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orario eccessivo ed infarto del miocardio – Cassazione

L’attitudine del lavoratore a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi aziendali non escludono in alcun modo la responsabilità del datore di lavoro ove le condizioni lavorative abbiano svolto un ruolo comunque concausale nella produzione dell’evento lesivo. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9945 dell’8 maggio 2014.

IL FATTO

Lavorava senza tregua, portandosi anche il lavoro a casa, pur di raggiungere gli obiettivi che il suo datore, una grossa società di telecomunicazioni, gli aveva assegnato. Stefano S. – funzionario della “Ericsson tlc” – non si era mai lamentato per questo stress continuo. Ma un carico di undici ore di lavoro al giorno alla fine lo ha portato all’infarto. Ora la Cassazione ha stabilito che una morte del genere deve essere risarcita dal datore che non può ignorare «le modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro».

Alla moglie e alla figlia del dipendente morto per infarto dovuto ai «ritmi insostenibili» dell’attività lavorativa, la società deve corrispondere, rispettivamente, 434mila euro e 425mila euro, oltre agli oneri accessori.
Senza successo, la Ericsson è ricorsa in Cassazione contro la decisione della Corte di Appello di Roma che, nel 2011, aveva accolto la richiesta di risarcimento danni patrimoniali e materiali avanzati dalla vedova di Stefano S. anche in nome della loro unica figlia, ancora minorenne. In primo grado, invece, il Tribunale aveva negato la responsabilità del datore.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Ad avviso della Suprema Corte, «con motivazione logicamente argomentata e giuridicamente corretta», il verdetto di appello ha ritenuto che «la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti».

Inoltre, secondo gli “ermellini” il datore non può sostenere «di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte».
Per la Cassazione, «deve infatti presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza, in capo all’azienda, delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, in quanto espressione ed attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dall’imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne».

Nel caso in questione era emerso che Stefano S. «per evadere il proprio lavoro, era costretto, ancorché non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all’esigenza di realizzare lo smaltimento nei tempi richiesti dalla natura e molteplicità degli incarichi affidatigli dalla “Ericsson».

In base alla ctu, l’infarto che lo colpì, un martedì mattina al lavoro, «era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative». Senza successo la società si è difesa dicendo che i «ritmi serratissimi» adottati da Stefano S. «non erano a lei imputabili ma dipendevano dalla attitudine» del dipendente «a sostenere e a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi».

ALCUNI PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI

L’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento

In ordine alla responsabilità del datore di lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 2038 del 29 gennaio 2013, secondo il quale l’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi. La stessa sentenza, peraltro, in una fattispecie di mobbing, rileva che la riconosciuta dipendenza delle malattie da una “causa di servizio” non implica necessariamente, o può far presumere, che gli eventi dannosi siano derivati dalle condizioni di insicurezza dell’ambiente di lavoro, potendo essi dipendere piuttosto dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell’organismo del dipendente esposto ad un lavoro impegnativo per un lasso di tempo più o meno lungo, restandosi così fuori dall’ambito dell’art. 2087 cod. civ., che riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici.

Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 18626 del 05 agosto 2013 ha affermato il principio generale in materia secondo il quale la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. Pertanto, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia.

In ordine alla rilevanza dell’infarto sul piano infortunistico sul lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 12685 del 29 agosto 2003 ha precisato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, la causa violenta consiste in un evento che con forza concentrata e straordinaria agisca, in occasione di lavoro, dall’esterno verso l’interno dell’organismo del lavoratore, dando luogo ad alterazioni lesive. Con riguardo a un infarto cardiaco, che di per sè non integra la causa violenta, va accertato se la rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore sia da collegare causalmente a specifiche condizioni ambientali e di lavoro improvvisamente eccedenti la normale adattabilità e tollerabilità, sì da poter essere considerate, sia pure in termini di mera probabilità, fattori concorrenti e da far escludere che si sia trattato del semplice effetto logorante esercitato sull’organismo da gravose condizioni di lavoro.

Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 19682 del 23 dicembre 2003, secondo la quale, in tema di infortuni sul lavoro, lo sforzo fisico, al quale possono essere equiparati stress emotivi e ambientali, costituisce la causa violenta, ex art. 2 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, che determina con azione rapida e intensa la lesione. La predisposizione morbosa del lavoratore non esclude il nesso causale tra lo stress emotivo e ambientale e l’evento infortunistico, in relazione anche al principio della equivalenza causale di cui all’art. 41 cod. pen., che trova applicazione nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dovendosi riconoscere un ruolo di concausa anche ad una minima accelerazione di una pregressa malattia (nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., ha ritenuto sussistente l’occasione di lavoro in relazione al decesso del responsabile di uno stabilimento, già affetto da patologia cardiaca, avvenuto a causa di un infarto determinato da stress emotivo, conseguente all’attivazione dell’allarme antincendio dello stabilimento e alla necessità di un suo intervento, e da stress ambientale, riconducibile alla rigida temperatura esistente all’esterno).

In precedenza, Cass. Sez. L, Sentenza n. 13982 del 24 ottobre 2000 aveva affermato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, al fine di determinare se a un infarto cardiaco – che di per sè rappresenta una rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore concentrata in una minima misura temporale e quindi integra una “causa violenta” – è riconoscibile un’eziologia lavorativa, va accertato se gli atti lavorativi compiuti, ancorché non caratterizzati da particolari sforzi e non esulanti dalla normale attività lavorativa esercitata dall’assicurato, abbiano avuto l’efficienza di un contributo causale nella verificazione dell’infarto.

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lavoro senza soste

Ecco cosa emerge da alcuni studi:

L’eccesso di stress fa crescere la probabilità di disturbi e patologie. – Le cattive condizioni fisiche allungano anche la durata di esami e interventi. – Se si dorme troppo poco cresce del 16% la probabilità di incidenti d’auto.

 

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“Il disagio del medico” di Massimo Misiti

Salve,
mi rendo conto che poco, o nulla, possa interessare nel quotidiano al politico, al manager, all’uomo della strada del disagio dei medici e degli “esercenti la professione sanitaria”, ma che questo  non interessi neanche agli stessi è il massimo della delusione e dello scoramento.
Il pianeta sanità è diventato da un po’ di tempo a questa parte l’orsetto del luna-­park su cui
tutti esercitano il loro tiro, nello specifico oggigiorno:

  • per poter partecipare ad un concorso per una professione sanitaria “è consigliabile” frequentare dei corsi propedeutici, a pagamento.
  • Le tasse universitarie, si pagano da tutte le parti, nulla questio.
  • Gli iscritti del 5°e del 6° anno delle facoltà di Medicina e Chirurgia possono, se vogliono, cominciare a pagare i contributi Enpam.
  • Appena laureati è obbligatoria, l’iscrizione all’ordine dei medici con quota annuale e il pagamento della polizza assicurativa (assicurazioni che speculano e ci obbligano al pagamento di premi assurdi)
  • Ma chiaramente ci sono i corsi ECM, quasi tutti a pagamento, e gli aggiornamenti vari…e così via.

Torno al mio pensiero ricorrente, ma quanto conviene questo sistema Sanitario, quanto è importante essere aggiornati e pronti a rispondere alle esigenze dei pazienti se poi ti senti soltanto un animale da produzione di denaro per i grandi sistemi e non hai possibilità né di dialogo né di confronto se non sei ai vertici di un sistema, che non è mai stato capace di creare lobby ma neanche rappresentanze di categoria ascoltate e rispettate.
Eppur vero che l’arte medica è una missione, ma in questa missione non è previsto che ci sparino addosso tutti senza tregua e senza che noi si abbia possibilità di difesa. Non si può sempre assecondare il manager/dirigente di pianeta sanitario, spesso e volentieri ignorante e non  competente, che si arroga il diritto di dare del “tu” in modo confidenziale e spesso arrogante e ordina di eseguire gli ordini perché così è se “ti” piace.
E’ necessaria una maggiore partecipazione nella vita societaria di categoria e va preteso il rispetto della propria dignità di medico e/o esercente la professione sanitaria.

Massimo Misiti, ortopedico

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Testimonianza di un collega cardiologo

PROFILI CRITICI DELLA CITAZIONE DIRETTA.

Sono un cardiologo che opera presso una struttura pubblica. Mi è sempre stato detto che come dipendente pubblico avrei risposto dei danni cagionati ai miei pazienti solo in caso di accertata mia colpa grave. Alla prova dei fatti questa affermazione si è rivelata inesatta. Mi è capitato infatti di essere citato direttamente da un paziente e condannato in solido con la mia Azienda a risarcire il danno. Preciso che sono stato condannato senza approfondire assolutamente se il grado della mia colpa aveva assunto il profilo di “grave”. In aggiunta in questi giorni sto rischiando di subire l’esecuzione della sentenza a seguito di un comportamento passivo della mia Azienda. Alla faccia della responsabilità limitata alla colpa grave!

Mi chiedo ora se  veramente il DDL Gelli, quando sarà legge, saprà tutelare gli operatori sanitari in coerenza con la nuova regola. Lei che ne pensa?

Personalmente mi sono sempre stupito ed anche rammaricato per quello che Lei sta evidenziando, ho infatti sempre valutato questo fatto una “stortura”. I giuristi semplicizzano chiarendo che il terzo interessato è estraneo al “patto tra Stato e pubblico dipendente” riguardo la limitazione della responsabilità alla colpa grave. Su questa base, aggiungono, è corretto il fatto che il medico risponda nei confronti del terzo ai sensi del codice civile, salvo poi l’applicazione di quanto previsto circa la colpa grave.

Spero ora che questo aspetto verrà chiarito in sede di stesura finale del DDL evitando auspicabilmente di ricorrere, come troppo spesso accade, al giudizio interpretativo.

 

Ennio Profeta – consulente SanitAssicura

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La cura di Te – Fed. Ordini FNOMCeO

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il Presidente del Ordine dei Medici di Verona Dr. Roberto Mora si iscrive a Obiettivo Ippocrate

iscrizione dr. Roberto Mora

Grazie alla sensibilizzazione del Dr. Giovanni Leoni (Presidente dell’Ordine dei Medici di Venezia) e del Dr. Michele Valente (Presidente dell’Ordine dei Medici di Vicenza), anche il Presidente del Ordine dei Medici di Verona si è iscritto ad Obiettivo Ippocrate.

Avanti tutti assieme!

 

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Perché è giusto che i medici siano tutelati (fonte: L’Espresso)

Il sistema Usa vive sotto il ricatto degli studi legali e delle cause intentate dai pazienti insoddisfatti. Ma è un meccanismo che alla fine va a discapito prorio dei malati. E in Italia non va copiato.

C’è un disegno di legge di grande importanza che in questi giorni, dopo essere stato approvato dalla Camera dei Deputati, è in discussione al Senato. Un testo che – tra altre cose – pone limiti alle cause contro i medici. A molti potrà far storcere la bocca, ma si tratta di un provvedimento sacrosanto. Per spiegare perché, ricorrerò alla mia esperienza negli Usa dove ho avuto modo di imbattermi nel sistema sanitario (e parlo del migliore), ricavandone un’impressione spaventosa. E le cause contro i medici sono una delle ragioni all’origine del giudizio.
Fare causa al chirurgo che ti ha operato o al medico che ti ha prescritto un farmaco è diventato una sorta di sport nazionale in America, uno sport dietro al quale c’è una grande business in mano a studi legali spregiudicati. Questi bombardano il paziente fin dagli atrii degli ospedali, o con martellante pubblicità in tv, radio, social network, invitandolo a fare causa al proprio dottore o al proprio ospedale nel caso una cura non sia andata come previsto.
Non importa che il medico abbia fatto tutto ciò che era possibile: ci sarà sempre un perito pronto a dare una “seconda opinione” in grado di far nascere un ragionevole dubbio. Il medico o l’ospedale, pertanto, rischieranno di dover pagare cifre enormi, il paziente potrà fare una piccola fortuna, che comunque è una frazione di quella che spetterà allo studio legale il quale, di solito, prende il 60-70 per cento dell’eventuale risarcimento. Così molti medici cercano di evitare il rischio di operazioni che, per motivi del tutto naturali (per esempio, aderenze post-operatorie) potrebbero facilmente prestarsi a cause milionarie.
Un esempio. Mi hanno fatto vedere dati ancora in elaborazione sul tasso di mortalità del tumore alle ovaie negli Stati Uniti: negli ultimi anni sono in forte crescita, perché i medici cercano di evitare di asportare le ovaie alle donne temendo di essere chiamati in causa per aver impedito loro di avere figli. Lo stesso vale per altri tipi di tumori e malattie critiche. Una follia che prescinde dalla bravura del medico o dall’eccellenza delle strutture di cura. Una follia che, oltre a paralizzare un sistema impedendogli di fare ciò che è giusto, comporta anche costi spaventosi. Ogni ospedale, clinica e medico deve infatti premunirsi dalla prospettiva di essere rovinato, per cui sottoscrive costosissime polizze assicurative, che finiranno per gravare sui costi del paziente.
Qualche esempio. Un ginecologo mio amico, di grande livello (ma non certo il migliore) ha pagato un’assicurazione di 750.000 dollari nel 2014. Un parto cesareo in un noto ospedale di Boston è costato alla moglie di un mio conoscente 50.000 dollari, il banale lavaggio di un “port-a-cath” 1.470 dollari (è il dispositivo che consente di fare chemioterapia senza danneggiare le vene; il lavaggio è gratis in ospedale in Italia, la Regione Lazio rimborsa all’ospedale 6 euro); un solo ciclo di chemioterapia oscilla tra i 30.000 e i 60.000 dollari. Per un intervento al cuore con inserimento di un by-pass la cifra minima è di mezzo milione di dollari in un ospedale minore.A peggiorare le cose, un sistema sanitario fondato su coperture assicurative private determina pressioni e stress sui medici che si ripercuotono sul paziente. Le assicurazioni, infatti, dettano tempi e rimborsi per ogni degenza, superando i quali può nascere un contenzioso tra ospedale e assicurazione (che si rifiuta di pagare quanto dovuto). Ne consegue che le strutture di cura impongano ai loro chirurghi di fare quante più operazioni possibili in un giorno, magari riducendo a due ore il tempo di un intervento che ne richiederebbe il doppio o il triplo. Stesso discorso per i tempi di degenza: in entrambe i casi, più i tempi si riducono, più l’ospedale è produttivo, più ci guadagna.
Per queste ragioni ho trovato un sistema del genere molto simile a un incubo, peraltro incapace di assistermi tempestivamente nel momento in cui avevo bisogno per il timore degli specialisti di una causa dietro l’angolo. E per questo auspico che il disegno di legge approdato al Senato sia approvato senza stravolgimenti (la lobby degli avvocati è potente…), ponendo fine a una tendenza che si sta sviluppando anche nel nostro Paese.
Riflettiamo su alcuni aspetti. In Italia, un medico specializzando di 32 anni che partecipa a interventi chirurgici ed è essenziale al funzionamento di un ospedale guadagna 1.600 euro al mese (un suo equivalente statunitense non prende meno di 130.000 dollari l’anno). Non è coperto da assicurazione, che deve pagarsi da solo e, appena finita la specializzazione, ha poche prospettive di trovare un lavoro. Non molto migliore, in proporzione, è la condizione economica e operativa di straordinari medici più anziani che continuano a rappresentare eccellenze capaci di salvare vite senza alcun costo per il cittadino. Quale incentivo avrebbero in futuro a mettere in gioco la loro vita di fronte al rischio di pesantissime cause? La sanità pubblica andrebbe incontro a una paralisi, e solo allora, forse, tutti si renderebbero conto del valore di un sistema che, pur tra tanti difetti, consente a tutti di essere curati (in molti casi gratis) con risultati che, confrontati con quelli di altri grandi Paesi avanzati, rimangono di assoluto valore.
Leonardo Maugeri –

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assicurazione deputati – 3.8.2016

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COSA FARE PER TRANQUILLIZZARE MEDICI e PAZIENTI? Teoria e pratica.

simbolo-medicina-fig1Chi ci conosce sa che, in qualità di medici dipendenti (con significative responsabilità cliniche e gestionali) ed in qualità di sindacalisti medici (con responsabilità nazionali del secondo sindacato medico autonomo, prima, e di una confederazione autonoma della dirigenza, poi) ci siamo battuti, per decenni (era il lontano 1990) perchè i medici dipendenti (e non solo loro, ovviamente) fossero coperti da una adeguata assicurazione professionale, che li tutelasse pienamente relativamente alla professione medica (che non è una scienza esatta) e che consentisse loro di affrontare con serenità le quotidiane, difficili, decisioni cliniche. Anamnesi pignola, Esame obiettivo accurato, Preparazione specifica aggiornata, Ipotesi diagnostiche probabili e possibili, Accertamenti diagnostici corretti e disponibili, Diagnosi finale, Terapia conseguente (medica, chirurgica, riabilitativa), Colloquio chiaro con il paziente, etc etc etc…NON ESCLUDONO CHE, poi, NON POSSA NASCERE UN CONTENZIOSO LEGALE, inizialmente penale e poi civile.
In questi 27 anni, le cronache sanitarie si sono riempite di migliaia di procedimenti legali, inizialmente solo contro i medici e poi – sempre più frequentemente – contro intere equipe sanitarie. Non scriviamo nulla di nuovo, se focalizziamo il fatto che, in 20 anni di professione, l’80% dei medici ha la possibilità di essere “travolto” da almeno 2 contenziosi legali, che gli sconvolgeranno la vita, anche se alla fine tutto finisse in una bolla di sapone. E’ quello che, per 2 volte, è successo a chi scrive. Per carità, nessun rinvio a giudizio. Ma le 2 cause mi hanno rovinato almeno 6 anni di vita professionale, oltre ad avermi fatto capire alcune VERITA’ FONDAMENTALI. LA PRIMA in un PAESE CIVILE, quale il nostro non è, il cittadino, la persona (malata o no) che si rivolga ad una struttura sanitaria (pubblica e privata) dovrebbe AVERE la CERTEZZA AUTOMATICA che essa sia PIENAMENTE COPERTA dai RISCHI PROFESSIONALI e dagli incidenti “occasionali” (es. rottura di letto; black-out energetico etc etc). Chi entra in una siffatta struttura dovrebbe sentirsi protetto, sul piano personale, professionale e strutturale. Ma l’Italia non è un paese civile e, così, ancora nel 2016 il 98% delle strutture sanitarie non dispone di una siffatta copertura assicurativa globale. Anzi, la pesante crisi economica ha fatto sì che, anche nelle Regioni del Nord, le ASL abbiano attivato (su input regionale) una copertura assicurativa che prevede FRANCHIGIE, financo di 400-500.000 euro. Per non parlare di altre quisquilie quali la vetustà del 50% degli ospedali pubblici (aspetteremo altri terremoti?), i persistenti sotto-organici, rispetto agli standard UE ed USA, financo il mancato rispetto degli ultra-trentennali standard di Donat Cattin, mai aggiornati totalmente. Anzi, peggiorati dalla crisi economica che induce le Regioni a tagliare i REPARTI SPECIALISTICI, a ridurre il numero dei DIPARTIMENTI e dei PRIMARIATI (od equivalenti), a taglieggiare sull’aggiornamento tecnologico e sulla copertura delle piante organiche.
LA SECONDA: L’EMERGENZA. La seconda verità nasce da quanto sopra ricordato. Le principali criticità ospedaliere, oggi, riguardano l’INTERO SETTORE dell’EMERGENZA, territoriale ed ospedaliera, con quel che ne segue, di notte e nei festivi, in quante sale operatorie l’organico medico è “numericamente corretto ed adeguatamente specialistico”?.
LA TERZA: I CONTRATTI PUBBLICI. Se il rischio professionale medico è un po’ piu’ contenuto, oggi, rispetto a 26 anni fa non è merito delle leggi, ma dei contratti. Per decenni abbiamo sperato che la politica si facesse carico del rischio sanitario. Invano. Noi, di persona, abbiamo avuto una serie di ripetuti incontri su questo tema con una serie di Ministri e Sottosegretari: De Lorenzo, Garavaglia, Costa, Guzzanti, Bindi, Veronesi, Sirchia, Storace, Turco, Fazio. Altri, dopo di noi, li hanno avuti con Balduzzi e con la Lorenzin. Invano. Abbiamo scritto disegni di legge in merito, mai arrivati in aula. E non ci si venga a dire che la legge Balduzzi abbia risolto i problemi. Anzi. Basta analizzare le pubblicità radiofoniche, quotidiane. Per fortuna che i sindacalisti medici (soprattutto quelli della CIMO) sono riusciti a far inserire all’interno dei contratti di lavoro alcuni articoli, che hanno parzialmente tutelato la categoria. Si tratta degli articoli 24 e 25 del CCNL 08/06/2000; dell’art.21 del CCNL 3/11/2005, innanzitutto. Ma ancor oggi ci chiediamo quale sia stata la loro applicazione concreta e come sarebbero, oggi, riscritti quei testi, se finalmente il governo Renzi decidesse di riavviare seriamente il rinnovo dei CCNL e delle Convenzioni.
LA QUARTA: I MEDICI. I corsi di risk-management non sono risolutivi. Conosciamo troppo bene i colleghi, per non sapere che una percentuale importante di loro ritiene  di non dover attivare una polizza assicurativa personale perchè “tanto c’è quella dell’Ospedale”. Oppure, se ce l’hanno, sono privi di una tutela legale specifica. Il tutto, con coperture adeguate e con clausolette ben chiare!.
LA QUINTA: L’AVVISO di GARANZIA. Coglie impreparato il medico che, non sapendo bene cosa fare, o si fida dell’ASL o commette una serie di errori procedurali. Tanto piu’ gravi se la cartella clinica è sequestrata e se viene richiesta l’autopsia, atto irripetibile. Da richiedere sempre la presenza di un perito di parte, esperto.
LA SESTA: I PAZIENTI ed i loro PARENTI. Che, spesso, si fanno abbindolare dall’Avvocato che trovano sulle porte della struttura, dalla pubblicità ingannevole, dal fatto che – nel contenzioso penale – non sono costretti a spendere, subito, grosse cifre. Anzi…..
LA SETTIMA: Sindacati si, sindacati no. Ci sono sindacati medici che, all’interno della tessera sindacale, prevedono una qualche forma di tutela legale. Ma ognuno può capire che un singolo avvocato (sia esso o civilista o penalista) non può nè essere a conoscenza delle specificità delle singole specialità nè essere in grado di coprire tutta la penisola. Conseguenze? Ovvie… Il medico è lasciato solo, si agita, sbaglia procedure, sbaglia scelta del legale e del perito, si imbarca in un’avventura costosa, anche se finisse “bene”.
ED ALLORA?
Poiché il parlamento non ha varato norme che OBBLIGHINO le ASL ad ASSICURARE  INTEGRALMENTE PERSONALE, PAZIENTI e STRUTTURE, occorre che il professionista si tuteli pienamente, per la sua tranquillità personale, professionale e di vita. Come? Non solo attivando una polizza assicurativa specifica e con buona copertura, ma anche spendendo qualche euro supplettivo per garantirsi UN CONSULENTE GLOBALE. Quello che gli controlli la validità della polizza e CHE, soprattutto, GLI GARANTISCA – in caso di avviso di garanzia o di ipotesi di contenzioso – una CONSULENZA IMMEDIATA e SPECIFICA, 24 ore su 24 e su tutto il territorio nazionale. In altri termini, un MUTUO SOCCORSO LEGALE per MEDICI, con legali e consulenti tecnici a fianco dei medici, per ottimizzare la difesa.
PER NOI, questo dovrà essere il futuro.  C’è da chiedersi se i vertici attuali della CATEGORIA MEDICA siano concretamente sensibili, o meno, a questo fondamentale aspetto professionale.
Ad maiora!

Stefano Biasioli
Gia’ Capo Dipartimento di Medicina Specialistica Ex-Presidente CIMO Past-President CONFEDIR Presidente FEDERSPeV Vicenza Consigliere del CNEL Pensionato con Libera Professione.

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Se la vita si allunga e la Sanità si restringe – 11.10.2016

In Italia, come in tutti i Paesi Occidentali, la vita media, pur con una leggera flessione nel 2015, è notevolmente cresciuta. Merito di abitudini alimentari migliori, di una maggiore prevenzione, di un Sistema sanitario che, bene o male, funzionava, della sempre minore incidenza di lavori usuranti e di altri fattori che hanno reso migliore la qualità della vita. Questo è il bicchiere mezzo pieno. Ma, anche a volere vedere la realtà con gli occhiali rosa e lasciarsi andare al più confortante degli ottimismi, non si può non riconoscere che il bicchiere è mezzo vuoto e che in Italia la situazione della Sanità è in costante peggioramento. Persino il presidente Luca Zaia, che non perde occasione per esaltare la Sanità regionale – anche quando la classifica del Ministero in base ai LEA la retrocede dal 5° al 7° posto -deve ammettere che “per la prima volta nella storia d’Italia nel 2015 è scesa l’aspettativa di vita della persone” e ne indica il motivo nei tagli “che si sono susseguiti e che ancora ci attendono nel futuro e che ci hanno portato verso quel 6,5% del Pil dedicato alla Sanità che l’OMS indica come soglia sotto la quale inizia a calare l’aspettativa di vita della gente”. Purtroppo sono sempre più numerosi gli indicatori che danno ragione a Zaia: nell’ultimo Rapporto Eurostat sui posti letto negli ospedali, l’Italia è nettamente sotto la media europea (350 contro 526) e secondo l’Euro Health Consumer Index 2015 nella graduatoria della qualità dei servizi il nostro Paese retrocede dal 21° al 37° posto. Gli allarmi sullo stato di Salute della Sanità arrivano da ogni parte ma chi ci governa fa orecchie da mercante. Evidentemente troppo presi dal reperire qualche elemosina da distribuire a pioggia per andare a caccia di consensi che tutte le proiezioni indicano in calo, a Roma insistono nel tagliare due miliardi alla Sanità, e senza pudore finanziano i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) con 800 milioni, quando servirebbero 3 miliardi. I soldi che mancano dovranno essere reperiti, secondo il Governo, estendendo i ticket, riducendo i centri di spesa e le gare d’acquisto e spingendo al massimo gli obiettivi di appropriatezza. Certo è che se per l’”appropriatezza” si limitano le ricette sui farmaci e il numero di esami prescrivibili, le spese calano ma a pagare sono i pazienti, sempre più costretti a ricorrere al proprio portafoglio e alla sanità privata. I pazienti che possono permetterselo, ovviamente. E gli altri? Aumenta il numero di italiani che rinunciano alle cure, che rinviano esami anche necessari, che non portano i figli dal pediatra, che rinviano le cure dentarie. Una situazione che ha fatto dire a qualcuno che in Italia stiamo assistendo al “funerale della sanità pubblica”. Nel nostro Paese, più che in altre realtà europee, aumenta la diseguaglianza economica e i più ricchi hanno accesso alle migliori opportunità sanitarie. Compito di un corretto Sistema sanitario sarebbe di eliminare il più possibile queste disuguaglianze ma non è così,anzi la situazione va sempre più peggiorando. Si fa tanto parlare di “sostenibilità della spesa sanitaria pubblica” ma se le cose non miglioreranno in fretta ci si dovrà preoccupare della “sostenibilità della spesa privata”.  A Roma lo sanno, tant’è che si parla di incrementare le mutue professionali e le assicurazioni, ovviamente a spese dei cittadini. Di questo passo si rischia di arrivare a un’assistenza sanitaria su tre direttrici: i LEA e il welfare pubblico per i povericristi, i disoccupati e i pensionati,  le mutue private per chi ha il posto fisso e le assicurazioni per i più fortunati che possono permetterselo.  Un panorama di questo tipo si potrà ancora definire Sistema Sanitario Nazionale?

Il timore di denunce “frena” i chirurghi

Dopo la “medicina difensiva” ora si parla apertamente anche di “chirurgia astensiva”. E’ l’allarme lanciato dal presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani, Diego Piazza, che spiega come le sempre più numerose denunce di pazienti a caccia di risarcimenti spingono il 30 per cento dei chirurghi italiani alla rinuncia a effettuare interventi rischiosi. “In Italia c’è stata negli ultimi anni una vera e propria esplosione del contenzioso medico-legale che ha determinato un considerevole aumento dei premi assicurativi. La situazione, sempre più difficile da gestire, sta causando una vistosa crisi della vocazione chirurgica tra gli studenti”. Piazza ha anche lanciato un allarme preoccupante ponendo sotto accusa la qualità scadente della strumentazione a disposizione dei chirurghi, a causa delle gare d’acquisto dei dispositivi medici fatte al ribasso. “La conseguenza è che ci si ritrova a operare con strumenti di bassa qualità ma la responsabilità finale è sempre e solo del chirurgo”. La denuncia è stata fatta pervenire al ministro Lorenzin, che vuole accorpare le gare d’acquisto a livello nazionale, che ha risposto in perfetto politichese dichiarandosi “d’accordo sul confronto con le società scientifiche sulla definizione delle centrali uniche d’acquisto, nel rispetto della trasparenza”.

L’Acoi ne ha preso atto ma ha sottoposto la questione anche al presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone. Non si sa mai!

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Protetto: Filmato “Come Una Rosa” (Care Film Festival)

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