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“Money.it – come procedere e chiedere il risarcimento danni”…Ormai siamo alla deriva etica!

Vicenza, 13 luglio 2019

Gent.le Direttore,

sulle pagine di “Money.it” la giornalista Isabella Policarpio ha voluto informare i Cittadini su “ come procedere e chiedere il risarcimento danni” dopo una denuncia per malasanità. Meno male! Finalmente una buona notizia!
I Cittadini sentivano l’urgenza di sapere come muoversi nei meandri di così complesse e articolate procedure e adesso che ne sono a conoscenza potranno scatenare le loro pulsioni più profonde per irrompere nel delicato sistema di fiducia del rapporto medico paziente e finalmente avere il giusto riconoscimento dei loro diritti anche se il prezzo da pagare sarà quello di distruggere, seppure ce ne fosse stato ancora il bisogno, l’ultimo frammento di relazione significativa tra malato e curante sul quale si è fondata l’antica e la attuale prassi medica. Grazie a questa dettagliata ed esaustiva serie di indicazioni i Cittadini potranno trarre ulteriori buoni vantaggi dal rapporto con la Sanità Pubblica e gli operatori e sarà completato il disegno criminoso di distruggere definitivamente il Servizio Pubblico per dare spazio alla confusione normativa e al passaggio di consegne dell’intero sistema alle organizzazioni private.!

Ormai siamo alla deriva etica!

Tutto è permesso e raramente abbiamo visto alzarsi il grido di sdegno da parte delle Istituzioni.

Cittadinanzattiva e gli oltre 300 sportelli dei Tribunali per i Diritti del Malato presenti in Italia, hanno costruito negli ultimi 40 anni relazioni significative con gli operatori della Sanità Pubblica e Privata, confidando innanzitutto sulla buone pratiche operative e sulla necessità e capacità degli operatori di dare il meglio della loro Scienza, Coscienza e Competenza avendo cura di non ledere i diritti fondamentali del malato e delle loro famiglie.

E’ accaduto talvolta di assistere a degenerazioni delle prassi operative e cliniche che hanno causato gravi conseguenze per i pazienti e allora siamo stati in prima linea a denunciare pubblicamente le azioni dolose o quelle dettate da imperizia e per inadempienze organizzative. Sempre in accordo con gli operatori che non possono non rimanere ancorati al loro giuramento etico e schierarsi dalla parte del malato.

Questa modalità di collaborazione e reciproca fiducia è stata vincente ed ha creato, negli ultimi anni, una crescente sintonia e collaborazione che ha portato a costituire prassi di tipo conciliativo piuttosto che la ricerca assoluta della colpa per finalità che sovente sono sfociate in conseguenze giudiziali. Il dialogo tra cittadini lesi e operatori si è sempre tradotta nel riconoscimento reciproco di avere fatto il meglio per il paziente seppure in presenza di condizioni organizzative precarie.

L’atteggiamento di alcune Agenzie territoriali di pseudo-tutela è invece, dettato dal bisogno di trarre vantaggi economici dal Sistema Sanità e non si riesce a cogliere alcun tentativo di evidenziare aspetti di Tutela e Garanzia scevri dall’agire per via giudiziale.

Soltanto la vergognosa modalità di creare vantaggi immediati per i pazienti lesi e le loro famiglie senza uno sguardo alle conseguenze sistemiche e relazionali che andrebbero preventivamente salvaguardate e tutelate con determinazione e coraggio.

Il SSN è un bene prezioso, un bene che permette a tutti i Cittadini ndistintamente di potersi avvalere dei servizi offerti dal sistema. E’ equo e solidale e deve essere sostenuto da una attenzione speciale agli operatori e ai Cittadini ai quali va riconosciuto impegno e dedizione. Sono l’unico pilastro sul quale si regge la complessa organizzazione del Sistema di Tutela della Salute e oggi assistiamo, per grossolani o voluti errori della programmazione nazionale e regionale, alla deriva e alla omissione dell’impegno nel pubblico.

Mancano, soltanto nel Veneto, circa 1300 medici. Da qui a pochi anni, grazie al prepensionamento per quota 100, ci troveremo a doverci inventare una modalità efficace per tenere in piedi il sistema e ancora oggi con gli occhi bendati e camminando sull’orlo di un burrone assistiamo ai proclami trionfalistici sulla bontà della Sanità Italiana.

Ridiamo valore agli operatori e ai Cittadini, includiamoli nelle decisioni progettando una governance del sistema fluido e decisivo negli impegni. Solo in questo modo saremo in grado di invertire l’attuale tendenza e potremo impedire la deriva etica verso forme di cannibalismo compulsivo che così bene sono rappresentate dall’articolo di Money.it.

I momenti di grave crisi sono quelli che meglio di altri momenti sono in grado di farci cogliere il senso della nostra appartenenza e sono in grado di favorire alleanze trasversali significative. L’alleanza tra medici, operatori della sanità, Cittadini e Istituzioni sarà in grado di invertire l’attuale tendenza che ci condurrà inevitabilmente verso l’impoverimento dei Servizi alla persona? Ci auguriamo di potere incidere, con atti condivisi, sulle coscienze assopite e addormentate perché si risveglino dal torpore del sempre uguale.

Cordialità.

Giuseppe Cicciù

Segretario Regionale di Cittadinanzattiva del Veneto

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CHI DI FACEBOOK FERISCE… (fonte: Stetoscopio – Ordine dei Medici di Vicenza)

(STETOSCOPIO, n. 4 del 18 Marzo 2019)


Se qualcuno ancora dubitava che il disagio dei medici e la misura del loro scontento fossero ormai oltre il limite di guardia, se qualcuno si illudeva che la gente (il “popolo” di cui si riempiono la bocca troppi politici per giustificare ogni loro fatto o misfatto) non capisse le sacrosante ragioni di chi, malgrado tutto, riesce a prestare loro un’assistenza medica dignitosa, quei qualcuno si convincano che dubbi e illusioni non hanno ragione di esistere.
Lo ha clamorosamente dimostrato il successo di firme, like, condivisioni e commenti che ha ottenuto la lettera aperta al Presidente Zaia di un gruppo di medici ospedalieri, iscritti al nostro Ordine e pubblicata nella nostra rivista online. La lettera è stata ripresa su Facebook e quindi inviata – con il consueto tam tam dei social – a innumerevoli indirizzi WhatsApp.
L’iniziativa aveva il sapore della sfida. Poco avvezzi a usare i social media per esternare e affrontare i problemi di una professione che si sta rivelando ogni giorno più difficile per chi la esercita e proibitiva per chi vorrebbe esercitarla, i medici vicentini non hanno gradito l’uso “garibaldino” che Zaia ha fatto di Facebook per affrontare i temi più scottanti della sanità veneta. Avrebbero preferito un approccio più istituzionale, un confronto sul campo per capire le soluzioni previste dal Governatore. Che invece ha preferito seguire la moda (o l’andazzo?) dei social media senza possibilità di un civile contraddittorio.
Troppo facile, Governatore, si sono detti i medici vicentini, che hanno voluto accettare la sfida. I numeri dimostrano che l’hanno vinta, che la categoria è compatta nel denunciare errori, storture, forzature e mancanza di idee valide del sistema veneto che va deteriorandosi sempre più. Gli stessi numeri dimostrano che la gente non è un parco buoi da maneggiare a piacimento. Dimostrano che la gente capisce, si fa carico del disagio dei suoi medici e che non si fa illusioni sul valore taumaturgico di un’Autonomia che, secondo Zaia, dovrebbe risolvere tutti i mali della sanità veneta.
Caro Zaia i social sono pericolosi anche per chi ha alle proprie dipendenze fior di addetti stampa che se ne occupano da mane a sera.
È bastata l’iniziativa di un pugno di medici vicentini, che sono scesi sul terreno scelto dal politico, per dimostrare che la verità è un’altra.
I colleghi e il “popolo” l’hanno capito…e hanno chattato! E ora sono in attesa di un confronto veramente costruttivo nell’interesse di tutti i cittadini della nostra regione.

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Prima gli italiani (medici), lo dicono all’estero!

22 FEBGentile Direttore,
“Prima gli italiani!” Più che uno slogan (mutuato dal più famoso “America first” col quale Trump vinse le elezioni) in Italia è diventato un mantra. Dall’assegnazione delle case popolari ai bandi di assunzione, dalle mense popolari al reddito di cittadinanza, il “prima gli italiani” è sulla bocca di tutti coloro che protestano, in questa Italia “del nostro scontento”.
Al di là del sapore populista e della valenza sciovinista del mantra, la realtà ci dice che in Italia le cose non sono e non funzionano come vorrebbero i più duri e puri proseliti di “prima gli italiani”, perché gli stranieri che operano e vivono nel nostro Paese da oltre dieci anni hanno la cittadinanza italiana così come la stragrande maggioranza di rom e sinti, per non parlare delle liste d’attesa e dei Pronto soccorso che non possono (e non devono) discriminare la sofferenza.
Dove invece il “prima gli italiani” sta diventando quasi una regola aurea è nell’ambito della nostra professione: i medici italiani sono richiestissimi all’estero! Dalla Germania all’Olanda, dall’Inghilterra alla Danimarca e alla Francia, la “caccia” ai nostri giovani (e non solo) è sempre più serrata, con offerte di lavoro e di carriera allettanti.
All’estero non badano a spese: stipendi elevati, casa assicurata, facilitazioni per le famiglie. Non sarà tutto oro ciò che luccica, qualche difficoltà di inserimento andrà tenuta in conto, ma è nei fatti che l’emigrazione dei nostri medici è in costante e preoccupante aumento.
Che dire? Quando negli scorsi anni, da questa rubrica, abbiamo lanciato l’allarme, siamo stati accusati di essere degli arruffapopolo mentre oggi veniamo visti come premonitori di una situazione evidente a tutti: un giovane medico su cinque va a lavorare all’estero. Non eravamo gufi né siamo profeti, ma attenti osservatori delle difficoltà nelle quali si dibatte la professione medica in Italia, dove gli ospedali si vanno vuotando di camici bianchi, per scelte personali e per pensionamenti obbligatori, e dove i concorsi non attirano più i nostri giovani perché fare il medico diventato complicato e con troppi ostacoli – anche di natura deontologica – da superare.
Come sempre i politici si fanno vivi quando l’emergenza non è più negabile. Ma intervengono con chiacchiere e vaghe assicurazioni. E non solo a livello nazionale con i timidi interventi del Ministro alla Sanità, la quasi inesistente Giulia Grillo, ma anche a livello regionale dove Zaia sostiene che i nostri problemi si risolveranno con la tanto attesa e reclamizzata “autonomia”, la panacea di tutti i mali.
Nella pratica però nulla succede, se non vogliamo prendere sul serio il tentativo (andato a vuoto) dell’ULSS di Treviso di attirare in Italia medici ungheresi e romeni. Se all’estero vige il “prima gli italiani” non è che i medici stranieri, se sono bravi e vedendo come sta andando la nostra Sanità, siano tanto sprovveduti da venire in Italia!

Michele Valente
Presidente Ordine Vicenza

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“Prima gli italiani” lo dicono all’estero! (fonte: Stetoscopio – Ordine dei Medici di Vicenza)

(STETOSCOPIO, n. 3 del 7 Febbraio 2019)

Prima gli italiani! Più che uno slogan (mutuato dal più famoso “America first” col quale Trump vinse le elezioni) in Italia è diventato un mantra. Dall’assegnazione delle case popolari ai bandi di assunzione, dalle mense popolari al reddito di cittadinanza, il “prima gli italiani” è sulla bocca di tutti coloro che protestano, in questa Italia “del nostro scontento”. Al di là del sapore populista e della valenza sciovinista del mantra, la realtà ci dice che in Italia le cose non sono e non funzionano come vorrebbero i più duri e puri proseliti di “prima gli italiani”, perché gli stranieri che operano e vivono nel nostro Paese da oltre dieci anni hanno la cittadinanza italiana così come la stragrande maggioranza di rom e sinti, per non parlare delle liste d’attesa e dei Pronto soccorso che non possono (e non devono) discriminare la sofferenza.
Dove invece il “prima gli italiani” sta diventando quasi una regola aurea è nell’ambito della nostra professione: i medici italiani sono richiestissimi all’estero!
Dalla Germania all’Olanda, dall’Inghilterra alla Danimarca e alla Francia, la “caccia” ai nostri giovani (e non solo) è sempre più serrata, con offerte di lavoro e di carriera allettanti.
All’estero non badano a spese: stipendi elevati, casa assicurata, facilitazioni per le famiglie. Non sarà tutto oro ciò che luccica, qualche difficoltà di inserimento andrà tenuta in conto, ma è nei fatti che l’emigrazione dei nostri medici è in costante e preoccupante aumento.
Che dire? Quando negli scorsi anni, da questa rubrica, abbiamo lanciato l’allarme, siamo stati accusati di essere degli arruffapopolo mentre oggi veniamo visti come premonitori di una situazione evidente a tutti: un giovane medico su cinque va a lavorare all’estero. Non eravamo gufi né siamo profeti, ma attenti osservatori delle difficoltà nelle quali si dibatte la professione medica in Italia, dove gli ospedali si vanno vuotando di camici bianchi, per scelte personali e per pensionamenti obbligatori, e dove i concorsi non attirano più i nostri giovani perché fare il medico è diventato complicato e con troppi ostacoli – anche di natura deontologica – da superare.
Come sempre i politici si fanno vivi quando l’emergenza non è più negabile. Ma intervengono con chiacchiere e vaghe assicurazioni. E non solo a livello nazionale con i timidi interventi del Ministro alla Sanità, la quasi inesistente Giulia Grillo, ma anche a livello regionale dove Zaia sostiene che i nostri problemi si risolveranno con la tanto attesa e reclamizzata “autonomia”, la panacea di tutti i mali.
Nella pratica però nulla succede, se non vogliamo prendere sul serio il tentativo (andato a vuoto) dell’ULSS di Treviso di attirare in Italia medici ungheresi e romeni.
Se all’estero vige il “prima gli italiani” non è che i medici stranieri, se sono bravi e vedendo come sta andando la nostra Sanità, siano tanto sprovveduti da venire in Italia!

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E se la centralità non fosse del malato? (fonte: Quotidianosanita.it)

13 DIC – Gentile Direttore,
l’ultimo articolo del Prof. Cavicchi, circa la centralità del malato in sanità, oltre ad insegnarmi una nuova parola come “truismo”, mi ha infastidito nell’intimo in quanto ha risvegliato un pensiero che mi frulla in testa ormai da tempo. La mia esperienza personale, con le difficoltà quotidiane dei professionisti sanitari (medici, psicologi, infermieri, tecnici sanitari), nonostante la stima che nutro per la lungimiranza rivoluzionaria del Prof. Cavicchi, mi porta ormai a ritenere l’assioma della centralità del malato in sanità come fallimentare se non addirittura sbagliato.
 
Sono estremamente cosciente di ciò che affermo e sono convinto di poterlo sostenere con la coscienza pulita di chi, ancora prima di iniziare gli studi di medicina, ha sempre pensato al valore etico e sociale della nostra Professione, mantenendo tale convinzione durante il corso di laurea, la scuola di specializzazione ed i vent’anni di professione che mi porto sulle spalle.

Il valore non solo del malato, ma in generale di ogni singolo individuo, non è solo una stella polare del mio intelletto e del mio mondo emozionale, sarebbe troppo facile, è una pratica quotidiana faticosa ed a volte magari maldestra, ma cosciente e convinta.

Eppure, nonostante questo, vedo col passare degli anni sempre più mortificato chi lavora in sanità; aumentano le distanze tra noi ed i nostri pazienti, la fiducia e l’alleanza hanno lasciato spazio alla diffidenza, alla conflittualità, all’arroganza e naturalmente al contenzioso.

Eppure sono ormai anni ed anni che tutti ci riempiamo la bocca di “truismi”: il paziente al centro, l’autodeterminazione del malato, la comunicazione medico-paziente, l’alleanza terapeutica, la condivisione del percorso terapeutico. Nonostante ciò tutto sta andando a rotoli e la sanità è ormai allo sfascio.

Ergo stiamo sbagliando, la strada non è questa! La soluzione credo stia nella capacità di guardare da dove arriviamo e dove siamo, che ci piaccia o no.

La trasformazione dei nostri ospedali in aziende ha modificato le fondamenta non solo strutturali ed organizzative della sanità, ma anche il nostro modo di lavorare e curare (il prendersi cura sarebbe un truismo “à la mode” più adeguato). Forse a molti di noi questo rincorrere o meglio scimmiottare il mondo imprenditoriale, la logica del business non piace, ma ormai qui siamo.

Allora se la sanità deve reggersi sui principi, sui valori(?), sulle dinamiche imprenditoriali facciamolo, ma facciamolo bene, in linea con i tempi e la modernità del mondo imprenditoriale!

Sono decenni ormai che chi fa impresa, chi è nel commercio non utilizza più il concetto del “cliente ha sempre ragione”, che “il cliente viene prima di tutto”, che il “cliente è il centro del business”, la vera risorsa su cui investire sono i dipendenti, i lavoratori, se sono motivati e valorizzati i primi ad avvantaggiarsene sono proprio le aziende ed i clienti.

Ma allora perché la sanità-azienda non va’ a passo con i tempi e invece di riportare i modelli moderni virtuosi, efficaci ed efficienti del mondo imprenditoriale, ricicla anacronisticamente un modello ormai riconosciuto vetusto e fallimentare nei paesi industrializzati? Per me è un vero mistero.

Ma secondo Lei un professionista valorizzato, motivato, messo nelle condizioni migliori possibili per fare il proprio lavoro a chi porterebbe grandi vantaggi? Secondo me ai malati in primis ed alle aziende sanitarie inevitabilmente.

Voglio infine svelarvi il segreto di Pulcinella: ai malati ed alle persone in generale non interessa essere al centro della sanità, anzi per ragioni facilmente intuibili ne vorrebbe stare proprio al di fuori se non in posizione defilata. Ciò che la gente nel momento del bisogno cerca sono risposte e soprattutto aiuto, il resto sono chiacchiere con le quali, soprattutto chi non lavora nella sanità,  cerca di riempire un vuoto imbarazzante e vergognoso.

Quindi il problema non è più, e forse non è mai stato, se il paziente sia o meno al centro della sanità, ma capire se c’è la volontà, la capacità e lo spessore di chi ci governa e di chi programma la sanità di trovare soluzioni vere o di continuare in questo teatrino dell’assurdo.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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Chirurghi in Italia? Ne resterà soltanto uno (fonte: Quotidianosanita.it)

10 DIC – Gentile direttore,
ho letto l’interessante articolo pubblicato a pg 14-15 del Resto del Carlino Nazionale, di oggi, inerente la carenza di chirurghi negli ospedali. Purtroppo è tutto vero,in Italia mancano e mancheranno i chirurghi e l’unico quotidiano, sia cartaceo che on line, che ha ripetutamente sottolineato il problema della carenza di chirurghi è stato il suo, purtroppo “vox clamantis in deserto”!

Le cronache ci raccontano di giovani medici che non vogliono intraprendere l’attività chirurgica, di specialisti che si licenziano o si autodimettono prima di aver raggiunto l’anzianità contributiva utile ai fini della quiescenza e questo perché?

Come più volte denunciato dalle nostre società scientifiche chirurgiche, dalla Fnomceo, dai sindacati di categoria, la causa del drammatico esodo dei medici è legato alle condizioni lavorative equiparabili ai forzati della Cayenna, con turni di guardia massacranti, ferie non godute, milioni di ore di straordinario non pagate, turni di riposo giornalieri/settimanali saltati, contravvenendo a normative europee e nazionali, un contratto fermo al 2010…. a questo punto e solo a questo punto,la politica si sveglia e afferma che è indispensabile rimpinguare gli organici medici?

Ma ci state prendendo in giro? Solo ora vi accorgete che mancano all’appello personale medico nelle branche chirurgiche e nell’emergenza-urgenza, per non parlare della medicina territoriale?

Perchè i vari governi che si sono succeduti non hanno considerato come lavoro usurante quello svolto dal chirurgo, a differenza del lavoro svolto dalle ostetriche e degli infermieri turnisti di sala operatoria?

Vogliamo parlare dei medici over 55 enni che dovrebbero essere esonerati dai turni di guardia notturni, come da direttive CEE, ma questa direttiva non viene mai ottemperata dalle aziende sanitarie,costringendo a lavorare anche oltre le 60-70-100 ore settimanali?

 E poi mi parlate di errori medici e malpractice? Ma fatemi il piacere! Vi chiedo, vi fareste operare da un chirurgo stanco, stressato o demotivato? Io no!
Mi parlano di rimpolpare gli organici, adesso che i buoi sono scappati e che nessuno vuol più fare il chirurgo ? Dove eravate 10 anni fa,quando tutte le associazioni chirurgiche vi avevano avvertito della mancanza di specialisti? Lo sapete che le scuole di specializzazione in ortopedia non ricoprono i posti che rimangono drammaticamente liberi? Lo sapete che al Maggiore di Bologna i bandi in ortopedia vanno vuoti, così come in Veneto,Toscana,Puglia etcc..da nord a sud,con i posti chirurgici che non vengono ricoperti!

Fra 5 anni mancheranno 40.000 medici e ci sarà un esodo di 5.000 specialisti, tra universitari e ambulatoriali, come da più parti denunciato e questo comporterà non assicurare i servizi nelle seguenti branche: pediatria, ortopedia,chirurgia generale, ginecologia, medicina interna, con tagli ai PL e,quindi, ai reparti con conseguenze drammatiche per l’assistenza.

Ciò che mi fa imbestialire è che se ne accorgano solo adesso, quando tutte le sigle sindacali e tutte le associazioni di categoria, lo “urlavano” da anni, ma sono state state Cassandre inascoltate.

Qualcuno avverta chi amministra la Sanità che l’esecuzione di atti chirurgici, la capacità di decidere in tempi brevi, particolarmente in sala operatoria e nelle aree di urgenza emergenza, necessita di destrezza, resistenza, possesso di equilibrio mentale ed emotivo superiore alla norma, che non hai se non osservi adeguati turni di riposo giornalieri, settimanali, mensili, annuali e se non sei adeguatamente motivato e gratificato eticamente e economicamente.

Inoltre, il blocco del turn over nel SSN ha rallentato il ricambio generazionale e con esso il trasferimento di conoscenze e delle capacità tecniche, vi ritroverete con le corsie piene di pazienti ma vuote di medici,considerato che l’età media attuale degli ospedalieri è 54 anni, ossia la più alta nel panorama mondiale!

Ora siamo considerati i paria della Sanità, i nuovi schiavi che possono essere aggrediti, picchiati, vessati come nuovi servi della gleba, ma la profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!

Meditate gente,meditate!

Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Bologna
Socio onorario di obiettivo Ippocrate 

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MEDICI IN TRINCEA (inchiesta del Corriere del Veneto)

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La storia di Davit: fare il medico senza catene e senza paura

08 LUGGentile Direttore,
mi vedo impegnato in Obiettivo Ippocrate dalla sua nascita. Rappresento molti professionisti sanitari e, come sa, da sempre sosteniamo che le linee guida tanto decantate dalla Legge Gelli, non possono essere delle catene nell’attività del medico, né possono erroneamente essere pensate come una garanzia assoluta per la tutela degli atti sanitari.
Già qualche tempo fa avevamo raccontato dalle pagine del Suo giornale di Eliana, la giovane mamma di 38 anni che, colpita da emorragia cerebrale, era stata operata nonostante le linee guida tutelassero maggiormente una condotta conservativa o forse meglio astensionistica. L’andare oltre le linee guida in quell’occasione, ha consentito di salvare Eliana. La storia l’avevamo raccontata nel cortometraggio “Come una rosa “, vincitore del premio speciale al Care Film Festival di Monza.
Di recente sono stato contattato da un bambino di 12 anni, Davit, di Batumi in Georgia, che ha avuto la disavventura di cadere dallo scuolabus, assieme ad altri 5 compagni. Lui ha avuto la peggio. Nell’impatto ha riportato una frattura cranica multipla ed un ematoma extradurale cerebrale. Una di quelle urgenze che in tanti posti, dove non esiste il Neurochirurgo, viene operata dal Chirurgo Generale.

Davit viene operato, e bene, dai colleghi georgiani, ma resta privo di opercolo osseo cranico e pertanto costretto a non frequentare la scuola per paura di traumatismi che se anche banali per tanti bambini, potrebbero arrecargli danni importanti, dato che Davit è senza la protezione della teca cranica.
Inizialmente gli viene confezionato un cappellino-casco con funzione di protezione, ma gli specialisti del posto gli dicono che non è possibile pensare ad una ricostruzione della teca cranica, perché il bambino è ancora in via di sviluppo.
I genitori si mettono in moto e provano a contattare altri specialisti tramite le associazioni locali sia in Russia che negli Stati Uniti. Tutti danno loro la stessa risposta: non si può impiantare una protesi ad un bambino in crescita.
Per una caso fortuito, vengono a conoscenza che all’ Ospedale San Bortolo di Vicenza, dove io lavoro, 7 anni prima era stata operata una bimba di 4 anni per un analogo intervento ricostruttivo dopo un incidente stradale.
All’epoca ricordo bene che, dopo l’intervento, tentai di pubblicare l’intervento come “case report” su riviste specialistiche, essendo il primo caso in Europa di protesi cranica in ceramica su un paziente così piccolo, ma mi risposero che nei bambini al di sotto dei 10 anni non era consigliabile farlo anche se non vi erano evidenze scientifiche ufficiali contrarie e pertanto respinsero la pubblicazione.
Anche allora, per il bene della paziente, dopo adeguati colloqui informativi coi genitori su tutti i rischi correlati a tale tipo d’impianto, decisi di procedere con l’intervento chirurgico, compiendo una scelta che sostanzialmente mi lasciava completamente solo nelle responsabilità assunte. La bimba ora ha 12 anni e sta bene. Il cranio si sta ben sviluppando e la protesi segue le linee di crescita della teca cranica ed è perfettamente inglobata.
Questo caso ha trovato la via di internet grazie alla presentazione che facemmo ad un congresso nazionale della Società Italiana di Neurochirurgia.
Il piccolo Davit ed i suoi genitori ne sono venuti a conoscenza ed hanno voluto tentare questa possibilità insieme a noi.
Ci siamo scritti, hanno inviato le Tac, le foto del bimbo e poi si è messa in moto la macchina della solidarietà per organizzare il viaggio e l’intervento per Davit a Vicenza.
Sono state coinvolte diverse persone oltre ad Obiettivo Ippocrate ed a Team For Children.
L’intervento è andato bene e Davit è rientrato a casa in Georgia, dove a settembre potrà riprendere la scuola e a giocare coi suoi compagni.
Quello che ho fatto io di sicuro lo avrebbero fatto in molti colleghi in giro per l’Italia, ma io ho l’onore e la forza di dirlo a voce alta grazie alla consapevolezza e sensibilità maturata con Obiettivo Ippocrate, assieme a pochi altri che hanno capito che linee guida e Legge Gelli non vanno a favore dei professionisti e nemmeno dei pazienti.
L’unica via d’uscita rimane la depenalizzazione dell’atto medico e la necessità di perizie tecniche certificate nei contenziosi, con assunzione di responsabilità da parte di chi le redige.

Giampaolo Zambon
Segretario Obiettivo Ippocrate 

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4.7.2018 – Obiettivo Ippocrate e Team for children assieme per Davit



Ricostruiscono cranio di dodicenne (Corriere del Veneto)

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Responsabilità medica. Mettiamo fine a questo tormento medievale (fonte: quotidianosanita.it)

05 GIUGentile Direttore, 
mi occupo, da ben oltre un decennio, dell’assistenza in sede penale dei medici e del personale sanitario in genere. Le difficoltà interpretative delle norme, in un continuo susseguirsi di interventi legislativi confusionari ed assai poco risolutivi (leggi Balduzzi e Gelli-Bianco), hanno finito per generare formidabili tensioni fra tutte le componenti in gioco: direzioni, operatori ed utenza.
Se l’obiettivo fosse stato quello di complicare la situazione, scontentando tutti, evidentemente, esso si sarebbe potuto, come si può, ritenere raggiunto brillantemente; nulla obiettandosi al riguardo.
Mi piace essere franco, anche quando ciò che sostengo finisce per confliggere con i miei interessi personali: la nostra nazione si trova ad un bivio ed occorre decidere quale sorte assegnare ai profili penali della colpa medica, soprattutto in ragione dell’insediamento del nuovo esecutivo di governo che sembra opinare di nuovo come paradigma della sua “mission”.
Non nego la mia simpatia verso la classe medica in ossequio alle tradizioni familiari, ma, vieppiù, l’avere negli anni constatato quali strali generino nei professionisti “avvisati di garanzia” e successivamente in massima parte archiviati i provvedimenti delle Procure della Repubblica ha costituito un triste fardello che mi ha fatto riflettere profondamente sull’utilità non di una sanzione penale (che non giunge quasi mai) ma di un tormento medievale di natura psicologica che si chiama procedimento, indagini preliminari, consulenza del P.M., accertamento irripetibile, incidente probatorio.

È un rosario che si sciorina in automatico e che, nella stragrande maggioranza dei casi (parlo di numeri che conosco direttamente e perfettamente), non conduce nemmeno al giudizio.
A fronte delle superiori considerazioni che non rivendicano il pregio tecnico di natura giuridica che non hanno, si domanda cosa succederebbe dal punto di vista giudiziario se la situazione interna della “malpractice” medica fosse paragonabile a quella degli Stati Uniti.
Già, gli USA, gli “States”, il Paese del “grande sogno”, la culla della ricerca scientifica, ma, anche, delle disparità e delle battaglie sociali senza fine sull’assistenza sanitaria; si resta basiti se si paragonano i sorprendenti risultati negativi di tale Potenza, che cura poco e male i soggetti che accedono alla sanità, rispetto alla minuscola e litigiosa Italia, che cura tutti (ma proprio tutti) e bene, sia pur con i limiti indotti dalla fallibilità umana.
Confesso di essere stupito dai numeri (col segno “meno”) americani, proprio perché provengono da un contesto che si declina, usualmente, secondo la categoria dell’eccellenza.
In Occidente, per il “British Medical Journal”, se gli errori medici fossero una malattia occuperebbero il terzo posto, dopo il cancro e le patologie cardiovascolari, ma precedendo – e di parecchio – i decessi per affezioni respiratorie, suicidi, armi da fuoco ed incidenti.
Venendo al tema in oggetto, per la “John Hopkins”, negli U.S.A. gli errori medici causerebbero più di duecentocinquantamila morti l’anno su un totale di oltre due milioni e mezzo di decessi.
Tali percentuali cambiano secondo altri studi, ma è pacifico che gli errori medici causino un impressionante numero di morti ogni anno.
Gli autori della citata “John Hopkins” hanno inteso considerare l’atto medico nei seguenti termini: “Un atto terapeutico non intenzionale (azione o omissione) che non raggiunga il risultato proposto, un errore di esecuzione o di pianificazione della terapia o una deviazione dal programma di cura che possa causare o meno un danno al paziente”.
L’errore medico si distingue dal rischio di complicanze che si associa inevitabilmente a qualsiasi procedura o terapia medica.
Alcuni errori sono incontrovertibili (la somministrazione di una terapia sbagliata, una trasfusione con gruppo sanguigno incompatibile, una diagnosi mancata a fronte di certe evidenze).
Talora, però, è difficile estrapolare il singolo errore umano dall’universalità degli eventi che connota una malattia.
Gli strumenti attualmente in uso per catalogare le cause di morte non permettono un’identificazione univoca degli errori medici e quindi i dati a disposizione sono poco accurati e, probabilmente, arrotondati “per difetto”.
Insomma, il panorama prospetta un sistema sanitario che, in Italia, è da ritenersi, in larga parte, eccellente ed efficiente, garantendo un adeguato accesso pubblico.
Esistono invece almeno due ordini di ragioni in nome delle quali affrontare il tema degli errori medici.
In primo luogo, l’inevitabilità dell’errore umano: in un’attività complessa come la medicina è insito il rischio, peraltro ineliminabile, dello sbaglio; colpire il responsabile non ne eviterà, però, il ripetersi.
In secondo luogo, più del cinquanta per cento delle morti causate dagli eventi surriferiti sarebbero potenzialmente evitabili.
L’imperativo categorico di natura morale è rappresentato dalla spasmodica tensione finalizzata dalla ricerca del raggiungimento della massima riduzione della possibilità dell’errore umano all’interno di un percorso di cura.
Dunque, l’ineluttabilità dell’errore e la prevenzione dallo stesso, in un circuito che richiede la trasformazione della cultura della colpa individuale (o del “capro espiatorio”) in quella della sicurezza, del tutto decontestualizzata dall’archetipo più evoluto del Pianeta, il Cern, l’acceleratore di particelle di Ginevra, la macchina più complessa mai costruita dall’uomo, nella quale però il concetto di errore (non irreparabile) viene addirittura premiato in quanto sostanziale contributo al perfezionamento dell’apparato.
Ad ogni errore si sottende la colpa di una persona, ma, anche, il fallimento di un processo che non ha attuato le adeguate contromisure per avversarlo; ad esempio, se, per somministrare una terapia, fosse necessaria una doppia identificazione con un collega o l’utilizzo di un sistema elettronico che si con codice a barre, diventerebbe più difficile fallire.
Similmente, se un caso venisse discusso all’interno di un consulto multidisciplinare di specialisti,sarebbe più probabile l’identificazione degli errori diagnostici o delle terapie inadeguate.
Una consuetudine per i nosocomi anglosassoni, quella del “morbidity ad mortality meeting”, dove si disserta di complicanze e decessi nel proprio dipartimento e, con trasparenza, si analizza la storia del paziente andando alla ricerca del malfunzionamento.
L’esperienza insegna come nessuno sia esente dal rischio di sbagliare e che tutti sono responsabili del progetto di miglioramento della cura dei pazienti, pur nelle diffocoltà segnate dall’aggressività del sistema legale e delle cause risarcitorie, dei ragionamenti del “management” ospedaliero, del “training” dello “staff” medico e paramedico e dell’accesso alle cure.
Il raggiungimento di un sempre più ottimale livello di comprensione della genesi e delle dinamiche degli errori medici potrebbe rappresentare  la preziosa occasione per promuovere la cultura positiva della trasparenza e per combattere attivamente quella, negativa, del responsabile “ad ogni costo”.
Scevra dalla retorica, la constatazione che esistano eroi silenziosi che lottano quotidianamente come operatori all’interno del SSN. conforta quanto, del pari, sconvolge la scoperta che la loro serenità nella prevenzione degli errori sia ampiamente soverchiata dal timore di commetterne, poiché il vero beneficio per i pazienti sarebbe, com’è, quello di far affidamento su una sanità che, in modo sistematico, potesse riconoscere tempestivamente gli errori, affrontandoli per poterne fare memoria.

Giuseppe Maria Gallo
Avvocato
Patrocinante in Cassazione
Penalista del Foro di Genova

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Nuovo patto con i pazienti

 

 

 

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Perché i medici se ne vanno.

16 APR – Gentile Direttore,
esiste sicuramente anche un aspetto economico, retributivo, tra le motivazioni che spingono molti medici ospedalieri a lasciare la sanità pubblica per approdare nel privato, se non a trasferirsi all’estero (dove attualmente il riconoscimento professionale, le progressioni di carriera, e le prospettive economiche sono migliori), se non addirittura ad abbandonare la professione. Ma contano molto anche le condizioni di lavoro, la situazione degli organici, la percezione stessa del lavoro dei medici da parte dei cittadini.
Il percorso per diventare medico è lungo ed impegnativo, con costi importanti che gravano esclusivamente sui singoli e sulle loro famiglie. Il corso di laurea di 6 anni è il più lungo, a cui si devono aggiungere altri 4 o 5 anni di specializzazione con contratti che solo da pochi anni hanno acquisito le minime tutele per un normale lavoratore. Le ore per un medico specializzando “medio” non si contano, si impara sin da subito a soffrire nei reparti e nelle sale operatorie, ma non è importante poiché l’obiettivo è imparare a diventare un bravo Dottore. Finita la specializzazione, alla soglia dei trent’anni, nell’ospedale pubblico, il medico inizia a guadagnare il suo primo stipendio, con concorso a tempo determinato se è fortunato, con contratti a tempo determinato e libero-professionali nella grande maggioranza dei casi. Il contratto nazionale di lavoro stabilisce per 38 ore settimanali una retribuzione netta di circa 16 euro l’ora, naturalmente si può lavorare di giorno, di notte, in qualsiasi festività a seconda del turno.
Superati i 5 anni di anzianità le cose vanno un po’ meglio con una retribuzione oraria al netto di circa 22 euro, rimanendo comunque lo stipendio dei medici italiani uno dei più bassi se paragonato alla media degli stipendi europei. Molti medici superano le 500 ore l’anno di straordinario non retribuito per sopperire alla carenza di personale, non per missione ma per necessità, tutto tempo dedicato volontariamente ai pazienti ma rubato alle proprie famiglie, ai propri figli, alla propria vita privata.
Ci sono poi le reperibilità durante le quali si può essere chiamati di notte, festivo e non, per aprire una sala operatoria per interventi chirurgi urgenti e che vengono pagate al netto poco più di 1 euro l’ora. In aggiunta il medico ha l’obbligo di pagarsi, di tasca propria, una polizza assicurativa per responsabilità penale, civile, amministrativa con costi che raggiungono varie migliaia di euro per le specializzazioni con maggiore sinistrosità, senza che questa spesa possa essere nemmeno detratta ai fini fiscali.
Agli aspetti economici si aggiunge il senso di abbandono da parte delle istituzioni per cui il medico anziché essere una risorsa ed un patrimonio da difendere e valorizzare, è diventato un fastidioso “promemoria”, “un post-it” appiccicato su molte scrivanie a ricordare l’ormai prossimo crollo del nostro Sistema Sanitario Nazionale.
I medici dedicheranno sempre il tempo che serve ai pazienti, continueranno a saltare il pasto se la guardia di dodici ore filate è impegnativa, useranno anche il loro tempo libero se serve per la cura degli ammalati, ma come danno rispetto e dignità, tramite il loro lavoro, alle istituzioni ed ai pazienti, altrettanto rispetto e dignità chiedono.

Massimiliano Zaramella
Simone Frigo
Obiettivo Ippocrate

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Perché i medici se ne vanno (articolo a cura di Gianmaria Pitton)

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A quando il Tribunale dei diritti del medico?

8 APRGentile direttore,
se me lo permette, intervengo per ringraziare l’amico Giovanni Leoni. Finalmente un chirurgo che ha ribadito il disagio della classe medica ed ha evidenziato le colpe di quella numerosa categoria di “pseudo-esperti” che parlano senza alcuna cognizione di causa, non sapendo cosa significhi essere sfruttati come novelli schiavi/forzati della Cayenna (per un euro netto l’ora: vergogna) e accusati, spesso ingiustamente, di malpractice per colpe che sono legate ai cronici disservizi del sistema sanitario nazionale. L’opinione pubblica non può ritenere che alla base di qualsiasi evento imprevisto ci sia, sempre e comunque, una colpa del medico e/o del personale sanitario! Continuate pure a perorare il motto: Name, blame, shame (addita, incolpa,
umilia), ma vi ritroverete senza professionisti sanitari disposti a sacrificarsi per un piatto di lenticchie. I media continuano ad affermare che si registrano 123 morti al giorno per malasanità, mi domando se la mia categoria si sia improvvisamente rincretinita o se sia composta esclusivamente da serial killer operativi h24 (festivi compresi) oppure, non sia in atto una astuta operazione di marketing per nascondere i veri colpevoli di questo disastro annunciato.   Negli ultimi 15 anni i contenziosi medico-legali sono cresciuti del 255 per cento e ogni anno vengono depositate in tutto il Paese circa 18.000 cause di responsabilità professionale, mentre sono circa cinquemila i siti internet che offrono assistenza legale ai pazienti per casi di presunta “malpractice”.
Nulla di male, per carità: siamo nell’epoca dell’economia di mercato,dove tutto è 
business, per cui sfruttiamo il filone. Forza, dagli addosso al medico, dato che un colpevole deve esserci sempre e comunque, meglio se questo sia il medico che è sempre solvibile e dotato di una buona assicurazione a cui rivolgersi.  Ma forse la battaglia del risarcimento nei confronti della classe medica ha caratteristiche diverse perchè ci sono in ballo fattori differenti e, su tutti, la speranza di trovare un “colpevole”, sempre e comunque a cui “far pagare” in moneta sonante una probabile “colpa”, imputabile spesso ai disservizi organizzativi ascrivibili ai vari direttori generali emanazione dei vari potentati locali.
Caro Giovanni, fa comodo a tante persone incolpare noi medici di “tutti i mali del mondo”, per questo, fare l’ortopedico è ormai diventata una professione “pericolosa”: in vent’anni di carriera quattro medici su cinque devono fronteggiare una denuncia e finiscono così per trascorrere un quinto del loro tempo a barcamenarsi fra carte bollate e processi, per questo tanti colleghi abbandonano…perchè non ci sono più stimoli per proseguire, a fronte di stipendi risibili! Possibile che tutti noi si sia diventati improvvisamente imprudenti,negligenti e imperiti? O c’è qualcosa che non funziona nel sistema? 
 E cosa mi dici dei vari colleghi che hanno “pagato” con la propria salute: ”Un collega ortopedico, 45enne, ha avuto un infarto mentre riduceva un anca in Ps ortopedico, un’altro, 50 enne, mentre eseguiva un intervento correttivo per un alluce valgo è svenuto per una coronaropatia… per fortuna era in sala operatoria, è transitato dalla sala operatoria ortopedica direttamente all’UTIC… risultato? Angioplastica e impiantati 4 stent coronarici…un anestesista ci ha lasciato le penne nel suo studio”.
Vogliamo continuare? Vogliamo parlare delle innumerevoli aggressioni che subiamo quotidianamente da parte di pazienti inferociti per le ore di attesa in PS (imputabili ai tagli ai PL ed ai servizi,non certo decisi da noi,ma subiti), non sapendo che l’unico ortopedico in servizio transita su 4 ambulatori e vede 110 persone dalle ore 7.30 alle 19.30? E con chi se la prendono pazienti e parenti? Ovvio,non con il Direttore Generale, ma con il personale sanitario in servizio (Ip,Oss,tecnici di radiologia,ostetriche,etcc) utilizzato come punching ball umano!

Secondo te cosa significa? Secondo me è stress associato a demotivazione!

Giovanni, andiamo a cercare i veri colpevoli dello sfascio attuale,ossia una classe politica dissennata ed i loro “vassalli, valvassori e valvassini” fautori di una deriva culturale e sociale che ha contribuito ad erodere il rapporto fiduciario medico-paziente, disorientando tutti noi, professionisti della salute, che siamo indotti a vedere nel paziente, non solo una persona da assistere, quanto piuttosto un soggetto potenzialmente ostile da cui difendersi. Una situazione che crea insicurezza nel paziente e nel professionista e mette in crisi la libertà e l’indipendenza di giudizio cui deve ispirarsi l’esercizio professionale del medico, con conseguenze devastanti per gli uni ed per gli altri.
Chi non è medico-chirurgo non riesce a comprendere cosa significhi consentire ai professionisti di lavorare in un clima sereno che è un prerequisito per raggiungere la sicurezza delle cure! Voi vi fareste operare da un chirurgo demotivato, stressato, stanco? Io no!
La legge Gelli-Bianco poi è stato il colpo di grazia come avevo paventato in tempi non sospetti e come ribadito dal Maestro Cavicchi!
A questo, aggiungiamo la classica ciliegina sulla torta ossia,il fatto di non poter denunciare i disservizi, in quanto la tua azienda può licenziarti per “danno di immagine” e così abbiamo chiuso il cerchio!
Continuate pure ad addittarci al pubblico ludibrio, ad incolparci, ad umiliarci, ma vi ritroverete senza personale, perchè sento che stiamo prendendo coscienza e si sta alzando un “vento di fronda”, rappresentato dalle tante dimissioni, auto-licenziamenti, prepensionamenti, come dimostra non solo il Veneto, la Toscana, la Lombardia,ma anche l’Emilia (solo nella mia divisione nel giro di 2 anni si licenziarono o si pre-pensionarono 9 ortopedici su 18!!) ed il processo sarà inarrestabile. Caro Giovanni, quando istituiremo il Tribunale per i Diritti del Medico?

Sarebbe opportuno che “quelli delle alte sfere” si leggessero uno studio condotto dal National Quality Forum negli Stati Uniti che ha evidenziato quali sono gli ostacoli che impediscono un miglioramento della sicurezza delle cure:
1) il perpetuarsi del mito che un bravo professionista operi sempre perfettamente e che gli eventi avversi siano sempre e solo causati da imperizia,
negligenza ed imprudenza;
2)ignorare che le preoccupazioni concernenti le cause legali per malpractice, impediscono una adeguata comunicazione riguardante i problemi legati alla sicurezza e la condivisione dei dati sugli eventi avversi attuali e potenziali;
3) carenza di personale e demotivazione lavorativa;
4) ignorare che gli eventi avversi hanno spesso una causa sistemica e organizzativa;
5) mancanza di una chiara leadership e governance in ambito sanitario.

Caro Giovanni: “La scienza è fatta di errori che è utile fare perchè, di volta in volta, Aci portano alla verità !” (Feynman )

Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Socio onorario di Obiettivo Ippocrate

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L’“autodimissione” dei medici dagli ospedali

06 APRGentile Direttore,
in questo momento di crisi politica nazionale sulla stampa fatica, ma alla fine emerge, un nuovo aspetto della carriera del medico ospedaliero: l’abbandono anzitempo, il cambio di una vita scelta e costruita con tanta dedizione.
Il termine “autodimissione” in ospedale si riferisce al paziente che rifiuta il ricovero, firma e se ne va, reso edotto dei rischi che derivano dalla sua decisione. Non l’avevo ancora riferita ai medici, che anche loro resi edotti delle attuali condizioni di lavoro, firmano e se ne vanno.
Il mio ruolo istituzionale mi rende oggetto più di altri delle confessioni dei miei colleghi, in particolare di quelli più avanti con l’età, quelli che sarebbero già in pensione senza la riforma Fornero, quella classe di medici che in passato tra i 57 ed i 60-61 anni facevano i 40 anni di servizio e chiudevano una vita di notti e reperibilità, di domeniche e ferragosti in ospedali in cui deserto e ressa invariabilmente si alternano davanti agli occhi del medico di guardia.
Come in un film scorrono anni di caos al Pronto Soccorso, ricoveri impossibili in medicine saturate, occupazione militare con appoggi di quieti reparti specialistici, “code” in sala operatoria dirette dalla coppia collaudata formata da anestesista ed infermiere dell’anestesia, le attese del sangue per iniziare gli interventi e poi il “Fermi tutti, c’è un cesareo!“ Ulteriore ritardo nella gerarchia delle urgenze già in fila. Le assicuro che in ospedale esistono da sempre sensibili differenze fra specialisti come carico di lavoro , lo affermano con precisione le ore straordinarie pagate e mai recuperate , neanche quelle fatte tra mezzanotte e le 6 di mattina: la coronarografia e lo stent delle 3 di notte, la gastroscopia dell’emorragico di turno, “serve una TAC”…
Perché dopo alle 8.00 si ricomincia come se niente fosse, perché il riposo non è previsto, il tuo nome è già scritto sull’ordine di servizio del giorno dopo e non si può restare a casa a dormire, sarebbe diserzione, dovrebbero saltare ambulatori con visite fissate da tempo e sale operatorie in elezione con pazienti entrati apposta per essere operati.
Si ma fino a quando si regge questa vita, fino a quando le personali motivazioni etiche e morali ti fanno reggere il ritmo? La tua coscienza, il senso del dovere? E quanto valgono di fronte al fatto che nessuno di quelli che dovrebbero ti apprezza per quello che fai ma anzi ti sfrutta senza remore, ti ridicolizza con lo stipendio bloccato da 10 anni, con la reperibilità notturna e festiva pagata 1 euro netto all’ora?
Le prove tecniche di contratto di questi mesi saranno destituite del loro fondamento primario, che resta la tutela delle condizioni di lavoro, se le dotazioni organiche non saranno adeguate al recupero immediato dello straordinario notturno dal lavoratore impegnato, medico o infermiere che sia.
In fondo, siamo anche noi degli esseri umani come tutti gli altri, ma c’è chi continua a dimenticarlo, a non affrontare il problema, perché lo considera irrisolvibile, perchè non ci sono i soldi per tutti.
E’ un genio chi ha proposto nel prossimo contratto un medico di guardia ogni cento.
(100!) letti. Vorrei conoscerlo, “gli devo parlare, devo spiegarli di una vita che ho vissuto come medico di guardia e che non ho capito“, (parafrasando Vasco ), vita che faccio – tuttora – dal 1985 .
Il medico che bada ai gravi del suo reparto ed ai ricoveri in appoggio agli estremi opposti del suo ospedale.
Magari alla fine ci capiamo, magari…
E tu caro collega ricordati che il giudice non ti assolverà se nella fretta ti dimenticherai qualcosa, e quando verrà il tuo turno, una radiosa mattina, per essere esaminato in tribunale su quello che hai fatto o non hai fatto quella notte, la tua coscienza ritornerà sempre su quel paziente su cui forse potevi fare meglio con piu’ tempo per riflettere e mentre tu pensavi il telefono continuava a squillare.
Già il tempo, il tempo di comunicazione è tempo di cura, ma al medico serve il tempo per seguire il filo logico delle cose che deve fare in contemporanea su più situazioni, mentre arriva un’altra urgenza.
Quanti sono i colleghi in ospedale che vivono così ? Non tutti ma molti, con capacità di assorbimento e velocità di reazione differenziati, con un comune denominatore: sono stati affascinati da una vita intensa, ma a che prezzo.
“Ridateci i medici che sanno fare le diagnosi” , questa era la richiesta di un giornalista in un recente articolo
Ma per fare la diagnosi prima bisogna avere tanto studiato i testi e gli appunti giusti, poi devi mediarli con l’esperienza di bravi maestri, devi mantenere la mente aggiornata e un ritmo di lavoro costante ma anche accettabile per tue energie che diminuiscono, inesorabilmente anno dopo anno. L’esperienza sarà di aiuto finché il fisico regge , perché fare il medico ospedaliero “ non è un mestiere per vecchi “.
E’ un lavoro che stressa contemporaneamente mente e corpo, come pochi in assoluto, ma si continua ad ignorare volutamente questo passaggio anche se adeguatamente studiato, fare il medico per lo stato non è un lavoro usurante.
Chi percepisce l’inizio del declino fisico, esce di scen , chi giorno dopo giorno non riesce più a smaltire lo stress anche, chi ha delle condizioni di lavoro accettabili non si schiera a difesa dei colleghi più impegnati e si ritira nel suo bozzolo accuratamente costruito.
Ed i giovani? I rari fortunati neoassunti guardano la vita dei più anziani e molti addirittura cominciano a domandarsi se ne vale veramente la pena, se, forse, hanno sbagliato posto.
Una visione pessimistica, ma reale, dieci anni fa non avrei scritto questo articolo, ma vi assicuro che l’età non c’entra.
In bocca al lupo a tutti quelli che comunque restano nel giro, un saluto e tanta comprensione a tutti quelli che se ne vanno.
E, per chi resta, non aspettatevi che altri cambino il vostro stato, dovrete farlo da voi.

Dott. Giovanni Leoni  
Il Segretario CIMO Regione Veneto

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