un contratto atipico) sia nel diverso caso in cui si configuri il rapporto obbligatorio in oggetto quale mandato speciale a titolo gratuito, soggetto alle disposizioni di cui agli articoli 1703 e seguenti del c.c., in forza del quale il medico si impegna nei confronti del paziente a compiere per suo conto uno o più atti giuridici in esecuzione del piano di cure, come disposto dall’art. 1703 c.c..

Senza, ovviamente, alcuna pretesa di esaustività e in attesa della giurisprudenza che si verrà a formare in merito alla qualificazione della fattispecie.
Ci si pone, a questo punto, l’ulteriore problematica relativa alla relazione tra l’art. 5 della legge 219/2017 e il disposto dell’art. 7 della Legge Gelli-Bianco e, in particolare, alla compatibilità tra i due precetti.

Ovvero ci si chiede se l’articolo in esame, disciplinando il rapporto tra paziente e sanitario in merito alla pianificazione condivisa delle cure, possa spostare per la fattispecie ivi contemplata la responsabilità del sanitario stesso – pur inquadrato nelle tipologie di cui all’art. 7 commi 1 e 2 della Legge 24/2017 – nel campo della responsabilità contrattuale.

E’ noto difatti che la responsabilità civile del singolo esercente la professione sanitaria “strutturato” viene ora espressamente configurata dall’art. 7 della Legge 24/2017 quale responsabilità di natura extracontrattuale, distinta dalla responsabilità della struttura sanitaria la quale assume nella nuova legge, altrettanto espressamente, la natura contrattuale.

E’ però altrettanto vero, sotto altro profilo, che la responsabilità contrattuale viene normalmente configurata, distinguendosi dalla responsabilità extracontrattuale, ogni qual volta il danno subito consegua all’inadempimento di un obbligo nascente da un rapporto giuridico già esistente tra danneggiato e danneggiante ovvero dalla preesistenza di un programma specifico di comportamento (quale certamente esistente nel caso di specie).

Non si può escludere, inoltre, che l’inciso “salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente” di cui all’art. 7, comma 3 della Legge 24/2017, seppur evidentemente riferito nelle intenzioni del legislatore allo svolgimento dell’attività libero professionale, possa essere interpretato, nella sua formulazione generica, estendendo le fattispecie di responsabilità contrattuale anche agli esercenti la professione sanitaria che, pur agendo quali dipendenti o collaboratori di una struttura sanitaria, abbiano assunto un obbligo di natura negoziale – come si ritiene avvenga nel caso in esame – con il paziente.

Si deve rilevare, infine, che l’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli/Bianco.

Alla luce di quanto sopra non si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria che si sia reso inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa con il paziente possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente stesso pur avendo egli operato quale sanitario “strutturato”.

Alessia Gonzati
Avvocato di Obiettivo Ippocrate

Luca Benci
Giurista 

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No alle “quote rosa”,  a noi donne basterebbero le “quote per merito” (Quotidianosanita.it)

sono una donna, un chirurgo-ortopedico donna, a cui piace lavorare con colleghi, donne e uomini, indistintamente. Le donne non sono più brave degli uomini, così come gli uomini non sono più bravi delle donne.
Considerato che le intelligenze e le competenze sono equamente distribuite tra sessi, ritengo che sia interesse delle istituzioni non privarsi del contributo fattivo della sua ampia componente femminile, visto che due terzi del personale SSN è donna.
L’11 dicembre 2015, all’Arcispedale Santa Maria Nuova, a Reggio Emilia, durante il Congresso nazionale delle donne in neurochirurgia è emerso che le stesse neurochirurghe hanno detto no alle ‘quote rosa’ e sono scese in campo in prima persona per discutere temi che sono spaziati dalle pari opportunità professionali, ai tumori cerebrali, passando per epidemiologia e distribuzione gender correlata(Neurochirurghe in congresso, no a quote rosa ma in Italia vita dura, ADNKronos Salute 7 Dic 2015).
Le neurochirurghe hanno definitivamente bocciato le quote rosa aspirando invece a conquistarsi quei ruoli finora appannaggio degli uomini.
Certo, per noi donne, è più difficile emergere ma anche più stimolante, in quanto il grado di civiltà di un popolo si misura altresì dalla posizione sociale raggiunta dal gentil sesso .
Alle donne che lavorano in ambienti prettamente maschili (leggasi giornaliste, magistrate, economiste, metal-meccaniche, politiche, chirurghe, etc.) nessuno ha regalato niente e tutto quello che hanno ottenuto se lo sono guadagnato con sacrifici, tanti sacrifici!
A mio avviso le norme che impongono per statuto di inserire “quote rosa ” in organismi pubblici violano il principio di uguaglianza fra i generi e non c’è peggiore ingiustizia dell’uguaglianza fra disuguali, pertanto, provo un’istintiva repulsione ed idiosincrasia per sistemi normativi di aiuto, quali le “quote rosa”, che rappresentano la negazione del sistema meritocratico e democratico e concordo pienamente con l’analisi del Prof. Cavicchi.
Allora, mi domando, perché non creare quote anche per gli omosessuali, per i bisex, che potrebbero sentirsi ugualmente discriminati?
Un approccio corretto al problema consiste nel recuperare la diversità come presupposto e come valore intrinseco, in una serena alleanza fra generi .
Al posto delle quote rosa o azzurre o arcobaleno si dovrebbero istituire “le quote di risultato”, ossia la sottoscritta viene giudicata per quello che effettivamente vale, in termini professionali/scientifici/relazionali, indipendentemente dal sesso di appartenenza, che è assolutamente ininfluente ai fini di una graduatoria meritocratica.
Non mi interessa che il magistrato che mi giudica, il medico che mi cura, il politico che mi amministra, sia maschio o femmina, è fondamentale che sia una persona tecnicamente preparata, professionalmente valida e che faccia con coscienza ed onestà il mestiere per cui è pagata.
La scarsa presenza femminile ai vertici di tutte le istituzioni/organizzazioni, private e pubbliche, è un problema effettivo e concretamente presente in tutta la società che, finora, è stata plasmata per rispondere ad esigenze e necessità prettamente maschili. Va cambiata la forma mentis, in quanto è necessario riflettere sulle diversità di genere che sono una ricchezza, un valore aggiunto, una chance per l’intera collettività ; al fine di recuperare quelle risorse umane che potrebbero andare perdute.
Io non chiedo privilegi, ma chiedo norme che mi aiutino a conciliare valori complessi come il lavoro e la cura della famiglia, senza essere obbligata a scelte drastiche fra carriera ed affetti, scelte a cui il sesso maschile, solitamente, è meno frequentemente assoggettato.
Aggiungo che se sei un medico donna con figli, il percorso è più problematico, infatti aver imboccato la carriera medica ha comportato per molte il divorzio, la scelta di rimanere single e comunque ha creato pesanti conflitti familiari (dati II Conferenza ANAAO Assomed tenutasi a Napoli, dicembre 2016 e riportata da Adn Kronos Salute il 14 dic. 2016).
Nella black list dei problemi e delle inefficienze aggiungo scarsissime politiche a tutela della famiglia perché “Fare figli, accudirli ed educarli, non è responsabilità esclusiva del genere femminile, ma di tutta la società, se questa vuole crescere e progredire armoniosamente”.
Il calo della fertilità è ben evidente tra le donne medico che, a causa dei carichi di lavoro, hanno meno figli di quanti ne desidererebbero o rinunciano del tutto a formare una famiglia, per evidenti problemi.
Quali?
Ad esempio gli orari di apertura degli gli asili pubblici che sono inadeguati ad un lavoro articolato su tre turni (Matt., Pom., Notte) e, fortunatamente, esistono i nonni (per chi li ha!!!) che suppliscono alle carenze di orari dei nidi e materne che, ovviamente, non esplicano un servizio h 24!!!
L’avere figli spesso influisce sulla carriera, soprattutto della donna chirurgo, perchè non ha orari, perché compromette l’accesso ai ruoli apicali, perché ha meno opportunità di aggiornarsi e, per le precarie con contratti co-co-co, la possibilità di ottenere il rinnovo contrattuale.
Il grosso problema del precariato nell’ambito medico penalizza pesantemente le giovani dottoresse ed il quadro peggiora ulteriormente se si considerano le donne impiegate nelle specialità chirurgiche.
Politici che non sanno di cosa parlano (come al solito!!!) ci sbandierano il part-time come una soluzione salvifica, però neanche il part-time è una soluzione percorribile per conciliare i tempi vita-lavoro. Infatti, lo afferma l’indagine dell’ANAO Assomed del dicembre 2016, da cui emerge che l’88,6% dei medici, pur avendone necessità, non ne ha fatto richiesta per paura di ripercussioni sulla carriera. Il part time ti penalizza e non accedi ai ruoli apicali. Al di là della retorica delle quote rosa e degli stereotipi di genere da cui dissento completamente io chiedo, cosa ha fatto la politica per la tutela della donna medico?
Invece di “ciurlare nel manico” servono i fatti!
Quali?
Primo punto: A tutt’oggi se una collega rimane incinta non è una gioia come dovrebbe essere, ma una vera iattura per i colleghi del reparto, perché per molti mesi/anni non si avrà alcuna sostituzione.
Dato che è fondamentale l’organizzazione del lavoro nei reparti ospedalieri, soprattutto chirurgici, sarebbe opportuno assicurare la tempestività nelle sostituzioni per maternità, cosa che non avviene mai e dico mai! Infatti, grazie al blocco del turn over, non si sostituisce tempestivamente la donna assente per maternità (l’assenza può durare fino a 2 anni!) ed i medici che rimangono in reparto si devono sobbarcare i turni della donna assente, creando notevoli disservizi a tutta l’equipe, soprattutto nell’organizzazione del piano ferie, turni notturni, sostituzioni per malattie, pensionamenti ed un reparto chirurgico, già carente di risorse umane, è costretto a doppi e tripli turni.
Cari politici, un medico in meno in reparto, fa la differenza, eccome se fa la differenza!Secondo punto: introdurre la flessibilità nell’orario di lavoro (non il part-time, la flessibilità!!), oltre ad introdurre tutele per le giovani colleghe, spesso precarie per troppi anni, con stipendi e contratti co-co-co che fanno ridere i polli.Terzo punto: si dovrebbero creare delle materne-nido aziendali organizzati H 24, secondo i 3 turni ospedalieri (M/P/N)Queste sono solo alcune delle proposte concrete e fattibili che andrebbero recepite con urgenza e dovrebbero essere prioritarie nell’agenda politica, vista la femminilizzazione della professione medica.
Una buona politica dovrebbe partire da queste considerazioni: basta con il blocco del turn over e basta con una retorica che non porta alcun risultato pratico e basta anche con le quote rosa, perché noi per essere assunte in ospedale, non abbiamo usufruito delle famigerate e deleterie quote rose, ma siamo entrate per merito, superando regolari concorsi!
Alla politica non chiedo di aiutarmi perché sarebbe pretendere troppo, ma chiedo che non mi ostacoli e mi fornisca risposte adeguate a problemi concreti, affinché queste istanze diventino il fulcro delle politiche sociali e lavorative del nostro paese, ma la mia, purtroppo, è solo una:“Vox clamantis in deserto!”Concludo ribadendo che non voglio alcun privilegio di sorta, fornitemi dei mezzi adeguati per combattere ad armi pari ed ad emergere ci penserò io.
Parafrasando Archimede: “Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo!!”Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Socio onorario Obiettivo Ippocrate

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