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Noi medici, noi malati (Quotidianosanita.it)

15 GENGentile Direttore,
il rapporto medico-malato rappresenta da sempre il cuore delle cure, riteniamo che oggi sia necessario ribadire fortemente questo concetto, indipendentemente dalle volontà politiche, dai cambiamenti culturali in atto e dalle innegabili difficoltà economiche che ci trasciniamo da decenni.
Occorre rinsaldare, o forse in alcuni casi recuperare, quel rapporto di reciproca collaborazione e fiducia tra medico e malato, creare un rapporto duale e simmetrico nella relazione di cura per il raggiungimento di un fine comune: il bene del malato.
Il concetto di salute ad oggi è completamente cambiato, non può essere pensato come una semplice “assenza di malattia” (XIX° secolo), ma non può neppure essere pensato come una “condizione di completo benessere, fisico, mentale e sociale in assenza di malattia” (1948 ONU-OMS). Entrambe le definizioni sono fallacci ed ingannevoli, nessuno potrà mai cancellare le malattie, nessuno può garantire la salute che dipende in piccola parte dai nostri comportamenti e in gran parte dal buon Dio o chi per esso; altrettanto utopico è pensare di poter garantire il completo benessere fisico, mentale e sociale: è esperienza quotidiana di quanto questo sia estremamente difficile da ottenersi. Ciò che deve essere invece garantito sono le migliori cure possibili per ciascuno di noi, il prendersi cura delle persone affinché ad ognuno di noi “sia permesso di realizzare la propria felicità minimale in circostanze standard” (Lennart Nordenfelt, 2004), al di là ed oltre la malattia che può accompagnarci nella nostra vita.
Questo altro non è che l’Alleanza Terapeutica le cui fondamenta sono tre: il tempo, lo spazio e la fiducia.
Dobbiamo riappropriaci del nostro tempo come medici e dedicarlo ai nostri malati: “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura” (art. 20 del Codice Deontologico dei medici del 2014 ed art. 1 della recente legge sulle “norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento”), anche solo immaginare un tempario in base alla tipologia della prestazione sanitaria vuol dire imbavagliare la comunicazione ed inevitabilmente compromettere la cura. Ancor meglio, come sostiene Ivan Cavicchi, questo concetto dovrebbe essere superato pensando ad un’idea di cura in cui la comunicazione è parte integrante del trattamento, senza sentire la necessità ridondante ed inutile di sdoppiare in due parole (comunicazione e cura) ciò che in realtà è un processo indivisibile e sinergico.
Occorrono spazi adeguati dove la comunicazione/cura possa avvenire in condizioni idonee alla nascita, crescita e consolidamento dell’Alleanza Terapeutica, dove il medico abbia la possibilità di raccogliere tutte le notizie del malato che ha di fronte, e dove il malato si senta in un contesto ambientale ed emotivo adeguato per poter manifestare tutte le proprie sofferenze, difficoltà, timori, aspettative.
La fiducia deve essere il risultato di questo rapporto comunicativo in cui i soggetti cominciano un percorso congiunto, partendo da una reciproca consapevolezza l’uno dell’altro, ognuno mantenendo il proprio ruolo, ma riversando in questo percorso il proprio impegno, il riconoscimento delle specificità e potenzialità di ciascun attore. Noi medici e noi malati dobbiamo assolutamente toglierci dalle spalle il soffocante peso di tutti i condizionamenti extra-clinici che influenzano in senso limitativo il potenziale curativo di questa alleanza.
Da una parte le nostre azioni non possono essere guidate da un principio di precauzione ed autotutela come imposto dalla recente Legge Gelli sulla responsabilità professionale, che ci indica le linee guida non come utile strumento dell’attività clinica, quanto piuttosto come un’illusoria e rassicurante gabbia all’interno della quale muoverci. Dall’altra parte il nostro alleato non può essere chi, in qualche modo, ti ha sfiduciato o chi ti porta in tribunale, spesso perché esasperato da limiti e disfunzioni organizzative e di programmazione.
E’ tempo di sincerità, anche se può essere dolorosa, ma è l’unica lingua comune tra medico e malato che può alimentare l’Alleanza Terapeutica, noi medici dobbiamo raccontare le malattie, i trattamenti, i rischi dei trattamenti, le eventuali alternative, i limiti nostri, i limiti delle cure, tutti limiti che magari in futuro saranno superati, ma che attualmente esistono e che fanno parte di questo processo di cure.
Altrettanto, o forse ancora di più, dobbiamo ascoltare i malati, le loro storie di persone con malattia, di memorie ed esperienze passate, di ambiti e ruoli famigliari, di necessità lavorative, di mansioni sociali, capire quali sono le loro priorità, le loro paure, i loro pensieri.
Ci piace pensare ai medici ed agli ammalati di oggi e di domani come persone poste l’una di fronte all’altra con sguardo benevolo, accogliente e fiducioso, ma capaci di unirsi in un comune sguardo di sfida, quasi intimidatorio verso coloro che non credono o non vogliono la nostra alleanza.Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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