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Osservazioni e Proposte per la Responsabilità Civile (RC) dei Medici

BOZZA: Osservazioni e Proposte per la Responsabilità Civile (RC) dei Medici

Alcune osservazioni sulla questione assicurativa RC Medici

25 Gennaio 2016
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“Il disagio del medico” di Massimo Misiti

Salve,
mi rendo conto che poco, o nulla, possa interessare nel quotidiano al politico, al manager, all’uomo della strada del disagio dei medici e degli “esercenti la professione sanitaria”, ma che questo  non interessi neanche agli stessi è il massimo della delusione e dello scoramento.
Il pianeta sanità è diventato da un po’ di tempo a questa parte l’orsetto del luna-­park su cui
tutti esercitano il loro tiro, nello specifico oggigiorno:

  • per poter partecipare ad un concorso per una professione sanitaria “è consigliabile” frequentare dei corsi propedeutici, a pagamento.
  • Le tasse universitarie, si pagano da tutte le parti, nulla questio.
  • Gli iscritti del 5°e del 6° anno delle facoltà di Medicina e Chirurgia possono, se vogliono, cominciare a pagare i contributi Enpam.
  • Appena laureati è obbligatoria, l’iscrizione all’ordine dei medici con quota annuale e il pagamento della polizza assicurativa (assicurazioni che speculano e ci obbligano al pagamento di premi assurdi)
  • Ma chiaramente ci sono i corsi ECM, quasi tutti a pagamento, e gli aggiornamenti vari…e così via.

Torno al mio pensiero ricorrente, ma quanto conviene questo sistema Sanitario, quanto è importante essere aggiornati e pronti a rispondere alle esigenze dei pazienti se poi ti senti soltanto un animale da produzione di denaro per i grandi sistemi e non hai possibilità né di dialogo né di confronto se non sei ai vertici di un sistema, che non è mai stato capace di creare lobby ma neanche rappresentanze di categoria ascoltate e rispettate.
Eppur vero che l’arte medica è una missione, ma in questa missione non è previsto che ci sparino addosso tutti senza tregua e senza che noi si abbia possibilità di difesa. Non si può sempre assecondare il manager/dirigente di pianeta sanitario, spesso e volentieri ignorante e non  competente, che si arroga il diritto di dare del “tu” in modo confidenziale e spesso arrogante e ordina di eseguire gli ordini perché così è se “ti” piace.
E’ necessaria una maggiore partecipazione nella vita societaria di categoria e va preteso il rispetto della propria dignità di medico e/o esercente la professione sanitaria.

Massimo Misiti, ortopedico

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Medicina difensiva e possibili soluzioni (Dr.ssa M. Cocconcelli, Chirurgo Ortopedico)

Medicina difensiva e possibili soluzioni: mie considerazioni

EMENDAMENTI POSSIBILI

  • Se la struttura ED IL MEDICO dimostrano che hanno seguito le linee guida o se le cartelle cliniche dimostrano la correttezza dell’operato del medico, è il paziente che dovrà dimostrare l’errore medico (inversione dell’onere della prova rispetto a quello che avviene oggi).
  • eliminazione del criterio di presunzione di colpa e limitare il concetto di colpa medica all’errore medico escludendo l’evento imprevedibile ,imprevenibile, il caso fortuito e la causa ignota;

Adottare un sistema no blame, ossia non incolpare sempre e comunque il sanitario per colpe che sono invece di natura organizzativa/ospedaliera e Istituire il fondo vittime dell’alea terapeutica per indennizzare le vittime di cause indipendenti dall’operato medico-chirurgico:

  • delle complicanze insite nelle cure;
  • delle infezioni nosocomiali;
  • dei danni derivanti dall’uso di prodotti farmaceutici;
  • dei danni derivanti da protesi o altri presidi che si accertino successivamente essere difettosi o dannosi;
  • delle malattie derivanti da trasfusioni;
  • dei danni derivanti da patologie asintomatiche o di difficile o statisticamente di improbabile sussistenza, quando non possono essere individuati e contrastati con la normale attività clinica e terapeutica ma solo con l’utilizzo di presidi e misure eccezionali.


Inoltre, l’assunzione di responsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale nei casi di eventi avversi legati all’attività sanitaria, siano essi dovuti a errori individuali, di sistema oppure alla c.d. alea terapeutica (quando ad esempio vi siano effetti avversi non prevedibili dovuti all’uso di un farmaco, o rischi insiti e ineliminabili in una procedura); attraverso la messa a punto di un sistema misto, risarcitorio e indennitario, in maniera da tutelare le persone danneggiate da eventi avversi correlati all’attività sanitaria, indipendentemente dal riconoscimento o meno di una responsabilità individuabile, tutelando al contempo strutture e operatorie salvaguardando il rapporto di fiducia nei confronti del SSN;

  • configurare la responsabilità dei medici come responsabilità di natura extracontrattuale (2043 c.c.) e, per l’effetto, ridurre il termine di prescrizione a 5 anni per i medici; mantenere il termine di 10 anni quale responsabilità contrattuale unicamente per le strutture sanitarie (art. 2946 c.c.);
  • la prescrizione può essere interrotta solo dalla proposizione della domanda giudiziale (e non è più sufficiente una lettera R/R);
  • prevedere cause di esonero di responsabilità per i medici nel caso il danno derivante da una causa ignota e nel caso in cui venga dimostrato che la “complicanza” intra o postoperatoria è dipesa da fattori non previsti e non prevedibili. Distinguere tra errore e complicanza!!!!!!
  • costituire obbligatoriamente presso le strutture sanitarie ospedaliere unità operative di Risk Management non solo per gestire l’errore medico, ma anche per la gestione del semplice reclamo. Risk management composto non solo da un medico legale ma da uno specialista della branca oggetto del reclamo e/o richiesta di risarcimento
  • obbligatorietà per il paziente al momento di introdurre la causa giudiziaria di depositare assieme all’atto introduttivo una consulenza tecnica di parte redatta oltre che dal medico di medicina legale anche da uno specialista della branca oggetto della denuncia con una esperienza diretta in materia di almeno 5 anni.

In caso di contenzioso giudiziario deve venire obbligatoriamente nominato in sede di CTU assieme ad uno specialista in Medicina legale anche uno specialista del ramo oggetto del contendere; l’oggetto della causa deve essere limitato a quello descritto nell’atto introduttivo e non può essere ampliato nel corso della vertenza giudiziaria:

  • prevedere una tabella uniforme nazionali sulla base delle quali stabilire il calcolo del risarcimento danni e prevedere che le pregresse condizioni di salute possono giustificare un abbattimento del danno;
  • analogamente a quanto previsto nel D.L. all’art. 41 in materia di appalti, si chiede che all’art. 96 terzo comma sia aggiunto un ulteriore comma che preveda che in caso di abuso del processo o nel caso la parte soccombente abbia agito con mala fede o colpa grave “per le controversie in materia di responsabilità medica, la sanzione debba essere calcolata fino al 100% della somma richiesta dal paziente a titolo di risarcimento del danno”;

Mi permetto di dirti che (in base alla bozza di decreto legge sulla RC profess. medica del decreto sulla PA del 24 giugno 2014 ) viene espropriata la contrattazione collettiva dal ruolo che gli veniva riconosciuto sul finanziamento del “fondo assicurativo appositamente costituito” che deve garantire la copertura assicurativa.

Aggiungendo le parole “nei limiti delle risorse del fondo stesso“, in pratica, la Riforma depotenzia la finalità del “fondo”, che è quella “di garantire idonea copertura assicurativa agli esercenti le professioni sanitarie“. Inoltre, se teniamo conto che il finanziamento del “fondo” non verrà più definito in sede di contrattazione collettiva, bensì dal soggetto gestore del fondo, risulta chiaro che i medici non avranno nessuna voce in capitolo per quanto riguarda il fondo che deve garantire la loro copertura assicurativa. Infatti, è già stato ribadito in diverse occasioni che il soggetto gestore del fondo sarà rappresentato prevalentemente dai Ministeri e da una folta schiera di rappresentanti del mondo assicurativo.
In pratica, i medici che sono i più interessati al fondo vengono messi nell’impossibilità di partecipare alla costituzione e alla gestione dello stesso.

Quindi,

1) Depenalizzare la colpa medica e definire bene cosa si intenda per atto medico!!! Non è stato mai chiarito cosa si intenda per atto medico.

Proprio questo concetto di colpa rappresenta l’ago della bilancia tra responsabilità civile e penale del professionista sanitario. La responsabilità Penale del medico solo per dolo o colpa grave ed inescusabile. La responsabilità penale del professionista sanitario sorge dalla violazione di disposizioni di legge specifiche le quali prevedono reati normativamente sanzionati dal codice penale o da leggi specifiche a titolo d’esempio: responsabilità penale dolosa è rappresentata da trasgressioni volontarie e coscienti .
Non esiste dolo se non vi è volontà di trasgredire. E tale volontà è personale e logicamente connessa con l’agire del professionista sanitario. Naturalmente ai reati come sopra elencati vanno aggiunti tutti quei reati generici, imputabili al medico non in quanto tale, quindi non specificatamente collegati alla sua professione (v. omicidio volontario, lesioni dolose, ecc.) Il medico non è imputabile se segue le linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

La responsabilità Civile: “Le obbligazioni inerenti l’esercizio della professione sanitaria non sono di risultato, nel senso che il professionista assumendo l’incarico si impegna a prestare la propria opera intellettuale e scientifica per raggiungere il risultato sperato, ma non per conseguirlo. Di conseguenza l’inadempimento del sanitario è costituito non già dall’esito sfortunato della terapia e dal mancato conseguimento della guarigione del paziente, ma dalla violazione dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale (Cass. 231/1969)

2) L’ospedale pubblico o privato deve essere contrattualmente responsabile per le cure al paziente. Il paziente danneggiato deve rivalersi in via diretta sulla struttura sanitaria e non sul professionista. (responsabilità contrattuale). Ancora potrebbe essere la stessa struttura sanitaria, con l’aiuto del professionista sanitario, a opporre la “causa imprevedibile o forza maggiore” al paziente danneggiato, annullando in questo modo le pretese risarcitorie del paziente.

3) creare compagnie assicurative di tipo mutualistico possedute dagli ospedali o dagli enti pubblici Compagnie assicurative di tipo mutualistico esistono ad esempio in Francia (SHAM), nei Paesi Bassi (MediRisk), in Svezia (Regions Medical Injuries Insurance), in Finlandia (The Patient Insurance Pool), in Galles (The Welsh Risk Pool). I vantaggi sono legati alla natura non-profit che limita i costi al risarcimento del paziente ed alle spese amministrative di gestione della pratica. Nei Paesi Scandinavi i costi amministrativi per le gestione delle richieste di risarcimento sono in media di 700 euro a fronte dei 15.000 per ogni parte coinvolta nei paesi che ricorrono ai giudizi nelle aule di giustizia. Inoltre questo tipo di assicurazione consente di dividere il rischio tra tutti gli ospedali.

3) porre un tetto alle richieste di risarcimento In alcuni paesi la legislazione pone un tetto al massimo risarcimento erogabile, fino ad arrivare agli 800.000 Euro che in Svezia la legislazione vigente stabilisce. In altri paesi vi è un limite al di sotto del quale non vengono accettate richieste di risarcimento con conseguente riduzione dei contenziosi. Si va ad esempio dai 300 Euro della Spagna ai 1.100 della Danimarca. Qualcuno dirà che porre un tetto ai risarcimenti è incostituzionale, altri diranno che le Regioni non possono legiferare in materia di danno e risarcimento, altri ancora troveranno sicuramente incongruenze ed ingenuità. Quello che so è che però se altri stati europei hanno affrontato questo enorme problema non si vede perché come al solito l’Italia deve arrivare buona ultima. So anche che garantire un sistema universalistico è importante ma costoso e che quindi il patto tra cittadini deve anche comprendere qualche forma di mutualizzazione del rischio. Alla fine molti si chiederanno che cosa succede al medico che sbaglia per negligenza inescusabile. In quest’ambito va rivalutato il ruolo degli Ordini Professionali ed anche dei Sindacati che si devono battere perché questo problema trovi una soluzione la più soddisfacente possibile per tutti gli attori interessati.

4) ridurre i termini di prescrizione (retroattività non oltre i 3 anni e non 10,come è attualmente!!). Negli Stati Uniti i termini di prescrizione sono a 3 anni ed in molti paesi sono notevolmente inferiori ai nostri.



5)l’obbligo di contrarre una assicurazione per tutte le strutture sanitarie pubbliche e private e private accreditate, l’obbligatorietà non deve essere solo del professionista ma anche della struttura!!!!!!

6) obbligo delle strutture sanitarie private di avere una tutela assicurativa adeguata per massimale e postuma, per le strutture pubbliche di garantire – in proprio e/o attraverso una copertura assicurativa – la tutela degli eventi avversi;

9) creazione di un fondo per i grandi rischi e per le insolvenze, in modo da garantire la tutela delle persone danneggiate da attività sanitaria, introducendo il concetto della responsabilità oggettiva del SSN ;

Copertura assicurativa e/o gestione diretta del sinistro da parte della struttura, identificando un fondo regionale finanziato anche con i risparmi derivanti dalla riduzione della medicina difensiva;

10) messa a punto di tabelle univoche per la valutazione del danno da attività sanitaria, allo scopo di uniformare i risarcimenti sul territorio nazionale, da zero a cento punti percentuali di danno biologico permanente e temporaneo, compreso il danno da morte e/o di un nomenclatore del danno medico che preveda dei tetti per le singole voci, così come avviene in campo infortunistico personale e stradale. A questo andrebbe anche affiancato una sorta di vaso di compensazione per quei risarcimenti che superino i limiti previsti dalla polizza stipulata, sul modello del Fondo Vittime della strada

11) Applicazione del concetto di lite temeraria (art.96 cpc), con diritto di rivalsa obbligatoria ed automatica in caso di soccombenza del paziente in giudizio, soprattutto nei confronti di coloro che intentano cause strumentalmente senza alcun fondamento clinico; condannare alle spese a carico del querelante in caso di querela infondata, cioè in tutti i casi in cui la querela venga archiviata o il medico venga prosciolto o assolto con formula diversa dalla prescrizione o dall’applicazione dell’amnistia.

12) Albi dei periti costituiti con criteri stringenti che certifichino la professionalità di chi indiscutibilmente contribuisce al formarsi del giudizio e necessità di affidare gli incarichi di consulenza in ambito giudiziario sempre ad un collegio di consulenti costituito obbligatoriamente da uno specialista in medicina legale e da uno specialista nella disciplina oggetto della controversia. Il perito specialista deve avere una esperienza pari o superiore al collega specialista inquisito.

Dr. ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Bologna 

Lettere al Direttore ( da  “QuotidianoSanità.it – Quotidiano on line
di informazione sanitaria
“, www.quotidianosanita.it ) :

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incontro “Responsabilità professionale dell’esercente la professione sanitaria”

Locandina 17-3-2016

GIOVEDI 17 MARZO dalle ore 11 alle 13.30

AULA MAGNA SCUOLA INFERMIERI – Vicenza

 

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Responsabilità professionale: cui prodest l’azione di rivalsa di fronte al giudice ordinario?

 09 FEB – La novità apportata nel testo approvato dalla Camera che ha escluso la giurisdizione della Corte dei Conti pone sia questioni di legittimità costituzionale che pratiche. Come ovviare, soprattutto a queste ultime? Limitando l’area della franchigia e della rivalsa verso l’esercente la professione sanitaria e investendo le risorse utilizzate per la franchigia in un sistema assicurativo che renda i costi e sostenibili per bilanci che devono essere destinati in via prioritaria alla cura dei pazienti! (Tiziana Frittelli, Vice presidente Federsanità – Fonte: www.quotidianosanita.it ).

Link all’articolo completo: Responsabilità professionale: cui prodest l’azione di rivalsa di fronte al giudice ordinario?

 

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Criticità del DDL Gelli

IL SINGOLO MEDICO ABBANDONATO ALLA RICERCA DELL’ADEGUATA POLIZZA ASSICURATIVA PER TUTELARSI DALL’AZIONE DI RIVALSA DEL SUO DATORE DI LAVORO

L’articolo 10 comma 3 del DDL Gelli espone pesantemente il singolo medico all’incertezza di poter esercitare, nel tempo, la sua professione, con conseguente danno economico all’Azienda sanitaria da cui lo stesso medico dipende e, in ultima analisi, al cittadino-paziente.

“Al fine di garantire efficacia all’azione di rivalsa di cui all’articolo 9, ciascun esercente la professione sanitaria operante a qualunque titolo in aziende del Servizio sanitario nazionale, in strutture o in enti privati provvede alla stipula, con oneri a proprio carico, di una adeguata polizza di assicurazione”.

L’Onorevole Dott. Gelli rassicura: “i premi delle assicurazioni, a fronte di massimali di rivalsa non oltre le tre annualità lorde, non potranno certo superare i 250 euro all’anno!”

Oggettivamente, convince poco. Chi di noi ha stipulato quest’anno la polizza per rivalsa, quando abbia voluto tutelarsi con massimali o retroattività adeguati, pur in assenza di sinistri ha superato abbondantemente i 1000 euro di premio annuo.

Ma il costo del premio è la minore delle preoccupazioni.

I problemi aperti sono ben altri.

Che succede in caso di sinistro? Il rischio più immediato è che l’assicurazione receda dal contratto. Possibile? Certo. Provi, ognuno di voi lettori, ad addentrarsi nelle 50 e più pagine di clausole di contratto delle centinaia di assicurazioni presenti sul mercato. Controllare per credere.

E se l’assicurazione recede, che succede, il medico resta scoperto? Non è previsto, né compatibile con il Disegno Di Legge Gelli: ogni medico è obbligato a provvedere all’assicurazione per rivalsa. Ergo, se l’assicurazione recede e lascia il medico a piedi, c’è un’unica soluzione: camice al chiodo.

Ammettiamo tuttavia che l’assicurazione non receda, e il contratto stipulato giunga fortunatamente al termine dell’anno (anche sulla durata annuale, l’unica disponibile per tali polizze, ci sarebbe da discutere, ma per brevità omettiamo questo tema, in questo scritto).

Quali sono gli altri scenari?

L’anno successivo il premio assicurativo resterà abbordabile al singolo medico o, per “bonus malus”, o per “cappello” delle assicurazioni (a fronte del caro vita? Questa è la motivazione più tipica), aumenterà esponenzialmente? Nessuna certezza (e poco rassicurano promesse di regolamentazione). Soprattutto, è un rischio enorme l’assente potere contrattuale del singolo medico che, come si diceva sopra, viene abbandonato a sé per trovare l’assicurazione “meno peggiore”, con l’obbligo di assicurarsi indipendentemente da logiche di mercato su cui, da singolo, non ha ovviamente alcun potere contrattuale.

Ma se il medico non trova nessuna assicurazione? Perché questo è possibile! Se un medico ha un sinistro in atto, ad esempio, viene logico chiedersi, quale assicurazione – che NON ha obbligo di assicurare – ha interesse ad assumere un caso “rischioso”? Nessuna. Io stesso, se fossi assicuratore, non avrei alcun interesse a farmi carico di una facile esposizione. È pura logica aziendale.

A questo punto che succede? Chi ne ha danno?

Il danno è drammaticamente trasversale.

  • È danneggiato il medico, che non può lavorare.
  • È danneggiata l’Azienda sanitaria per cui il medico lavora, che vede le sue risorse umane venir meno (con riduzione delle prestazioni erogabili e aumento delle famigerate liste d’attesa).

Attenzione: se anche il medico potesse (ad interim, grazie ad una qualche concessione ad personam “per motivi di necessità aziendale”, come quando viene chiesto di superare le 38 ore di lavoro settimanale in condizioni di urgenza) lavorare temporaneamente senza polizza, l’Azienda sarebbe a sua volta pesantemente esposta. Chi pagherebbe infatti la rivalsa, se il medico non è assicurato e, magari, è pure nullatenente (condizione che da oggi verrà sicuramente privilegiata)?

  • È danneggiato il singolo cittadino, qualora divenga “paziente”, poiché troverà meno medici, meno risorse, più attesa, come se non fosse già abbastanza danno per lui l’esser condannato all’inevitabile medicina difensiva.

Esiste una soluzione semplice a questa criticità, e non si tratta di conflitto di interesse, ma piuttosto di primo interesse dell’Azienda del SSN: la soluzione è che sia l’Azienda stessa, forte del suo immenso potenziale di contrattazione, o altra carica istituzionale (ad esempio la Regione), a farsi mediatore di contrattazione stessa, PER LEGGE (e a questo bisogna puntare, con emendamento a DDL Gelli), tra compagnie assicurative e l’insieme dei medici dipendenti dal SSN. Gli stessi medici poi provvederanno ben volentieri al pagamento dell’idoneo premio assicurativo: come succedeva in passato con i CCNL (ahimè, in costante promessa di rinnovo). Solo così i medici potranno così operare sereni nel loro lavoro quotidiano, non distratti dalla loro missione.

Per tutto quanto sopra, e per concludere, è evidente e necessario che i medici, collegialmente, siano tutelati da un’assicurazione frutto della contrattazione dell’ente giuridico da cui loro dipendono (Azienda del SSN, Regione…), senza alternativa: un’assicurazione ottimale e solida, perché ottenuta per l’insieme dei medici, e non fragile risultato della contrattazione del singolo.

Ne beneficerebbero certo i medici, ma in primis l’Azienda per cui gli stessi medici lavorano (vantaggio economico aziendale) e, aspetto cruciale, i cittadini-pazienti (imprescindibile principio morale).

Abbiamo già proposto all’On. Gelli, seppur in via informale, di modificare l’art. 10, comma 3, ponendo a carico delle Aziende del SSN l’obbligo di sottoscrivere polizze assicurative per la copertura dell’azione di rivalsa in favore dei propri dipendenti, specificando che dette polizze, nel rispetto dei principi contabili espressi dalla Corte dei Conti, sarebbero state poste economicamente a carico dei medesimi.

Nulla gravando, in termini finanziari, sulle singole Aziende (e pertanto sulle risorse pubbliche) il correttivo proposto all’art. 10, comma 3 non avrebbe pertanto comportato alcun danno erariale.

Ci è stato risposto che, indipendentemente dall’aspetto strettamente economico, siffatta modifica si sarebbe comunque posta in contrasto con l’impianto normativo dello stesso DDL ovvero con il (nuovo e amplificato) conflitto di interessi esistente tra azienda e medico/dipendente.

Effettivamente l’art. 9 del DDL, attribuendo al giudice ordinario la competenza in materia di azione di rivalsa ha, per la prima volta nel nostro Ordinamento, configurato civilisticamente azienda pubblica e propri dipendenti quali vere e proprie controparti processuali accrescendo in misura esponenziale la conflittualità esistente tra le due parti in sede di rivalsa.

Ciò non significa però che l’art. 9 del DDL, sul quale ci si riserva ulteriore e specifico approfondimento, non necessiti a sua volta, a nostro parere e per molteplici cause, di importanti modifiche.

In questa sede ci limitiamo a rilevare, in risposta a quanto asserito dall’On. Gelli, che se si riportasse  l’azione di rivalsa nell’ambito della competenza funzionale della Corte dei Conti si dovrebbe anche  rivalutare la coerenza logico-giuridica della contrattualizzazione, in capo alle aziende del SSN ma economicamente a carico del proprio personale dipendente, delle polizze assicurative per l’azione di rivalsa.

Dott. Filippo Nigro, Vice Presidente Obiettivo Ippocrate

Dott.ssa Cristina Deluca, Consigliere Obiettivo Ippocrate

Avv. Alessia Gonzati,  Avvocato referente Obiettivo Ippocrate

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Responsabilità professionale: aziende e professionisti dipendenti, assicurazioni e rivalsa

14 Feb – Se il comma 1 dell’art. 10 venisse approvato in via definitiva confermando la clausola dell’ammissibilità di “altre analoghe misure”, senza definire quali siano queste analoghe misure, esso finirà con l’ammettere il principio che le aziende possano non essere assicurate. Quanto alle azioni di rivalsa, nel testo non si evince che, in caso di plurime richieste di rivalsa, il tetto previsto possa conformemente moltiplicarsi.  (Daniele Rodriguez e Anna Aprile, Professori di Medicina legale,Padova – Fonte: www.quotidianosanita.it).

Link all’articolo integrale: Responsabilità professionale: aziende e professionisti dipendenti, assicurazioni e rivalsa

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Convocazione di Obiettivo Ippocrate al Senato della Repubblica

Convocazione Senato Obiettivo Ippocrate

 

 

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26 febbraio 2016

il medico è solo

 

Esegui il file audio oppure clicca su seguente link per ascoltare l’estratto da intervista a Gelli (tratto da Bianco e Nero – Radio 1 Rai) :  il medico è solo – estratto intervista Gelli

 

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Medici di Obiettivo Ippocrate ricevuti al Senato: accolto il loro appello (fonte: il Gazzettino)

In pochi mesi sono riusciti a catturare l’attenzione delle massime istituzioni. L’associazione dei medici del San Bortolo, “Obiettivo Ippocrate“, viene ricevuta al Senato dalla commissione Igiene e Sanità, che sta esaminando i disegni di legge sulla responsabilità professionale del personale sanitario. Come noto i medici di Obiettivo Ippocrate, associazione presieduta da Massimiliano Zaramella, hanno sollevato il caso del problema assicurativo, con il rischio di restare scoperti e doversi arrangiare di fronte ai rischi del loro operare. In sostanza dal San Bortolo continuano ad arrivare messaggi sui rischi della professione, tra i tagli regionali e legislazioni non favorevoli.  “Possiamo anche appendere il bisturi al chiodo” dicono i sanitari spiegando che la sanità è a rischio. Nel video di Obiettivo Ippocrate c’è la rappresentazione della difficile situazione in cui si trova il medico oggi.

(Da Il Gazzettino, per vedere l’articolo clicca qui )

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orario eccessivo ed infarto del miocardio – Cassazione

L’attitudine del lavoratore a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi aziendali non escludono in alcun modo la responsabilità del datore di lavoro ove le condizioni lavorative abbiano svolto un ruolo comunque concausale nella produzione dell’evento lesivo. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9945 dell’8 maggio 2014.

IL FATTO

Lavorava senza tregua, portandosi anche il lavoro a casa, pur di raggiungere gli obiettivi che il suo datore, una grossa società di telecomunicazioni, gli aveva assegnato. Stefano S. – funzionario della “Ericsson tlc” – non si era mai lamentato per questo stress continuo. Ma un carico di undici ore di lavoro al giorno alla fine lo ha portato all’infarto. Ora la Cassazione ha stabilito che una morte del genere deve essere risarcita dal datore che non può ignorare «le modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro».

Alla moglie e alla figlia del dipendente morto per infarto dovuto ai «ritmi insostenibili» dell’attività lavorativa, la società deve corrispondere, rispettivamente, 434mila euro e 425mila euro, oltre agli oneri accessori.
Senza successo, la Ericsson è ricorsa in Cassazione contro la decisione della Corte di Appello di Roma che, nel 2011, aveva accolto la richiesta di risarcimento danni patrimoniali e materiali avanzati dalla vedova di Stefano S. anche in nome della loro unica figlia, ancora minorenne. In primo grado, invece, il Tribunale aveva negato la responsabilità del datore.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Ad avviso della Suprema Corte, «con motivazione logicamente argomentata e giuridicamente corretta», il verdetto di appello ha ritenuto che «la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti».

Inoltre, secondo gli “ermellini” il datore non può sostenere «di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte».
Per la Cassazione, «deve infatti presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza, in capo all’azienda, delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, in quanto espressione ed attuazione concreta dell’assetto organizzativo adottato dall’imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne».

Nel caso in questione era emerso che Stefano S. «per evadere il proprio lavoro, era costretto, ancorché non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all’esigenza di realizzare lo smaltimento nei tempi richiesti dalla natura e molteplicità degli incarichi affidatigli dalla “Ericsson».

In base alla ctu, l’infarto che lo colpì, un martedì mattina al lavoro, «era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative». Senza successo la società si è difesa dicendo che i «ritmi serratissimi» adottati da Stefano S. «non erano a lei imputabili ma dipendevano dalla attitudine» del dipendente «a sostenere e a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi».

ALCUNI PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI

L’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento

In ordine alla responsabilità del datore di lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 2038 del 29 gennaio 2013, secondo il quale l’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi. La stessa sentenza, peraltro, in una fattispecie di mobbing, rileva che la riconosciuta dipendenza delle malattie da una “causa di servizio” non implica necessariamente, o può far presumere, che gli eventi dannosi siano derivati dalle condizioni di insicurezza dell’ambiente di lavoro, potendo essi dipendere piuttosto dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell’organismo del dipendente esposto ad un lavoro impegnativo per un lasso di tempo più o meno lungo, restandosi così fuori dall’ambito dell’art. 2087 cod. civ., che riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici.

Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 18626 del 05 agosto 2013 ha affermato il principio generale in materia secondo il quale la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. Pertanto, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia.

In ordine alla rilevanza dell’infarto sul piano infortunistico sul lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 12685 del 29 agosto 2003 ha precisato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, la causa violenta consiste in un evento che con forza concentrata e straordinaria agisca, in occasione di lavoro, dall’esterno verso l’interno dell’organismo del lavoratore, dando luogo ad alterazioni lesive. Con riguardo a un infarto cardiaco, che di per sè non integra la causa violenta, va accertato se la rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore sia da collegare causalmente a specifiche condizioni ambientali e di lavoro improvvisamente eccedenti la normale adattabilità e tollerabilità, sì da poter essere considerate, sia pure in termini di mera probabilità, fattori concorrenti e da far escludere che si sia trattato del semplice effetto logorante esercitato sull’organismo da gravose condizioni di lavoro.

Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 19682 del 23 dicembre 2003, secondo la quale, in tema di infortuni sul lavoro, lo sforzo fisico, al quale possono essere equiparati stress emotivi e ambientali, costituisce la causa violenta, ex art. 2 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, che determina con azione rapida e intensa la lesione. La predisposizione morbosa del lavoratore non esclude il nesso causale tra lo stress emotivo e ambientale e l’evento infortunistico, in relazione anche al principio della equivalenza causale di cui all’art. 41 cod. pen., che trova applicazione nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dovendosi riconoscere un ruolo di concausa anche ad una minima accelerazione di una pregressa malattia (nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., ha ritenuto sussistente l’occasione di lavoro in relazione al decesso del responsabile di uno stabilimento, già affetto da patologia cardiaca, avvenuto a causa di un infarto determinato da stress emotivo, conseguente all’attivazione dell’allarme antincendio dello stabilimento e alla necessità di un suo intervento, e da stress ambientale, riconducibile alla rigida temperatura esistente all’esterno).

In precedenza, Cass. Sez. L, Sentenza n. 13982 del 24 ottobre 2000 aveva affermato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, al fine di determinare se a un infarto cardiaco – che di per sè rappresenta una rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore concentrata in una minima misura temporale e quindi integra una “causa violenta” – è riconoscibile un’eziologia lavorativa, va accertato se gli atti lavorativi compiuti, ancorché non caratterizzati da particolari sforzi e non esulanti dalla normale attività lavorativa esercitata dall’assicurato, abbiano avuto l’efficienza di un contributo causale nella verificazione dell’infarto.

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Obiettivo Ippocrate entra al Senato «La norma lascia il medico da solo» I motivi dell’opposizione al ddl Gelli (fonte: Il Gazzettino)

Diritto alle cure e responsabilità professionale dei medici. Su questi temi si è concentrata l’audizione dell’associazione vicentina di sanitari Obiettivo Ippocrate, accolta in Commissione Igiene e Sanità del Senato. Un risultato record per un sodalizio che è nato solo 30 giorni fa all’interno del San Bortolo, trovando il consenso di centinaia di medici proprio sull’allarme per il “taglio” delle tutele assicurative.
“Obiettivo Ippocrate” si pone come scopo principale quello di occuparsi della responsabilità professionale in campo medico, ha spiegato il presidente Massimiliano Zaramella, che si è concentrato sul ddl Gelli attualmente in esame al Senato. Zaramella ha espresso preoccupazione per tre aspetti inseriti: la possibilità di agire direttamente sull’esercente la professione sanitaria (medici, ostetriche, infermieri, tecnici sanitari), da parte del presunto danneggiato nell’ambito di un Servizio Sanitario Nazionale, in cui l’esercente la professione sanitaria ricopre un ruolo di pubblica necessità con un rapporto di dipendenza con il Servizio Sanitario; il secondo riguarda la necessità del singolo esercente la professione sanitaria, anche dipendente del Sistema Sanitario Nazionale, di stipulare singolarmente una adeguata polizza assicurativa, abbandonando il singolo professionista ad interfacciarsi da solo coi titani assicurativi nei confronti dei quali le stesse Aziende Sanitarie stanno facendo un passo indietro: difficile riuscire perfino trovare una compagnia assicurativa disposta a stipulare una nuova polizza. In tal caso che farà il medico? Smetterà di esercitare la professione?

foto dei medici vicentini alla "conquista" del Senato

i medici vicentini alla “conquista” del Senato

Infine il concetto di autogestione assicurativa o autoassicurazione o autoritenzione del rischio, possibile per le Aziende del Servizio Sanitario Aziendale, al di là della reale e mera opportunità economica, tutta da dimostrare, «ci lascia molto perplessi sulle reali competenze delle aziende su una problematica che, in ambiti non solo sanitari, è sempre stata gestita da chi si dedica esclusivamente a questo. Esponendoci inoltre, questo tipo di autoassicurazione, ad una serie di rischi il più importante dei quali è quello di porci in una possibile posizione di conflitto di interesse, come controparte, con la stessa nostra azienda, alla quale potrà essere arrogata la possibilità di azione di censura severa, per raggiungere il giudizio di colpa grave».

«Con questi presupposti – ha detto Zaramella – il lavoro del medico non potrà essere svolto con serenità ed il primo a risentirne sarà il paziente, con aumento vertiginoso della medicina difensivistica, che diventerà presto “medicina astensionistica”, aumento della spesa, calo delle performance clinico chirurgiche ed aumento della mortalità. Partendo dal presupposto che il diritto all’assistenza sanitaria e il diritto ad un giusto ed equo indennizzo sono inalienabili ed intoccabili in una società civile, occorre recuperare due concetti fondamentali: intanto che il rapporto medico-paziente, al di là di regole e leggi, che giustamente devono esistere, si fonda sostanzialmente su un rapporto di fiducia reciproca. E poi va ricordato che il paziente che più può denunciare non sarà mai un paziente più tutelato, perché l’approccio del medico sarà, anche solo a livello inconscio, influenzato da questa rincorsa al responsabile, al colpevole, all’indennizzo e quindi, soprattutto nelle situazioni più complesse, più difficili, potrà accadere di scegliere di non fare, o di fare la cosa che espone meno il professionista».
I medici dell’associazione sono molto soddisfatti dell’audizione al Senato. Da parte loro arriva il grazie ai parlamentari che li hanno sostenuti nella loro richiesta, Stefani e Volpi della Lega, Santini, Filippin e Crimi del Pd, oltre al movimento dei loro colleghi che hanno reso “pesante” l’azione di Obiettivo Ippocrate.

(fonte: Il Gazzettino, link all’articolo: clicca qui)

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lavoro senza soste

Ecco cosa emerge da alcuni studi:

L’eccesso di stress fa crescere la probabilità di disturbi e patologie. – Le cattive condizioni fisiche allungano anche la durata di esami e interventi. – Se si dorme troppo poco cresce del 16% la probabilità di incidenti d’auto.

 

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Comunicato Stampa Associazione “Obiettivo Ippocrate” dopo audizione in Commissione Igiene e Sanità del Senato

Responsabilità professionale. Obiettivo Ippocrate: una congrua tutela per l’esercente la professione sanitaria è irrinunciabile per il diritto alle cure del cittadino

La convocazione dell’Associazione “Obiettivo Ippocrate” in Commissione Igiene e Sanità del Senato, a soli 30 giorni dalla sua nascita, dimostra la nostra credibilità e la nostra determinazione. Mai nella storia della Repubblica Italiana un associazione neonata aveva avuto un tale riconoscimento istituzionale ed una tale investitura ufficiale.
“Obiettivo Ippocrate” si pone come scopo principale quello di occuparsi della responsabilità professionale in campo medico. La questione è estremamente complessa e coinvolge molteplici ambiti, alquanto eterogenei, ed a volte tra loro in conflitto. Lo spirito che ci anima è fondamentalmente collaborativo e, pur coscienti della gravità drammatica per i cittadini, e per gli operatori sanitari in genere, dell’attuale situazione, ma soprattutto degli scenari futuri che si vanno delineando, la nostra volontà è di dare un apporto costruttivo se non alla soluzione della problematica almeno ad affrontarla e sviscerarla in maniera corretta.

In questo contesto non può non avere un ruolo fondamentale il Ddl Gelli attualmente in esame al Senato.
Come Obiettivo Ippocrate oggi in Commisione Igiene e Sanità del Senato abbiamo manifestato la nostra profonda preoccupazione per tre aspetti inseriti nel Ddl Gelli:

  • La possibilità di agire direttamente sull’esercente la professione sanitaria (medici, ostetriche, infermieri, tecnici sanitari), da parte del presunto danneggiato (comma 3 dell’art. 7, comma 2 dell’art. 9, comma 1 dell’art. 12), nell’ambito di un Servizio Sanitario Nazionale, in cui l’esercente la professione sanitaria ricopre un ruolo di pubblica necessità con un rapporto di dipendenza con il Servizio Sanitario.
  • La necessità del singolo esercente la professione sanitaria, anche dipendente del Sistema Sanitario Nazionale, di stipulare singolarmente una adeguata polizza assicurativa (comma 3 art. 10), abbandonando il singolo professionista ad interfacciarsi da solo, coi titani assicurativi nei confronti dei quali le stesse Aziende Sanitarie stanno facendo un passo indietro, pur avendo un potere contrattuale decisamente superiore. Attualmente le polizze proposte, siano esse di primo rischio o colpa grave, hanno durata annuale, con diritto di recesso unilaterale alla sola notifica di sinistro, con aumento esponenziale del premio assicurativo a seguito della sola notifica del sinistro, sempre che si riesca a trovare una compagnia assicurativa disposta a stipulare una nuova polizza. In tal caso che farà il medico? Smetterà di esercitare la professione?
  • Il concetto di autogestione assicurativa o autoassicurazione o autoritenzione del rischio, possibile per le Aziende del Servizio Sanitario Aziendale (comma 1 dell’art 10) che, al di là della reale e mera opportunità economica, tutta da dimostrare, ci lascia molto perplessi sulle reali competenze delle Aziende su una problematica che, in ambiti non solo sanitari, è sempre stata gestita da chi si dedica esclusivamente a questo. Esponendoci inoltre, questo tipo di autoassicurazione, ad una serie di rischi il più importante dei quali è quello di porci in una possibile posizione di conflitto di interesse, come controparte, con la stessa nostra Azienda, alla quale potrà essere arrogata la possibilità di azione di censura severa, per raggiungere il giudizio di colpa grave (ad oggi ancora senza chiara definizione) con l’intento di recuperare economicamente almeno una parte di quanto eventualmente esborsato.

E chiaro che, con questi presupposti il lavoro dell’esercente la professione sanitaria, non potrà essere svolto con serenità ed il primo a risentirne sarà il paziente, con aumento vertiginoso della medicina difensivistica, che diventerà presto “medicina astensionistica”, aumento della spesa, calo delle performance clinico-chirurgiche ed aumento della mortalità.
Partendo dal presupposto che il diritto all’assistenza sanitaria, dato che la salute in quanto tale non può purtroppo essere un diritto, ed il diritto ad un giusto ed equo indennizzo sono inalienabili ed intoccabili in una società civile, crediamo che servirà uno sforzo immane da parte di tutti per recuperare due concetti che costituiscono le fondamenta dell’atto medico nella sua nobiltà:

  • Il rapporto medico-paziente, al di là di regole e leggi, che giustamente devono esistere, si fonda sostanzialmente su un rapporto di fiducia reciproca.
  • Il paziente che più può denunciare non sarà mai un paziente più tutelato, perché l’approccio del medico sarà, anche solo a livello inconscio, influenzato da questa rincorsa al responsabile, al colpevole, all’indennizzo e quindi, soprattutto nelle situazioni più complesse, più difficili, di grigio, potrà accadere di scegliere di non fare, o di fare la cosa che espone meno il professionista, anche se in quella specifica situazione potrebbe non essere quella che dà maggiori possibilità al paziente.

Massimiliano Zaramella
Presidente “Obiettivo Ippocrate”
www.obiettivoippocrate.it

 

Roma, Senato della Repubblica 22 marzo 2016

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Sindacato Medici Italiani – Considerazioni a margine degli effetti derivanti dall’applicazione della legge 30 ottobre 2014, n. 161

Considerazioni e linee operative per i dirigenti sindacali rappresentanti in sede Regionale e Aziendale, a margine degli effetti derivanti dall’applicazione della Legge 30 ottobre 2014, n. 161, esecutivi con decorrenza 25 novembre 2015

Clicca sul seguente link per visualizzare il documento:  ricadute_25_11_15_orario_lavoro Rivellini

 

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