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Chirurghi in Italia? Ne resterà soltanto uno (fonte: Quotidianosanita.it)

10 DIC – Gentile direttore,
ho letto l’interessante articolo pubblicato a pg 14-15 del Resto del Carlino Nazionale, di oggi, inerente la carenza di chirurghi negli ospedali. Purtroppo è tutto vero,in Italia mancano e mancheranno i chirurghi e l’unico quotidiano, sia cartaceo che on line, che ha ripetutamente sottolineato il problema della carenza di chirurghi è stato il suo, purtroppo “vox clamantis in deserto”!

Le cronache ci raccontano di giovani medici che non vogliono intraprendere l’attività chirurgica, di specialisti che si licenziano o si autodimettono prima di aver raggiunto l’anzianità contributiva utile ai fini della quiescenza e questo perché?

Come più volte denunciato dalle nostre società scientifiche chirurgiche, dalla Fnomceo, dai sindacati di categoria, la causa del drammatico esodo dei medici è legato alle condizioni lavorative equiparabili ai forzati della Cayenna, con turni di guardia massacranti, ferie non godute, milioni di ore di straordinario non pagate, turni di riposo giornalieri/settimanali saltati, contravvenendo a normative europee e nazionali, un contratto fermo al 2010…. a questo punto e solo a questo punto,la politica si sveglia e afferma che è indispensabile rimpinguare gli organici medici?

Ma ci state prendendo in giro? Solo ora vi accorgete che mancano all’appello personale medico nelle branche chirurgiche e nell’emergenza-urgenza, per non parlare della medicina territoriale?

Perchè i vari governi che si sono succeduti non hanno considerato come lavoro usurante quello svolto dal chirurgo, a differenza del lavoro svolto dalle ostetriche e degli infermieri turnisti di sala operatoria?

Vogliamo parlare dei medici over 55 enni che dovrebbero essere esonerati dai turni di guardia notturni, come da direttive CEE, ma questa direttiva non viene mai ottemperata dalle aziende sanitarie,costringendo a lavorare anche oltre le 60-70-100 ore settimanali?

 E poi mi parlate di errori medici e malpractice? Ma fatemi il piacere! Vi chiedo, vi fareste operare da un chirurgo stanco, stressato o demotivato? Io no!
Mi parlano di rimpolpare gli organici, adesso che i buoi sono scappati e che nessuno vuol più fare il chirurgo ? Dove eravate 10 anni fa,quando tutte le associazioni chirurgiche vi avevano avvertito della mancanza di specialisti? Lo sapete che le scuole di specializzazione in ortopedia non ricoprono i posti che rimangono drammaticamente liberi? Lo sapete che al Maggiore di Bologna i bandi in ortopedia vanno vuoti, così come in Veneto,Toscana,Puglia etcc..da nord a sud,con i posti chirurgici che non vengono ricoperti!

Fra 5 anni mancheranno 40.000 medici e ci sarà un esodo di 5.000 specialisti, tra universitari e ambulatoriali, come da più parti denunciato e questo comporterà non assicurare i servizi nelle seguenti branche: pediatria, ortopedia,chirurgia generale, ginecologia, medicina interna, con tagli ai PL e,quindi, ai reparti con conseguenze drammatiche per l’assistenza.

Ciò che mi fa imbestialire è che se ne accorgano solo adesso, quando tutte le sigle sindacali e tutte le associazioni di categoria, lo “urlavano” da anni, ma sono state state Cassandre inascoltate.

Qualcuno avverta chi amministra la Sanità che l’esecuzione di atti chirurgici, la capacità di decidere in tempi brevi, particolarmente in sala operatoria e nelle aree di urgenza emergenza, necessita di destrezza, resistenza, possesso di equilibrio mentale ed emotivo superiore alla norma, che non hai se non osservi adeguati turni di riposo giornalieri, settimanali, mensili, annuali e se non sei adeguatamente motivato e gratificato eticamente e economicamente.

Inoltre, il blocco del turn over nel SSN ha rallentato il ricambio generazionale e con esso il trasferimento di conoscenze e delle capacità tecniche, vi ritroverete con le corsie piene di pazienti ma vuote di medici,considerato che l’età media attuale degli ospedalieri è 54 anni, ossia la più alta nel panorama mondiale!

Ora siamo considerati i paria della Sanità, i nuovi schiavi che possono essere aggrediti, picchiati, vessati come nuovi servi della gleba, ma la profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!

Meditate gente,meditate!

Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Bologna
Socio onorario di obiettivo Ippocrate 

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MEDICI IN TRINCEA (inchiesta del Corriere del Veneto)

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Responsabilità medica. Mettiamo fine a questo tormento medievale (fonte: quotidianosanita.it)

05 GIUGentile Direttore, 
mi occupo, da ben oltre un decennio, dell’assistenza in sede penale dei medici e del personale sanitario in genere. Le difficoltà interpretative delle norme, in un continuo susseguirsi di interventi legislativi confusionari ed assai poco risolutivi (leggi Balduzzi e Gelli-Bianco), hanno finito per generare formidabili tensioni fra tutte le componenti in gioco: direzioni, operatori ed utenza.
Se l’obiettivo fosse stato quello di complicare la situazione, scontentando tutti, evidentemente, esso si sarebbe potuto, come si può, ritenere raggiunto brillantemente; nulla obiettandosi al riguardo.
Mi piace essere franco, anche quando ciò che sostengo finisce per confliggere con i miei interessi personali: la nostra nazione si trova ad un bivio ed occorre decidere quale sorte assegnare ai profili penali della colpa medica, soprattutto in ragione dell’insediamento del nuovo esecutivo di governo che sembra opinare di nuovo come paradigma della sua “mission”.
Non nego la mia simpatia verso la classe medica in ossequio alle tradizioni familiari, ma, vieppiù, l’avere negli anni constatato quali strali generino nei professionisti “avvisati di garanzia” e successivamente in massima parte archiviati i provvedimenti delle Procure della Repubblica ha costituito un triste fardello che mi ha fatto riflettere profondamente sull’utilità non di una sanzione penale (che non giunge quasi mai) ma di un tormento medievale di natura psicologica che si chiama procedimento, indagini preliminari, consulenza del P.M., accertamento irripetibile, incidente probatorio.

È un rosario che si sciorina in automatico e che, nella stragrande maggioranza dei casi (parlo di numeri che conosco direttamente e perfettamente), non conduce nemmeno al giudizio.
A fronte delle superiori considerazioni che non rivendicano il pregio tecnico di natura giuridica che non hanno, si domanda cosa succederebbe dal punto di vista giudiziario se la situazione interna della “malpractice” medica fosse paragonabile a quella degli Stati Uniti.
Già, gli USA, gli “States”, il Paese del “grande sogno”, la culla della ricerca scientifica, ma, anche, delle disparità e delle battaglie sociali senza fine sull’assistenza sanitaria; si resta basiti se si paragonano i sorprendenti risultati negativi di tale Potenza, che cura poco e male i soggetti che accedono alla sanità, rispetto alla minuscola e litigiosa Italia, che cura tutti (ma proprio tutti) e bene, sia pur con i limiti indotti dalla fallibilità umana.
Confesso di essere stupito dai numeri (col segno “meno”) americani, proprio perché provengono da un contesto che si declina, usualmente, secondo la categoria dell’eccellenza.
In Occidente, per il “British Medical Journal”, se gli errori medici fossero una malattia occuperebbero il terzo posto, dopo il cancro e le patologie cardiovascolari, ma precedendo – e di parecchio – i decessi per affezioni respiratorie, suicidi, armi da fuoco ed incidenti.
Venendo al tema in oggetto, per la “John Hopkins”, negli U.S.A. gli errori medici causerebbero più di duecentocinquantamila morti l’anno su un totale di oltre due milioni e mezzo di decessi.
Tali percentuali cambiano secondo altri studi, ma è pacifico che gli errori medici causino un impressionante numero di morti ogni anno.
Gli autori della citata “John Hopkins” hanno inteso considerare l’atto medico nei seguenti termini: “Un atto terapeutico non intenzionale (azione o omissione) che non raggiunga il risultato proposto, un errore di esecuzione o di pianificazione della terapia o una deviazione dal programma di cura che possa causare o meno un danno al paziente”.
L’errore medico si distingue dal rischio di complicanze che si associa inevitabilmente a qualsiasi procedura o terapia medica.
Alcuni errori sono incontrovertibili (la somministrazione di una terapia sbagliata, una trasfusione con gruppo sanguigno incompatibile, una diagnosi mancata a fronte di certe evidenze).
Talora, però, è difficile estrapolare il singolo errore umano dall’universalità degli eventi che connota una malattia.
Gli strumenti attualmente in uso per catalogare le cause di morte non permettono un’identificazione univoca degli errori medici e quindi i dati a disposizione sono poco accurati e, probabilmente, arrotondati “per difetto”.
Insomma, il panorama prospetta un sistema sanitario che, in Italia, è da ritenersi, in larga parte, eccellente ed efficiente, garantendo un adeguato accesso pubblico.
Esistono invece almeno due ordini di ragioni in nome delle quali affrontare il tema degli errori medici.
In primo luogo, l’inevitabilità dell’errore umano: in un’attività complessa come la medicina è insito il rischio, peraltro ineliminabile, dello sbaglio; colpire il responsabile non ne eviterà, però, il ripetersi.
In secondo luogo, più del cinquanta per cento delle morti causate dagli eventi surriferiti sarebbero potenzialmente evitabili.
L’imperativo categorico di natura morale è rappresentato dalla spasmodica tensione finalizzata dalla ricerca del raggiungimento della massima riduzione della possibilità dell’errore umano all’interno di un percorso di cura.
Dunque, l’ineluttabilità dell’errore e la prevenzione dallo stesso, in un circuito che richiede la trasformazione della cultura della colpa individuale (o del “capro espiatorio”) in quella della sicurezza, del tutto decontestualizzata dall’archetipo più evoluto del Pianeta, il Cern, l’acceleratore di particelle di Ginevra, la macchina più complessa mai costruita dall’uomo, nella quale però il concetto di errore (non irreparabile) viene addirittura premiato in quanto sostanziale contributo al perfezionamento dell’apparato.
Ad ogni errore si sottende la colpa di una persona, ma, anche, il fallimento di un processo che non ha attuato le adeguate contromisure per avversarlo; ad esempio, se, per somministrare una terapia, fosse necessaria una doppia identificazione con un collega o l’utilizzo di un sistema elettronico che si con codice a barre, diventerebbe più difficile fallire.
Similmente, se un caso venisse discusso all’interno di un consulto multidisciplinare di specialisti,sarebbe più probabile l’identificazione degli errori diagnostici o delle terapie inadeguate.
Una consuetudine per i nosocomi anglosassoni, quella del “morbidity ad mortality meeting”, dove si disserta di complicanze e decessi nel proprio dipartimento e, con trasparenza, si analizza la storia del paziente andando alla ricerca del malfunzionamento.
L’esperienza insegna come nessuno sia esente dal rischio di sbagliare e che tutti sono responsabili del progetto di miglioramento della cura dei pazienti, pur nelle diffocoltà segnate dall’aggressività del sistema legale e delle cause risarcitorie, dei ragionamenti del “management” ospedaliero, del “training” dello “staff” medico e paramedico e dell’accesso alle cure.
Il raggiungimento di un sempre più ottimale livello di comprensione della genesi e delle dinamiche degli errori medici potrebbe rappresentare  la preziosa occasione per promuovere la cultura positiva della trasparenza e per combattere attivamente quella, negativa, del responsabile “ad ogni costo”.
Scevra dalla retorica, la constatazione che esistano eroi silenziosi che lottano quotidianamente come operatori all’interno del SSN. conforta quanto, del pari, sconvolge la scoperta che la loro serenità nella prevenzione degli errori sia ampiamente soverchiata dal timore di commetterne, poiché il vero beneficio per i pazienti sarebbe, com’è, quello di far affidamento su una sanità che, in modo sistematico, potesse riconoscere tempestivamente gli errori, affrontandoli per poterne fare memoria.

Giuseppe Maria Gallo
Avvocato
Patrocinante in Cassazione
Penalista del Foro di Genova

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Perché i medici se ne vanno.

16 APR – Gentile Direttore,
esiste sicuramente anche un aspetto economico, retributivo, tra le motivazioni che spingono molti medici ospedalieri a lasciare la sanità pubblica per approdare nel privato, se non a trasferirsi all’estero (dove attualmente il riconoscimento professionale, le progressioni di carriera, e le prospettive economiche sono migliori), se non addirittura ad abbandonare la professione. Ma contano molto anche le condizioni di lavoro, la situazione degli organici, la percezione stessa del lavoro dei medici da parte dei cittadini.
Il percorso per diventare medico è lungo ed impegnativo, con costi importanti che gravano esclusivamente sui singoli e sulle loro famiglie. Il corso di laurea di 6 anni è il più lungo, a cui si devono aggiungere altri 4 o 5 anni di specializzazione con contratti che solo da pochi anni hanno acquisito le minime tutele per un normale lavoratore. Le ore per un medico specializzando “medio” non si contano, si impara sin da subito a soffrire nei reparti e nelle sale operatorie, ma non è importante poiché l’obiettivo è imparare a diventare un bravo Dottore. Finita la specializzazione, alla soglia dei trent’anni, nell’ospedale pubblico, il medico inizia a guadagnare il suo primo stipendio, con concorso a tempo determinato se è fortunato, con contratti a tempo determinato e libero-professionali nella grande maggioranza dei casi. Il contratto nazionale di lavoro stabilisce per 38 ore settimanali una retribuzione netta di circa 16 euro l’ora, naturalmente si può lavorare di giorno, di notte, in qualsiasi festività a seconda del turno.
Superati i 5 anni di anzianità le cose vanno un po’ meglio con una retribuzione oraria al netto di circa 22 euro, rimanendo comunque lo stipendio dei medici italiani uno dei più bassi se paragonato alla media degli stipendi europei. Molti medici superano le 500 ore l’anno di straordinario non retribuito per sopperire alla carenza di personale, non per missione ma per necessità, tutto tempo dedicato volontariamente ai pazienti ma rubato alle proprie famiglie, ai propri figli, alla propria vita privata.
Ci sono poi le reperibilità durante le quali si può essere chiamati di notte, festivo e non, per aprire una sala operatoria per interventi chirurgi urgenti e che vengono pagate al netto poco più di 1 euro l’ora. In aggiunta il medico ha l’obbligo di pagarsi, di tasca propria, una polizza assicurativa per responsabilità penale, civile, amministrativa con costi che raggiungono varie migliaia di euro per le specializzazioni con maggiore sinistrosità, senza che questa spesa possa essere nemmeno detratta ai fini fiscali.
Agli aspetti economici si aggiunge il senso di abbandono da parte delle istituzioni per cui il medico anziché essere una risorsa ed un patrimonio da difendere e valorizzare, è diventato un fastidioso “promemoria”, “un post-it” appiccicato su molte scrivanie a ricordare l’ormai prossimo crollo del nostro Sistema Sanitario Nazionale.
I medici dedicheranno sempre il tempo che serve ai pazienti, continueranno a saltare il pasto se la guardia di dodici ore filate è impegnativa, useranno anche il loro tempo libero se serve per la cura degli ammalati, ma come danno rispetto e dignità, tramite il loro lavoro, alle istituzioni ed ai pazienti, altrettanto rispetto e dignità chiedono.

Massimiliano Zaramella
Simone Frigo
Obiettivo Ippocrate

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Perché i medici se ne vanno (articolo a cura di Gianmaria Pitton)

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Per un dialogo tra le professioni

15 MARGentile Direttore,
a margine del primo congresso della neonata Federazione Nazionale delle Professioni Sanitarie (FNOPI) tenutosi a Roma nei giorni scorsi, il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli ha sottolineato come occorra migliorare il rapporto medico-paziente e garantire unità di intenti tra professioni sanitarie e che per stabilire un rapporto più proficuo tra professionista sanitario e paziente, occorre del ʹtempoʹ”.Queste dichiarazioni hanno provocato in me un sussulto di speranza ed orgoglio, ho ritrovato nelle parole del nostro presidente molte delle idee e dei progetti che da due anni, cioè dalla nostra nascita, animano e guidano Obiettivo Ippocrate.Mi piace immaginare che, al di là del valore incontrovertibile e palese di queste affermazioni, un ruolo importante l’abbia giocato anche la figura di Giovanni Leoni, vicepresidente della FNOMCeO ed uno dei primi presidenti provinciali dell’Ordine che si sono iscritti ad Obiettivo Ippocrate.

Il Dr. Leoni conosce bene il nostro pensiero, i nostri progetti ed il nostro lavorare quotidiano in prima linea tra i colleghi (di ogni professione), i malati, i loro famigliari, gli amministratori, i politici. Lavoriamo con i piedi nel fango ma con la schiena ben diritta, la testa alta e lo sguardo rivolto molto molto in avanti. Sono sicuro che il Dr. Leoni, condividendo il nostro percorso, abbia portato un po’ del nostro spirito e della nostra spregiudicatezza in FNOMCeO e di questo non lo ringrazieremo mai abbastanza. Già dal Suo giornale, in tempi non sospetti, avevo sottolineato come le problematiche e le criticità di tutti gli esercenti le professioni sanitarie, fossero comuni così come dovranno essere comuni o quantomeno condivise le soluzioni.

Questo ci ha portato, su pressione delle altre professioni sanitarie, a modificare il nostro statuto, che inizialmente prevedeva la possibilità di iscrizione ai soli medici, aprendoci a tutti coloro che lavorano nel mondo della sanità. Oggi tra i nostri iscritti abbiamo medici, psicologi, infermieri, ostetriche, tecnici sanitari, non so se in Italia esistano altri esempi di questo tipo, al di là di affermazioni di intenti.

Sempre dalle Sue pagine ho sottolineato la necessità di tempo, spazi adeguati e fiducia reciproca come fondamenta dell’Alleanza terapeutica per rinsaldare, o in alcuni casi recuperare, quel rapporto di reciproca collaborazione in una relazione di cura. A tal proposito mi permetto di aggiungere alle parole del presidente Anelli che l’unità d’intenti deve coinvolgere non solo le professioni sanitarie, ma anche e soprattutto i malati e, più in generale, tutti i cittadini.

Ora spero vivamente che la FNOMCeO alimenti e rinvigorisca a lungo termine questi miei sentimenti di speranza ed orgoglio, facendo seguire a queste bellissime e condivisibili dichiarazioni delle azioni chiare, forti e coraggiose per dare contenuti alle parole e risultati concreti ai pensieri.

Da parte nostra, come inizio, mi permetto, utilizzando il Suo giornale, gentile Direttore, di rivolgere un invito al presidente Anelli: perché non venire proprio a Vicenza, dove è nato Obiettivo Ippocrate, magari coinvolgendo il presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli, per illustrarci i vostri progetti futuri?
Vi assicuro una platea attenta, partecipe, propositiva, concreta e calda, molto calda.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate 

(fonte: Quotidianosanita.it )

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Il prendersi cura con scienza, coscienza, passione e anima (rivista Medicinae Doctor)

 

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No alle “quote rosa”,  a noi donne basterebbero le “quote per merito” (Quotidianosanita.it)

sono una donna, un chirurgo-ortopedico donna, a cui piace lavorare con colleghi, donne e uomini, indistintamente. Le donne non sono più brave degli uomini, così come gli uomini non sono più bravi delle donne.
Considerato che le intelligenze e le competenze sono equamente distribuite tra sessi, ritengo che sia interesse delle istituzioni non privarsi del contributo fattivo della sua ampia componente femminile, visto che due terzi del personale SSN è donna.
L’11 dicembre 2015, all’Arcispedale Santa Maria Nuova, a Reggio Emilia, durante il Congresso nazionale delle donne in neurochirurgia è emerso che le stesse neurochirurghe hanno detto no alle ‘quote rosa’ e sono scese in campo in prima persona per discutere temi che sono spaziati dalle pari opportunità professionali, ai tumori cerebrali, passando per epidemiologia e distribuzione gender correlata(Neurochirurghe in congresso, no a quote rosa ma in Italia vita dura, ADNKronos Salute 7 Dic 2015).
Le neurochirurghe hanno definitivamente bocciato le quote rosa aspirando invece a conquistarsi quei ruoli finora appannaggio degli uomini.
Certo, per noi donne, è più difficile emergere ma anche più stimolante, in quanto il grado di civiltà di un popolo si misura altresì dalla posizione sociale raggiunta dal gentil sesso .
Alle donne che lavorano in ambienti prettamente maschili (leggasi giornaliste, magistrate, economiste, metal-meccaniche, politiche, chirurghe, etc.) nessuno ha regalato niente e tutto quello che hanno ottenuto se lo sono guadagnato con sacrifici, tanti sacrifici!
A mio avviso le norme che impongono per statuto di inserire “quote rosa ” in organismi pubblici violano il principio di uguaglianza fra i generi e non c’è peggiore ingiustizia dell’uguaglianza fra disuguali, pertanto, provo un’istintiva repulsione ed idiosincrasia per sistemi normativi di aiuto, quali le “quote rosa”, che rappresentano la negazione del sistema meritocratico e democratico e concordo pienamente con l’analisi del Prof. Cavicchi.
Allora, mi domando, perché non creare quote anche per gli omosessuali, per i bisex, che potrebbero sentirsi ugualmente discriminati?
Un approccio corretto al problema consiste nel recuperare la diversità come presupposto e come valore intrinseco, in una serena alleanza fra generi .
Al posto delle quote rosa o azzurre o arcobaleno si dovrebbero istituire “le quote di risultato”, ossia la sottoscritta viene giudicata per quello che effettivamente vale, in termini professionali/scientifici/relazionali, indipendentemente dal sesso di appartenenza, che è assolutamente ininfluente ai fini di una graduatoria meritocratica.
Non mi interessa che il magistrato che mi giudica, il medico che mi cura, il politico che mi amministra, sia maschio o femmina, è fondamentale che sia una persona tecnicamente preparata, professionalmente valida e che faccia con coscienza ed onestà il mestiere per cui è pagata.
La scarsa presenza femminile ai vertici di tutte le istituzioni/organizzazioni, private e pubbliche, è un problema effettivo e concretamente presente in tutta la società che, finora, è stata plasmata per rispondere ad esigenze e necessità prettamente maschili. Va cambiata la forma mentis, in quanto è necessario riflettere sulle diversità di genere che sono una ricchezza, un valore aggiunto, una chance per l’intera collettività ; al fine di recuperare quelle risorse umane che potrebbero andare perdute.
Io non chiedo privilegi, ma chiedo norme che mi aiutino a conciliare valori complessi come il lavoro e la cura della famiglia, senza essere obbligata a scelte drastiche fra carriera ed affetti, scelte a cui il sesso maschile, solitamente, è meno frequentemente assoggettato.
Aggiungo che se sei un medico donna con figli, il percorso è più problematico, infatti aver imboccato la carriera medica ha comportato per molte il divorzio, la scelta di rimanere single e comunque ha creato pesanti conflitti familiari (dati II Conferenza ANAAO Assomed tenutasi a Napoli, dicembre 2016 e riportata da Adn Kronos Salute il 14 dic. 2016).
Nella black list dei problemi e delle inefficienze aggiungo scarsissime politiche a tutela della famiglia perché “Fare figli, accudirli ed educarli, non è responsabilità esclusiva del genere femminile, ma di tutta la società, se questa vuole crescere e progredire armoniosamente”.
Il calo della fertilità è ben evidente tra le donne medico che, a causa dei carichi di lavoro, hanno meno figli di quanti ne desidererebbero o rinunciano del tutto a formare una famiglia, per evidenti problemi.
Quali?
Ad esempio gli orari di apertura degli gli asili pubblici che sono inadeguati ad un lavoro articolato su tre turni (Matt., Pom., Notte) e, fortunatamente, esistono i nonni (per chi li ha!!!) che suppliscono alle carenze di orari dei nidi e materne che, ovviamente, non esplicano un servizio h 24!!!
L’avere figli spesso influisce sulla carriera, soprattutto della donna chirurgo, perchè non ha orari, perché compromette l’accesso ai ruoli apicali, perché ha meno opportunità di aggiornarsi e, per le precarie con contratti co-co-co, la possibilità di ottenere il rinnovo contrattuale.
Il grosso problema del precariato nell’ambito medico penalizza pesantemente le giovani dottoresse ed il quadro peggiora ulteriormente se si considerano le donne impiegate nelle specialità chirurgiche.
Politici che non sanno di cosa parlano (come al solito!!!) ci sbandierano il part-time come una soluzione salvifica, però neanche il part-time è una soluzione percorribile per conciliare i tempi vita-lavoro. Infatti, lo afferma l’indagine dell’ANAO Assomed del dicembre 2016, da cui emerge che l’88,6% dei medici, pur avendone necessità, non ne ha fatto richiesta per paura di ripercussioni sulla carriera. Il part time ti penalizza e non accedi ai ruoli apicali. Al di là della retorica delle quote rosa e degli stereotipi di genere da cui dissento completamente io chiedo, cosa ha fatto la politica per la tutela della donna medico?
Invece di “ciurlare nel manico” servono i fatti!
Quali?
Primo punto: A tutt’oggi se una collega rimane incinta non è una gioia come dovrebbe essere, ma una vera iattura per i colleghi del reparto, perché per molti mesi/anni non si avrà alcuna sostituzione.
Dato che è fondamentale l’organizzazione del lavoro nei reparti ospedalieri, soprattutto chirurgici, sarebbe opportuno assicurare la tempestività nelle sostituzioni per maternità, cosa che non avviene mai e dico mai! Infatti, grazie al blocco del turn over, non si sostituisce tempestivamente la donna assente per maternità (l’assenza può durare fino a 2 anni!) ed i medici che rimangono in reparto si devono sobbarcare i turni della donna assente, creando notevoli disservizi a tutta l’equipe, soprattutto nell’organizzazione del piano ferie, turni notturni, sostituzioni per malattie, pensionamenti ed un reparto chirurgico, già carente di risorse umane, è costretto a doppi e tripli turni.
Cari politici, un medico in meno in reparto, fa la differenza, eccome se fa la differenza!Secondo punto: introdurre la flessibilità nell’orario di lavoro (non il part-time, la flessibilità!!), oltre ad introdurre tutele per le giovani colleghe, spesso precarie per troppi anni, con stipendi e contratti co-co-co che fanno ridere i polli.Terzo punto: si dovrebbero creare delle materne-nido aziendali organizzati H 24, secondo i 3 turni ospedalieri (M/P/N)Queste sono solo alcune delle proposte concrete e fattibili che andrebbero recepite con urgenza e dovrebbero essere prioritarie nell’agenda politica, vista la femminilizzazione della professione medica.
Una buona politica dovrebbe partire da queste considerazioni: basta con il blocco del turn over e basta con una retorica che non porta alcun risultato pratico e basta anche con le quote rosa, perché noi per essere assunte in ospedale, non abbiamo usufruito delle famigerate e deleterie quote rose, ma siamo entrate per merito, superando regolari concorsi!
Alla politica non chiedo di aiutarmi perché sarebbe pretendere troppo, ma chiedo che non mi ostacoli e mi fornisca risposte adeguate a problemi concreti, affinché queste istanze diventino il fulcro delle politiche sociali e lavorative del nostro paese, ma la mia, purtroppo, è solo una:“Vox clamantis in deserto!”Concludo ribadendo che non voglio alcun privilegio di sorta, fornitemi dei mezzi adeguati per combattere ad armi pari ed ad emergere ci penserò io.
Parafrasando Archimede: “Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo!!”Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Socio onorario Obiettivo Ippocrate

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Legge Gelli e mancato rispetto della pianificazione condivisa delle cure: ritorno alla responsabilità contrattuale? (Quotidianosanita.it)

27 gennaio – L’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli. Si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente

La pianificazione condivisa delle cure come atto negoziale. La recente approvazione della legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” pone alcuni interrogativi in merito alla natura dell’istituto della pianificazione condivisa delle cure e dei suoi riflessi civilistici sulla responsabilità professionale sanitaria.

Come è noto la legge introduce nel nostro diritto positivo il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (testamento biologico). Per i profili generali si rimanda ai precedenti contributi.

Inoltre ai sensi dell’articolo 5, primo comma, può essere redatta la “pianificazione condivisa delle cure”. Si tratta di un nuovo istituto che viene concordato tra medico e paziente qualora si versi in condizioni cliniche caratterizzate dall’”evolversi di una patologia cronica invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta”. Questo atto supera la precedente disposizione anticipata di trattamento – per ovvie questioni di specialità e temporalità – e viene predisposta dal medico che previamente ha informato il paziente e, dietro suo esplicito consenso, il suo consesso familiare (coniuge, convivente, parte dell’unione civile, altri familiari). Il paziente può nominare, con lo stesso atto, un fiduciario. Particolare attenzione viene posta sulle aspettative di vita residue, sui trattamenti sanitari da porre in essere e sulle cure palliative.

La pianificazione condivisa delle cure può essere aggiornata “al progressivo evolversi della malattia” sia su “richiesta” del paziente che su “suggerimento” del medico.

Una volta posta in essere la pianificazione è vincolante. Si precisa infatti che “il medico e l’équipe sanitaria sono tenuti ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Particolare attenzione la legge la riserva alla forma dell’atto che deve essere “scritta” ovvero qualora le condizioni del paziente non lo consentano resa “attraverso video-registrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. L’atto di consenso deve essere inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.

Si pone quindi il problema della natura giuridica della “pianificazione condivisa delle cure” che, riteniamo, non possa che essere negoziale.
L’art. 5, comma 3 configura difatti la pianificazione condivisa delle cure quale esito dell’incontro tra la volontà del medico che formula la proposta terapeutica e del paziente che, debitamente informato, presta il proprio consenso a detta proposta (“Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico ai sensi del comma 2”).

Medico e paziente, nel condividere il piano terapeutico, pongono pertanto in essere un atto di autonomia negoziale (la pianificazione difatti può e non deve essere concordata) determinando e disciplinando non solo il contenuto dell’atto in sé (la pianificazione) ma anche gli effetti giuridici connessi all’atto stesso.

La natura negoziale della pianificazione terapeutica viene quindi corroborata dalla sopracitata previsione normativa di cui all’art. 5, comma 1, che obbliga il medico e la propria équipe ad attenersi al contenuto della stessa pianificazione terapeutica in caso di sopravvenuta incapacità del paziente.

Il non rispetto della pianificazione condivisa da parte del medico e le sue (possibili) conseguenze
Si pone quindi il problema del mancato rispetto, da parte del medico, di quanto condiviso con il paziente. Se, come sopra ipotizzato, di natura negoziale si tratta, il medico che dovesse discostarsi dalla pianificazione condivisa non potrà che rendersi contrattualmente inadempiente proprio degli obblighi che egli stesso ha volontariamente assunto predisponendo il piano terapeutico accettato dal paziente.

A detta conclusione si deve giungere a nostro parere sia nel caso in cui si interpretino le norme portate dall’articolo in esame quale creazione di nuova fattispecie negoziale (ovvero di un contratto atipico) sia nel diverso caso in cui si configuri il rapporto obbligatorio in oggetto quale mandato speciale a titolo gratuito, soggetto alle disposizioni di cui agli articoli 1703 e seguenti del c.c., in forza del quale il medico si impegna nei confronti del paziente a compiere per suo conto uno o più atti giuridici in esecuzione del piano di cure, come disposto dall’art. 1703 c.c..

Senza, ovviamente, alcuna pretesa di esaustività e in attesa della giurisprudenza che si verrà a formare in merito alla qualificazione della fattispecie.
Ci si pone, a questo punto, l’ulteriore problematica relativa alla relazione tra l’art. 5 della legge 219/2017 e il disposto dell’art. 7 della Legge Gelli-Bianco e, in particolare, alla compatibilità tra i due precetti.

Ovvero ci si chiede se l’articolo in esame, disciplinando il rapporto tra paziente e sanitario in merito alla pianificazione condivisa delle cure, possa spostare per la fattispecie ivi contemplata la responsabilità del sanitario stesso – pur inquadrato nelle tipologie di cui all’art. 7 commi 1 e 2 della Legge 24/2017 – nel campo della responsabilità contrattuale.

E’ noto difatti che la responsabilità civile del singolo esercente la professione sanitaria “strutturato” viene ora espressamente configurata dall’art. 7 della Legge 24/2017 quale responsabilità di natura extracontrattuale, distinta dalla responsabilità della struttura sanitaria la quale assume nella nuova legge, altrettanto espressamente, la natura contrattuale.

E’ però altrettanto vero, sotto altro profilo, che la responsabilità contrattuale viene normalmente configurata, distinguendosi dalla responsabilità extracontrattuale, ogni qual volta il danno subito consegua all’inadempimento di un obbligo nascente da un rapporto giuridico già esistente tra danneggiato e danneggiante ovvero dalla preesistenza di un programma specifico di comportamento (quale certamente esistente nel caso di specie).

Non si può escludere, inoltre, che l’inciso “salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente” di cui all’art. 7, comma 3 della Legge 24/2017, seppur evidentemente riferito nelle intenzioni del legislatore allo svolgimento dell’attività libero professionale, possa essere interpretato, nella sua formulazione generica, estendendo le fattispecie di responsabilità contrattuale anche agli esercenti la professione sanitaria che, pur agendo quali dipendenti o collaboratori di una struttura sanitaria, abbiano assunto un obbligo di natura negoziale – come si ritiene avvenga nel caso in esame – con il paziente.

Si deve rilevare, infine, che l’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli/Bianco.

Alla luce di quanto sopra non si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria che si sia reso inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa con il paziente possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente stesso pur avendo egli operato quale sanitario “strutturato”.

Alessia Gonzati
Avvocato di Obiettivo Ippocrate

Luca Benci
Giurista 

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8.11.2017: Conferenza stampa presso AULSS8 Berica : “Come una rosa”

In data 8.11.2017 presso la sala della Direzione Generale dell’Ospedale S. Bortolo di Vicenza , si è tenuta la conferenza stampa di presentazione ufficiale del cortometraggio “Come una rosa” vincitore del premio speciale al Care Filme Festival sul tema del prendersi cura.
Presenti il Direttore Generale Dott. G.Pavesi, Eliana protagonista del cortometraggio, il regista Stefano Capovilla, Ivana Gecchelin, Massimiliano Zaramella e Giampaolo Zambon.
Durante la conferenza si è più volte sottolineato il lavoro fatto da Obiettivo Ippocrate in questi mesi su tutti gli ambiti, a tutela della sanità pubblica e dei pazienti. L’occasione è servita anche a lanciare la proiezione-evento, col patrocinio del Comune di Vicenza, del cortometraggio per il 10.11 presso la prestigiosa Sala degli Stucchi.

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Ecco il video della serata: 10.11.2017 h 18.00 – Sala degli Stucchi Palazzo Trissino – Vicenza. Obiettivo Ippocrate presenta alla cittadinanza il cortometraggio “Come una rosa”

Ecco il video della serata:

10.11.2017 h 18.00 – Sala degli Stucchi Palazzo Trissino – Vicenza. Obiettivo Ippocrate presenta alla cittadinanza “Come un rosa” il cortometraggio presentato al “Care Film Festival” di Monza, festival internazionale del cortometraggio sul tema del prendersi cura, vincitore del premio speciale.
La serata prevede oltre alla proiezione del cortometraggio, il racconto di alcuni pazienti e delle loro esperienze.

 

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La testimonianza di un medico e la sua «passione tradita»

Ecco arrivato il momento; sento forte il dovere di scrivere una lettera “aperta” perché è giunto il tempo che qualcuno alzi la testa e urli al mondo la propria indignazione e quella di chi, come lui, vive di passione!

Mi spinge una frase di una mia assistente, di quelle che ringrazi il cielo di avere al tuo fianco, di quelle che, come te, hanno alimentato la loro vita con il fuoco della chirurgia, di quelle che studiano sempre, di quelle che amano i loro pazienti, li supportano e li accompagnano, una dottoressa che gratifica e interroga il “tuo ruolo di primario” semplicemente osservandola. Lei mi ha detto: «è giunto il momento in cui debbo riflettere se sia ancora tempo di fare questo lavoro».

Uscivo dal mio studio dopo 10 ore ininterrotte di sala operatoria e ho sentito i brividi corrermi sulla schiena e, mentre la mia macchina trascinava verso casa il mio stanco corpo, la mente ritornava continuamente a quelle parole pronunciate dopo l’ennesima richiesta di risarcimento e conseguente causa (ingiusta) contro un altro componente del reparto.

Allora ho deciso di fare qualcosa e poiché poche sono le cose che so fare bene nella mia vita e si contano su una mano e tra queste credo esserci la scrittura, ho scelto di scrivere questa lettera. Credo che ciascuno che la leggerà, sia un politico, un giornalista, un cittadino si dovrà necessariamente interrogare (ma ancora una volta sono certo di illudermi) su quanto essa contiene.

Inizierò con la constatazione che i chirurghi italiani sono tra i migliori, se non i migliori al mondo; osservando infatti i congressi internazionali sempre più in “live surgery” cioè con chirurgia in diretta si evince chiaramente come la mia affermazione sia vera e priva di dubbi. Il chirurgo italiano ovunque si trovi ad operare dimostra SEMPRE non solo una competenza tecnica paragonabile allo “straniero” ma possiede SEMPRE quella meravigliosa vena di soggettività e di genialità tipica del nostro popolo che gli permette di realizzare capolavori chirurgici laddove gli altri eseguono solo compiti tecnici ripetuti e meccanici.  Il chirurgo italiano è conosciuto e stimato nel mondo molto più di quanto lo siano altre categorie professionali e gli viene universalmente riconosciuto il carisma del “caposcuola”, di chi cioè indica una strada da percorrere.

Purtroppo nel nostro paese si crede ancora che l’America, gli States rappresentino la frontiera del meglio mentre nulla è più falso nel campo chirurgico.  Ma, come dicevo all’inizio di questa mia lettera è giunto il momento che qualcuno alzi la voce: i chirurghi italiano sono stanchi di essere perseguitati (la parola rende perfettamente ciò che proviamo ogni giorno) da richieste di risarcimento e cause che nella quasi totalità delle volte si rivelano ingiuste e inique.

Nessuno può comprendere cosa si provi nel ricevere una richiesta di risarcimento o un avviso di garanzia laddove ritieni di aver agito con correttezza professionale e secondo buona pratica medica. Mi si obietterà: ma molte volte è il chirurgo a credere di essere nella ragione quando invece egli ha causato un danno! E ancora: quanti errori medici e chirurgici!

Ebbene, essendo una lettera aperta appare giusto rispondere a tono: avete mai provato a correre di notte su una macchina lanciata senza pensare al tuo pericolo personale, ma solo a giungere il più in fretta possibile perché sei chiamato in sala operatoria per un’urgenza che senza te non avrebbe scampo? E quando giungi alla sala operatoria che consideri casa tua (non è forse il luogo dove si trascorre più ore quello che consideri casa?) e osservi i volti degli operatori che aspettano solamente te? Provate, voi che state leggendo, ad immaginare se il chirurgo dovesse pensare alle linee guida, alla buona pratica medica, a tutto ciò che l’avvocato o il medico legale o il pm gli chiederà se eseguirà una tecnica invece che un’altra?

Vorrei che provaste ad immaginare se su quel letto operatorio ci fosse vostro figlio e quel chirurgo avesse ricevuto la mattina stessa un avviso di garanzia! Vorrei che lo immaginaste per un’istante! Ma non preoccupatevi e non abbiate timore, quel chirurgo opererà secondo la propria esperienza, secondo la propria moralità, conoscendo perfettamente le linee guida, ma correlandole al caso e al paziente e non ascolterà MAI la vocina che dentro sussurra “aspetta…lascia perdere… se procedi in tal senso sei contro le linee guida…. potresti avere un avviso di garanzia!”, non l’ascolterà MAI, ma proseguirà osservando le linee guida correlate al caso e non perdendo mai di vista l’obiettivo di salvare il proprio paziente che è lo scopo che rende importante e degna la sua vita, la passione che lo divora fin dai tempi del liceo e dell’Università.

E pensando a me, seguendo i miei sogni e lottando contro le ingiustizie e l’immoralità, sono riuscito a realizzare parte del mio progetto, sono divenuto Direttore di Dipartimento, ho un team eccezionale e avrei tranquillamente potuto tacere e dedicare questo tempo futuro all’altra grande passione….avrei potuto realizzare la salita delle seven summits considerato il mio curriculum alpinistico. O forse avrei potuto andare ad operare negli Emirati Arabi o in Qatar dove i chirurghi italiano sono molto considerati anche economicamente!

Ed invece ho deciso, finchè il mio tempo non sarà scaduto, è necessario combattere e lottare. I giovani chirurghi italiani stanno decidendo di mollare, le scuole di chirurgia vanno deserte e soprattutto voi che “contate” state uccidendo la passione che muove i cuori dei giovani. Una giurisprudenza cieca e volgare permette la denuncia penale per i chirurghi (solo in Italia, Messico e Polonia…vergogna!) e la barbaria delle richieste di risarcimento prive di fondamento ma cariche di “voglia di denaro”, riempie ogni giorno le nostre corsie.

Osservo i volti dei miei assistenti ed aiuti: cosa ne sarà della loro passione, dei loro desideri, del loro impegno? Cosa ne sarà di quel ragazzo (e potrebbe essere vostro figlio) che stanotte avrà un incidente in moto e potrebbe non trovare più la stessa passione, lo stesso impegno, lo stesso desiderio di aiutarlo. Cosa ne sarà di quella mamma che stanotte o domenica o a Natale o a Pasqua (già perché i chirurghi lavorano sempre!) arriverà occlusa e potrebbe trovare un chirurgo che legga le linee guida (e osservandole si fermi e magari non attui TUTTO ciò che sarebbe certamente possibile ma magari contrario alle famose linee guida?) prima di operarla?

Che tristezza infinita osservare il volto del mio aiuto che geneticamente è quello che si definisce un fuoriclasse, quello che tra pochi anni sarebbe tra i migliori non solo in Italia e che ha nelle tasche e nel cuore almeno due denunce?  Lo osservo ogni giorno, sempre mi ci rivedo, e scopro che il fuoco della chirurgia riempie ancora la sua vita nonostante tutto. Lo osservo e so che, anche per lui, anche per tutti i giovani chirurghi devo lottare e lotterò.

Non importa se mettendoci la faccia essa verrà infangata come spesso succede in questo Paese che amo ma che non tutela le proprie eccellenze, non importa se mettendoci la faccia molti vi sputeranno sopra…..importa osservare il futuro delle generazioni che verranno…importa sapere che le mie figlie avranno un giorno, se fosse necessario, chirurghi con il cuore simile al loro padre, senza linee guida imposte e mandatarie di assolute certezze, senza il rischio di denunce che impediscano loro di operare sereni, senza magistrati che si lamentino quando richiesti di responsabilità civile ma che addentano i chirurghi senza ricordarsi ciò che essi dicono di loro stessi” con la responsabilità civile non siamo più sereni nel giudicare!” …scusate ma la loro frase non vale forse anche per i chirurghi!

Penso ai miliardi spesi in medicina difensiva spesso inutile e dannosa per la necessità di dover tutelare qualcosa che non deve essere tutelato: il dono di operare e le tue mani che collegate al tuo cervello e al tuo cuore cercano sempre la vita! Chiudo allora con una frase di Luciano Violante che riferendosi alla responsabilità civile dei magistrati (badate solo civile mentre per il chirurgo vale il penale!) afferma: «Servirebbe una norma che punisca l’azione temeraria di chi ricorre ingiustificatamente contro un giudice!» è esattamente ciò che chiedono i chirurghi e lo chiedono a gran voce.

Una norma che tuteli il chirurgo contro chi abusa del proprio diritto di rivalsa, una norma che garantisca la vera giustizia, una norma che riporti la classe chirurgica al valore che gli compete, una norma che permetta al cittadino che si sente danneggiato dal chirurgo di essere tutelato ma senza offenderne ingiustamente la dignità e l’umanità. Non chiediamo molto, chiediamo solamente un nuovo e diverso futuro per i nostri pazienti e per i giovani chirurghi che desiderano far propria la professione più bella del mondo!

Dott. Prof. Marco A. Zappa
Professore a Contratto Università Studi di Milano

(fonte: www.responsabilecivile.it)

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Obiettivo Ippocrate lo diceva quando tutti festeggiavano…magra consolazione ma noi non molliamo

05 GIUGNO – La legge 24 del 2017 ha delineato un assetto, parte del quale immediatamente cogente ed applicabile, parte da attuare con provvedimenti successivi, senza i quali l’intervento normativo è destinato a rimanere privo di alcuni effetti assolutamente necessari a sostenere l’intera impalcatura del sistema.

Abbiamo già cercato di individuare gli adempimenti richiesti alle aziende sanitarie (vedi articolo di Frittelli-Fiore su QS del 18 aprile 2017). Ora vediamo cosa richiesto ai decreti ministeriali e interministeriali che è importante vengano emanati tempestivamente, data la situazione politica del Paese, per non rischiare che eventuali ritardi incappino nel cambio di legislatura, che ritarderebbe  ulteriormente l’applicazione di parte della normativa.
I decreti ministeriali e interministeriali previsti dall’impianto normativo danno corpo alla riforma e la loro mancanza rischia di sottrarre tutela sia agli esercenti le professioni sanitarie che agli utenti, senza contare le difficoltà nelle quali si troverebbero le strutture sanitarie nella gestione del rischio sanitario e del contenzioso da med-mal e nel reperimento di compagnie assicurative disponibili ad assicurare il rischio professionale sanitario.
L’istituzione dell’Osservatorio delle buone pratiche. Il primo fondamentale provvedimento è quello previsto dall’articolo 3 della legge, con termine al 30 giugno 2017; trattasi di un decreto del Ministro della Salute, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, per istituire, presso l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS), l’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità, che costituisce il terminale della raccolta dati regionali e il centro propulsore delle buone pratiche.
L’Osservatorio dovrà sostituire i due osservatori attualmente esistenti, quello delle buone pratiche per la sicurezza dei pazienti e quello dei sinistri e delle polizze assicurative. Non si tratterà di una semplice fusione di funzioni relative alla raccolta dati, ma di un centro di snodo strategico tra i centri regionali di cui all’articolo 2 della legge 24 e le aziende sanitarie con i loro professionisti.
Infatti, ogni regione deve istituire il Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente, che raccoglie dalle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private i dati regionali sui rischi ed eventi avversi e sul contenzioso e li trasmette annualmente, mediante procedura telematica unificata a livello nazionale, all’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità, che deve provvedere all’emanazione di linee di indirizzo per la prevenzione e la gestione del rischio sanitario, al monitoraggio delle buone pratiche per la sicurezza delle cure nonché alle indicazioni per la formazione e l’aggiornamento degli operatori sanitari.
Il ritardo nell’emanazione del decreto rischia di rallentare l’inizio di questo articolato e capillare percorso di gestione del rischio sanitario e delle attività connesse, soprattutto in quelle realtà regionali che sono maggiormente in difficoltà nell’approccio al problema e avrebbero necessità dello strutturato sistema prefigurato in maniera innovativa e completa dalla nuova legge.
L’elenco dei soggetti abilitati all’elaborazione delle Linee guida. Il secondo fondamentale provvedimento è il decreto del Ministro della Salute, anch’esso con termine 30 giugno 2017, per l’istituzione e la regolamentazione dell’elenco che individua gli enti e istituzioni pubbliche e private nonché le società scientifiche e le associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie che devono elaborare le linee guida, contenenti le raccomandazioni alle quali devono attenersi, salve le specificità del caso concreto, gli esercenti le professioni sanitarie, nell’esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, da aggiornare con cadenza biennale.
In mancanza delle suddette raccomandazioni, gli esercenti le professioni sanitarie si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali.
E’ prevedibile che il decreto ministeriale in questione sia piuttosto complesso, dovendo stabilire, nel regolamentare l’iscrizione delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche:
a) i requisiti minimi di rappresentatività sul territorio nazionale;
b) la costituzione mediante atto pubblico e le garanzie da prevedere nello statuto in riferimento al libero accesso dei professionisti aventi titolo e alla loro partecipazione alle decisioni, all’autonomia e all’indipendenza, all’assenza di scopo di lucro, alla pubblicazione nel sito istituzionale dei bilanci preventivi, dei consuntivi e degli incarichi retribuiti, alla dichiarazione e regolazione dei conflitti di interesse e all’individuazione di sistemi di verifica e controllo della qualità della produzione tecnico-scientifica;
c) le procedure di iscrizione all’elenco nonché le verifiche sul mantenimento dei requisiti e le modalità di sospensione o cancellazione dallo stesso.
Con tale previsione la legge Gelli ha prefigurato un sistema, tutto nuovo, trasparente e rigoroso, di accreditamento delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche.
Siffatto sistema è particolarmente importante per garantire adeguati livelli di qualità degli enti e l’assenza di conflitti di interessi e passare da generici riferimenti al “mondo scientifico” ad una individuazione rigorosa dei soggetti accreditati ad emanare le linee guida, anche in considerazione dell’effetto scriminante dell’osservanza delle raccomandazioni previste dalle linee guida elaborate dai suddetti soggetti, ai sensi dell’articolo 6 della nuova legge, che profila una specifica responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria.
Sistema nazionale delle Linee guida. Le linee guida e gli aggiornamenti delle stesse elaborati dai soggetti individuati dal suddetto decreto ministeriale sono integrati nel Sistema nazionale per le linee guida (SNLG), il quale è disciplinato nei compiti e nelle funzioni con decreto del Ministro della salute, da emanare, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, entro il 31 luglio 2017.
Il rigore scientifico del sistema dovrà essere garantito, a livello centrale, dall’Istituto Superiore di Sanità, che pubblica nel proprio sito internet le linee guida e gli aggiornamenti delle stesse indicati dal SNLG, previa verifica della conformità della metodologia adottata a standard definiti e resi pubblici dallo stesso Istituto nonché della rilevanza delle evidenze scientifiche dichiarate a supporto delle raccomandazioni. Anche in questo caso, quindi, il decreto ministeriale è da emanare con assoluta tempestività.
I tre decreti sulle assicurazioni. Una delle più rilevanti novità della legge Gelli è rappresentata dall’obbligo assicurativo a carico delle strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche e private, al quale, tuttavia, non corrisponde alcun obbligo a contrarre a carico delle imprese assicurative.
La obbligatoria copertura assicurativa per la responsabilità civile della struttura verso terzi (nonché verso i propri prestatori d’opera) è estesa anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonché attraverso la telemedicina.
Detto obbligo di copertura assicurativa della struttura può essere surrogato dall’adozione, da parte della stessa struttura, di “altre analoghe misure”. L’obbligo assicurativo (o la copertura attraverso le analoghe misure) concerne anche la responsabilità civile verso terzi degli esercenti le professioni sanitarie che vengano chiamati “in proprio”, a titolo di responsabilità extracontrattuale (e, quindi, anche per colpa lieve), ferma restando l’azione di rivalsa o di responsabilità amministrativa.
Proprio al fine  di garantire efficacia a tali azioni, ciascun esercente la professione sanitaria operante a qualunque titolo in strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche o private provvede alla stipula, con oneri a proprio carico, di un’adeguata polizza di assicurazione per colpa grave.
Le strutture sanitarie devono rendere nota, mediante pubblicazione nel proprio sito internet, la denominazione dell’impresa che presta la copertura assicurativa della responsabilità civile verso i terzi e verso i prestatori d’opera, indicando per esteso i contratti, le clausole assicurative ovvero le altre analoghe misure che determinano la copertura assi.
In tale complesso ambito, concernente la copertura rischi tramite assicurazione o  altre analoghe misure, è prevista l’emanazione di tre decreti: 
a) con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro il 31 luglio 2017, di concerto con il Ministro della salute e con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano – sentiti l’IVASS, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (ANIA), le Associazioni nazionali rappresentative delle strutture private che erogano prestazioni sanitarie e sociosanitarie, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, le Federazioni nazionali degli ordini e dei collegi delle professioni sanitarie e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative delle categorie professionali interessate, nonché le associazioni di tutela dei cittadini e dei pazienti – devono essere  determinati i requisiti minimi delle polizze assicurative per le strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private e per gli esercenti le professioni sanitarie, prevedendo l’individuazione di classi di rischio a cui far corrispondere massimali differenziati. Il medesimo decreto stabilisce i requisiti minimi di garanzia e le condizioni generali di operatività delle altre analoghe misure, anche di assunzione diretta del rischio; disciplina altresì le regole per il trasferimento del rischio nel caso di subentro contrattuale di un’impresa di assicurazione nonché la previsione nel bilancio delle strutture di un fondo rischi e di un fondo costituito dalla messa a riserva per competenza dei risarcimenti relativi ai sinistri denunciati che, per disposizione del tutto innovativa della legge 24, e’ impignorabile.
Questo decreto è, pertanto, assolutamente essenziale, sia per cercare di regolamentare un mercato, quello assicurativo del med-mal, che ha visto negli ultimi anni la defezione dei principali operatori, sia per regolamentare le c.d. misure analoghe, in caso di assenza di assicurazione. La tempestiva regolamentazione di detti profili appare di fondamentale importanza proprio per dare effettività e concretezza alle più rilevanti innovazioni contenute nella legge 24, alla luce di in un panorama nazionale che,  da un lato,  è coperto dalle assicurazioni a macchia di leopardo, senza contare le alte quote di franchigie e SIR in presenza di coperture assicurative, e, dall’altro, vive in uno stato di “incertezza” finanziaria, anche con riguardo alla posizione degli stessi medici strutturati, nei casi di opzione aziendale per l’analoga misura della “autoritenzione”, allo stato, senza specifiche regole e garanzie di bilancio.
Si ricorda che, sotto questo profilo, in gioco c’è sia l’effettività di tutela del danneggiato che la sostenibilità dei bilanci, che devono poter quantificare con relativa certezza la quantificazione del rischio. Con riferimento alle strutture pubbliche, poi, si aggiunge il pregiudizio per il Fondo del SSN, al quale comunque si attinge, sia per i premi assicurativi che per le misure di autoritenzione che, se mal gestite, diventano fonte di spesa incontrollata. Senza contare che, come accennato, ai fini della serenità dei professionisti, sotto il profilo della rivalsa, non è indifferente il fatto che l’azienda sia assicurata, ovvero ricorra ad analoghe misure.
b) Con decreto del Ministro dello sviluppo economico da emanare, di concerto con il Ministro della salute e sentito l’IVASS, entro il 31 luglio 2017, sono individuati i dati relativi alle polizze di assicurazione stipulate e alle altre analoghe misure e sono stabiliti, altresì, le modalità e i termini per la comunicazione di tali dati da parte delle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private e degli esercenti le professioni sanitarie all’Osservatorio. Il medesimo decreto stabilisce le modalità e i termini per l’accesso a tali dati.
c) Con decreto, da emanare entro il 30 giugno 2017, il Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro della salute, definisce i criteri e le modalità per lo svolgimento delle funzioni di vigilanza e controllo esercitate dall’IVASS sulle imprese di assicurazione che intendano stipulare polizze con le strutture sanitarie e con gli esercenti la professione sanitaria.
Il Fondo di garanzia. La legge 24 ha istituito, nello stato di previsione del Ministero della salute, il Fondo di garanzia per i danni derivanti da responsabilità sanitaria, la cui gestione è affidata alla Concessionaria servizi assicurativi pubblici (CONSAP) Spa.
Trattasi di una novità, mutuata dal mondo degli incidenti stradali, a protezione dei soggetti danneggiati, per assicurare loro effettività di tutela.
Il Fondo risarcisce i danni cagionati da responsabilità sanitaria nei seguenti casi:
a) qualora il danno sia di importo eccedente rispetto ai massimali previsti dai contratti di assicurazione stipulati dalla struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata ovvero dall’esercente la professione sanitaria ai sensi del   decreto di cui all’articolo 10, comma 6;
b) qualora la struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata ovvero l’esercente la professione sanitaria risultino assicurati presso un’impresa che al momento del sinistro si trovi in stato di insolvenza o di liquidazione coatta amministrativa o vi venga posta successivamente;
c) qualora la struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata ovvero l’esercente la professione sanitaria siano sprovvisti di copertura assicurativa per recesso unilaterale dell’impresa assicuratrice ovvero per la sopravvenuta inesistenza o cancellazione dall’albo dell’impresa assicuratrice stessa.
Il Fondo di garanzia è alimentato dal versamento di un contributo annuale dovuto dalle imprese autorizzate all’esercizio delle assicurazioni per la responsabilità civile per i danni causati da responsabilità sanitaria. Con regolamento adottato con decreto del Ministro della salute, da emanare entro il 31 luglio 2017, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro e dell’economia e delle finanze, sentite la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e le rappresentanze delle imprese di assicurazione, sono definiti:
a. la misura del contributo dovuto dalle imprese autorizzate all’esercizio delle assicurazioni per la responsabilità civile per i danni causati da responsabilità sanitaria;
b. le modalità di versamento del contributo di cui alla lettera a);
c. i princìpi cui dovrà uniformarsi la convenzione tra il Ministero della salute e la CONSAP Spa;
d. le modalità di intervento, il funzionamento e il regresso del Fondo di garanzia nei confronti del responsabile del sinistro.
L’emanazione del decreto è particolarmente importante sia per la costituzione di questo importante strumento, sia per evitare criticità che possono crearsi nella gestione: potrebbe indurre le strutture e i professionisti ad assicurarsi per il massimale minimo previsto, contando sulla copertura del Fondo; potrebbe creare disparità nell’accesso al Fondo medesimo tra assicurati con massimali diversi; potrebbe creare effetti distorsivi del mercato assicurativo; sembrano del tutto scoperte le ipotesi di totale copertura assicurativa per scelta della struttura o del professionista; c’è da capire il rapporto con il fondo previsto dalla legge Balduzzi  per i professionisti a più alto rischio, mai attuato  per mancanza del DPCM che avrebbe dovuto regolamentarlo.
La legge Gelli e il ddl concorrenza. La legge 24 ha opportunamente stabilito per il danno conseguente all’attività della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria l’aggancio alle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del  Codice delle assicurazioni private di cui al D.lgs. n. 209/2005. Trattasi di una condizione essenziale per definire un perimetro meno incerto del rischio assicurativo ed abbassare l’entità dei premi, riaprendo il mercato alle principali compagnie assicurative. Appare, quindi, indispensabile la definizione dell’iter del ddl concorrenza e del successivo decreto di attuazione.
Tiziana Frittelli Vicepresidente Federsanità
(fonte: quotidianosanita.it)

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Cassazione. Confermata condanna per omicidio colposo a infermiere che aveva dato un codice verde anziché giallo al pronto soccorso [Quotidianosanita.it]

02 MAG –

Premessa
Ennesima sentenza della Cassazione (IV sezione penale, sentenza 10 aprile 2017, n. 18100) di riconoscimento di responsabilità inerente l’operato di un infermiere al triage del pronto soccorso dove viene in essere, ancora una volta, la sottovalutazione del codice di triage – verde in luogo di  giallo – e di tutto quello che ne consegue in seguito alla sottovalutazione del codice colore.
Il paziente decede in seguito al mancato trattamento al pronto soccorso.
Questa volta troviamo un elemento di novità relativo a una ulteriore sottovalutazione che risulta nuova rispetto ai precedenti: la sottovalutazione della familiarità risultante dall’anamnesi.

Fatto e diritto
Paziente con un infarto in corso trasportato al pronto soccorso da un’ambulanza dove era stato assegnato un codice giallo mentre all’arrivo al pronto soccorso l’infermiere del triage attribuisce al paziente un codice verde.

All’infermiere del pronto soccorso si contesta, oltre all’errata attribuzione del codice:
1) L’incompleta compilazione della scheda di accettazione dove si è trascurata la mancata considerazione della familiarità (dall’anamnesi effettuata dal personale dell’ambulanza risultava la morte per infarto del padre  del paziente);
2) la mancata effettuazione di un “esame” – verosimilmente dell’esame obiettivo e dell’elettrocardiogramma – del paziente secondo le “linee guida del triage infermieristico”;
3) l’omessa rivalutazione del paziente per oltre due ore.

In pratica un paziente con un infarto in corso viene accettato al pronto soccorso dove per oltre due ore non riceve “alcun tipo di cura”.
La difesa dell’infermiere si è incentrata sulla contestazione della causalità del ritardo – “i tempi di attesa non hanno inciso sulla situazione clinica” – basata sui referti autoptici che indicavano un infarto insorto da “pochissimo tempo” e quindi non precedente all’ingresso al pronto soccorso e sull’iperafflusso al pronto soccorso, in quanto ha sostenuto che in quel periodo di tempo al pronto soccorso “giunse un numero sproporzionato di persone”.
La Suprema Corte conferma sia la violazione delle linee guida che le “regole di comune diligenza e perizia richieste agli infermieri professionali addetti al Pronto Soccorso, tenuto conto dei sintomi mostrati dal paziente (perdita di conoscenza; incontinenza urinaria) e della acquisita anamnesi familiare”. E’ proprio il punto sulla familiarità che viene in luce con grande evidenza in questa sentenza e che viene ribadito dai supremi giudici.

E’ la prima volta, quanto meno che si ricordi, che viene posto in essere, in una sentenza della Suprema Corte la problematica relativa alla “familiarità” come una delle gravi negligenze poste in essere dal personale infermieristico. La familiarità attiene all’anamnesi che viene ricondotta, tradizionalmente e storicamente, alla competenza medica. Anche il termine stesso non viene sovente usato nel mondo diverso da quello medico: lo stesso mondo infermieristico preferisce spesso parlare di “raccolta dati”. Ebbene per i giudici della Cassazione uno degli elementi della colpa infermieristica, in questo caso, è proprio la sottovalutazione di questo aspetto dell’anamnesi. Ripetiamo: non ricordiamo precedenti sul punto.
Non nuovo invece è il problema della contestazione del sovraffollamento del pronto soccorso come richiesta di esimente sull’errore. Avevamo già commentato i precedenti orientamenti della Corte (IV sezione penale, sentenza 1 ottobre 2014, n. 11601) che non aveva riconosciuto l’iperaffllusso al pronto soccorso come scriminante per l’errore di attribuzione del codice e per la mancata rivalutazione.
Anche nel precedente caso il problema era il decesso del paziente giunto al pronto soccorso con un infarto del miocardio. In quel caso la Cassazione aveva considerato non sufficiente l’affermazione dell’iperafflusso operando un controllo reale degli accessi e una eventuale ricognizione del personale presente non solo al pronto soccorso, ma nell’intero ospedale.
In questo caso la Cassazione rileva che “le condizioni di sovraffollamento della struttura sanitaria, il giorno del fatto, non autorizzavano altrimenti la declassificazione del triage rispetto ai codici di priorità gialli, che afferiscono a patologie degne di particolare attenzione”.
Difficile non concordare con i supremi giudici che affermano, in questo caso, verità di buon senso. L’emergenza clinica non differisce in relazione alle condizioni organizzative e di impegno a cui è sottoposto il pronto soccorso. Vero è anche che nelle attuali condizioni di forte sofferenza dovute all’eccessivo numero di accessi al pronto soccorso le vittime rischiano di essere, oltre agli inconsapevoli pazienti, proprio tutti gli operatori del pronto soccorso che, come è noto, sono a loro volta anche ulteriori vittime di episodi di intolleranza e violenza.
Sulla causalità la Corte specifica che con la attribuzione di un corretto codice di priorità, secondo le indicazioni delle linee guida, ci sarebbe stata l’effettuazione di un “elettrocardiogramma entro trenta minuti” che avrebbe consentito di “intraprendere utilmente il corretto percorso diagnostico e terapeutico”.
Sussiste quindi il nesso di causa tra il comportamento omissivo dell’infermiere e la morte del paziente che può essere affermata, vista l’assenza di controlli e terapie durante il suo periodo presso l’astanteria del pronto soccorso. Dal punto di vista controfattuale quindi la corretta attribuzione del codice di triage avrebbe comportato un diverso esito delle sorti del paziente.
Nella sentenza non si opera alcun riferimento all’esimente per l’osservanza delle linee guida prevista dal decreto Balduzzi, né tanto meno, a quella prevista dalla recentissima legge “Gelli” in relazione all’osservanza delle raccomandazioni previste dalle linee guida.
Questo lo si deve, verosimilmente in carenza di altre informazioni, alla non vigenza del decreto Balduzzi al momento della commissione del fatto. Lo si desume dall’annullamento della sentenza della Corte di appello per avvenuta prescrizione.

Conclusioni
Ci sarebbe da domandarsi se l’esercizio professionale e, conseguentemente, l’organizzazione in pronto soccorso debbano essere rioerientati alla luce delle recenti innovazioni legislative introdotte dalla legge Gelli e se il ruolo delle linee guida di società scientifiche  e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie possa anche vicariare l’assenza di normative più chiare e definite nel rapporto tra le diverse professioni sanitarie.
A prima vista  dovremmo dare una risposta negativa a questo interrogativo stante la diversa natura delle linee guida rispetto a ogni qualsivoglia atto di regolamentazione dell’esercizio professionale.
Rimane il dubbio di quale debba essere l’atteggiamento del professionista a fronte di linee guida sconfinanti il tradizionale ambito scientifico e che vadano a lambire l’ambito di esercizio professionale.
In altre parole se una linea guida che attribuisca la completa responsabilità infermieristica in ordine all’anamnesi del paziente debba o meno considerarsi lecita.
La presente sentenza della Cassazione, pur non intervenendo sulle questioni di legittimità, ma limitandosi a quelle di responsabilità, sembra dare una risposta positiva.

Luca Benci
Giurista 

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Riforma Gelli Bianco: dopo il giubilo la paura dei medici di essere stati gabbati [fonte: personaedanno.it]

30 APR –

Paiono terminate, in un silenzio irreale, le odi levate in favore della riforma Gelli – Bianco, premiata prima ancora di essere letta da una propaganda pressante, astiosa (per i riferimenti, a tratti risibili, ai profittatori), culminata da raccolte di firme online perché non venisse fermata dai lavori parlamentari.
Quando, finalmente, è stata letta da giuristi capaci ma soprattutto liberi di formulare un giudizio, si è palesata in tutta la sua approssimazione. Una responsabilità penale più severa, un costrutto lessicale incerto, una nuova medicina difensiva di regime, un bugia sulla trasformazione della responsabilità contrattuale in extracontrattuale, l’ennesima complicazione delle procedure che porterà a cause più complesse e costose, il rischio che i poteri forti mettono mano alla medicina legale di stato orientandola alla faccia, cari medici, della vostra autonomia, il passo indietro della scienza dinanzi alle medicina di stato, per citarne solo alcune.
Non è bastata l’amatoriale Balduzzi a dare una lezione, perché ormai il legislatore (Gelli, oggi, come Balduzzi, allora) delegano alla magistratura la funzione legislativa e si limitano, per utilizzare una frase ahi noi nota di Balduzzi, a provocare la reazione della magistratura.
Le sigle sindacali e gli alfieri delle compagnie di assicurazione si affrettano ad offrire della sua valenza, presunta, letture partigiane, i sindacati dei sanitari, che prima percorrevano il web armati di un solo credo (fate passare la riforma, urlavano) ora si nascondono, e varrebbe la pena che i loro iscritti chiedessero, una volta per tutte, che chi l’ha sostenuta tale stolta riforma si dimettesse.
Per anni i medici sono stati messi contro i pazienti ed i loro avvocati nel tentativo di concentrare sul contenzioso, millantato come infondato, malizioso, a tratti addirittura illecito, ogni loro frustrazione, così da distogliere lo sguardo dalla vera minaccia alla loro autonomia. E ci sono riusciti, perché fior di professionisti, a volte impegnati pure sui social si sono sguinzagliati a vicenda a dare la caccia all’avvocato difensore dei pazienti e luciferino nemico della loro professione, ed ora che è chiaro che il loro nemico è quello che li ha sin qui strumentalizzati e che si lega a doppio filo agli interessi delle compagnie di assicurazione, si sono rinchiusi, sconcertati, in un assordante silenzio.

Gelli – Bianco e la propaganda della medicina difensiva hanno raccontato due splendide favole preannunciando un nuovo corso: la depenalizzazione della responsabilità medica e la trasformazione (come in un gioco di prestigio) della responsabilità contrattuale del medico in responsabilità extracontrattuale. Eh si perché i sanitari nulla sanno del diritto, nella maggior parte dei casi, ma hanno insegnato loro che tra i nemici giurati della professione debbono annoverarsi, come losche figure incappucciate, il reato, l’obbligazione di risultato e la responsabilità contrattuale da contatto sociale insieme, ben inteso, agli avvocati puzzoni che le invochino.

Il reato, che osa insidiare la loro arte trasformandola in un becero insulto all’integrità proprio di coloro che vorrebbero, invece, salvare, a guisa di un rozzo camionista che eccede in velocità travolgendo una colonna di auto in sosta; l’obbligazione di risultato, che li chiamerebbe a rispondere -addirittura- di ciò che hanno promesso (non sia mai!) e infine il contatto sociale, che trasformerebbe l’alchimia esoterica della prestazione medica in un mercimonio che ha il sapore del vile denaro, dell’obbligo, della vendita di un frigorifero.

Quanto al primo, al reato, si sconosce l’esistenza della presunta emergenza, tenuto conto che i dati parlano, invece, di un rischio bassissimo di condanna. Imbavagliare il paziente scontento non è possibile oggi, non sarà possibile domani, bisogna farsene una ragione, meglio sarebbe non renderlo scontento: non esiste una categoria (anche se quando discute di depenalizzazione tout court varrebbe la pena definirla casta) immune dalle conseguenze della propria condotta per meriti atavici, e nemmeno si può impedire a chi lo ritenga necessario d’invocare la reazione dello stato: trattarlo con rispetto ed attenzione ridurrebbe il rischio di contenzioso, tanto più di denuncia, di una succosa percentuale. Credersi al di sopra delle regole, quindi, non fa che disgregare l’equilibrio che dovrebbe invece fondare l’alleanza terapeutica, questa sconosciuta.

Quanto alla seconda, la presunta trasformazione dell’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, frutto questa -invece irrilevante distinzione- certamente di una mercificazione della prestazione, invita a giocare sul significato, insito in ogni obbligazione, di risultato, anziché concentrare l’attenzione sull’incontro di volontà e quindi, appunto, sull’alleanza terapeutica. Quando un medico assicura il paziente sulla routinarietà di un trattamento inducendolo a sottoporvisi, grazie ad un’informazione non esaustiva circa le complicanze possibili, sia che svolga la libera professione che sia dipendente di una struttura complessa ha assunto un obbligazione con il proprio paziente (fatevene una ragione) che ha il contenuto che lui, il sanitario, ha inteso dedurre: la promessa, tra l’altro fallace, e quindi illecita, di un risultato descritto come di agevole verificazione. Insegnamo ai professionisti che questo non si fa, siano essi avvocati, ingegneri, medici: è finita la professione da colletti bianchi paternalista del “so io come si fa, tu firma”; toga e camice non possono servire più, come accadeva un tempo, per salvarsi poi dalla reazione, corretta, del proprio cliente-paziente che si sente giustamente tradito e si sa che chi vive tale condizione diventa, anche se non dovrebbe, vendicativo.

Quanto al terzo abbaglio, che consiste nell’inimicizia che il contatto sociale manifesterebbe al medico, trasformando la sua arte in un lurido contratto, finiamola di essere ipocriti: che il camice sia abbottonato, sbottonato, appeso all’appendino o di un colore diverso, la prestazione è sempre la stessa, vede il medico protagonista con il paziente di un vincolo obbligatorio di straordinaria consistenza e fascino, nel quale il medico agisce in scienza e coscienza, assoluta libertà ed autonomia, e proprio in tale straordinaria funzione si manifesta tutta la complessità che merita il massimo rispetto; ed è proprio chi neghi questo straordinario momento di autonomia, personalità, specialità, che vi dimostra mancanza di rispetto, paragonandovi al magazziniere che consegna il frigorifero scelto dall’acquirente rimanendo estraneo al vincolo contrattuale che si perfezione tra acquirente e venditore perché esegue, meccanicamente, una direttiva in ordine alla quale non ha alcuna autonomia.
Volete veramente, cari medici, diventare come i magazzinieri?
Volete farvi degradare da questa politica inetta, dalle sirene (interessate solo al risultato economico) delle compagnie di assicurazione, a medici di serie B quando siete “esercenti la professione” come vi definisce la Gelli Bianco?
O forse è venuto il momento di riaffermare che siete professionisti, che agite in scienza e coscienza, potendo addirittura obiettare (a quanti magazzinieri è consentito farlo?), che è la vostra informazione, che vi suggerisce non la struttura ma la vostra statura etica, tecnica, morale, a mettere nelle condizioni il paziente di assentire o negare il trattamento; che il vostro sorriso, una mano calda che rassicura il malato, il vostro sforzo di ogni giorno in rimi spesso insostenibili vi rende diversi dal magazziniere (che non me ne vorrà) e orgogliosi di svolgere una professione di altissimo rilievo sociale.
Ditelo a voce alta al disattendo legislatore, ditelo ai sindacati che lo hanno miseramente appoggiato, ditelo a chi vi racconta, ai convegni, una storia edulcorata, facendovi sentire vittime di qualche cosa che però non vi spiega correttamente, perché solo sino a che rimarrete ignoranti (delle regole) sarete delle straordinarie pedine da manovrare.

Nicola Todeschini

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