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La storia di Davit: fare il medico senza catene e senza paura

08 LUGGentile Direttore,
mi vedo impegnato in Obiettivo Ippocrate dalla sua nascita. Rappresento molti professionisti sanitari e, come sa, da sempre sosteniamo che le linee guida tanto decantate dalla Legge Gelli, non possono essere delle catene nell’attività del medico, né possono erroneamente essere pensate come una garanzia assoluta per la tutela degli atti sanitari.
Già qualche tempo fa avevamo raccontato dalle pagine del Suo giornale di Eliana, la giovane mamma di 38 anni che, colpita da emorragia cerebrale, era stata operata nonostante le linee guida tutelassero maggiormente una condotta conservativa o forse meglio astensionistica. L’andare oltre le linee guida in quell’occasione, ha consentito di salvare Eliana. La storia l’avevamo raccontata nel cortometraggio “Come una rosa “, vincitore del premio speciale al Care Film Festival di Monza.
Di recente sono stato contattato da un bambino di 12 anni, Davit, di Batumi in Georgia, che ha avuto la disavventura di cadere dallo scuolabus, assieme ad altri 5 compagni. Lui ha avuto la peggio. Nell’impatto ha riportato una frattura cranica multipla ed un ematoma extradurale cerebrale. Una di quelle urgenze che in tanti posti, dove non esiste il Neurochirurgo, viene operata dal Chirurgo Generale.

Davit viene operato, e bene, dai colleghi georgiani, ma resta privo di opercolo osseo cranico e pertanto costretto a non frequentare la scuola per paura di traumatismi che se anche banali per tanti bambini, potrebbero arrecargli danni importanti, dato che Davit è senza la protezione della teca cranica.
Inizialmente gli viene confezionato un cappellino-casco con funzione di protezione, ma gli specialisti del posto gli dicono che non è possibile pensare ad una ricostruzione della teca cranica, perché il bambino è ancora in via di sviluppo.
I genitori si mettono in moto e provano a contattare altri specialisti tramite le associazioni locali sia in Russia che negli Stati Uniti. Tutti danno loro la stessa risposta: non si può impiantare una protesi ad un bambino in crescita.
Per una caso fortuito, vengono a conoscenza che all’ Ospedale San Bortolo di Vicenza, dove io lavoro, 7 anni prima era stata operata una bimba di 4 anni per un analogo intervento ricostruttivo dopo un incidente stradale.
All’epoca ricordo bene che, dopo l’intervento, tentai di pubblicare l’intervento come “case report” su riviste specialistiche, essendo il primo caso in Europa di protesi cranica in ceramica su un paziente così piccolo, ma mi risposero che nei bambini al di sotto dei 10 anni non era consigliabile farlo anche se non vi erano evidenze scientifiche ufficiali contrarie e pertanto respinsero la pubblicazione.
Anche allora, per il bene della paziente, dopo adeguati colloqui informativi coi genitori su tutti i rischi correlati a tale tipo d’impianto, decisi di procedere con l’intervento chirurgico, compiendo una scelta che sostanzialmente mi lasciava completamente solo nelle responsabilità assunte. La bimba ora ha 12 anni e sta bene. Il cranio si sta ben sviluppando e la protesi segue le linee di crescita della teca cranica ed è perfettamente inglobata.
Questo caso ha trovato la via di internet grazie alla presentazione che facemmo ad un congresso nazionale della Società Italiana di Neurochirurgia.
Il piccolo Davit ed i suoi genitori ne sono venuti a conoscenza ed hanno voluto tentare questa possibilità insieme a noi.
Ci siamo scritti, hanno inviato le Tac, le foto del bimbo e poi si è messa in moto la macchina della solidarietà per organizzare il viaggio e l’intervento per Davit a Vicenza.
Sono state coinvolte diverse persone oltre ad Obiettivo Ippocrate ed a Team For Children.
L’intervento è andato bene e Davit è rientrato a casa in Georgia, dove a settembre potrà riprendere la scuola e a giocare coi suoi compagni.
Quello che ho fatto io di sicuro lo avrebbero fatto in molti colleghi in giro per l’Italia, ma io ho l’onore e la forza di dirlo a voce alta grazie alla consapevolezza e sensibilità maturata con Obiettivo Ippocrate, assieme a pochi altri che hanno capito che linee guida e Legge Gelli non vanno a favore dei professionisti e nemmeno dei pazienti.
L’unica via d’uscita rimane la depenalizzazione dell’atto medico e la necessità di perizie tecniche certificate nei contenziosi, con assunzione di responsabilità da parte di chi le redige.

Giampaolo Zambon
Segretario Obiettivo Ippocrate 

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