Category: giornali

La crisi del medico pubblico – Sempre meno medici ad indossare il camice bianco

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Il Settimanale del 11.01.2020 – Rubriche TGR

puntata del “Settimanale” TGR Veneto – 11.01.2020

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"Obiettivo Ippocrate" per curare meglio

Grazie al Giornale di Vicenza che ha dato spazio al nostro pensiero.

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La sanità delle “persone” o la sanità dei “numeri”?

08 GEN Gentile Direttore,
il mondo della sanità quotidianamente galleggia, a volte si arrampica e spesso affonda in una giungla di numeri: quanti giorni occorre attendere per riuscire ad eseguire una visita specialistica od un esame diagnostico, di quanti posti letto si deve ridurre la capacità di accoglienza di un ospedale, quanti medici mancano, quanto costa una prestazione, quante prestazioni si effettuano in un reparto, quanti ricoveri in un anno, quanti giorni di ricovero medio per reparto, sono il mantra di chi ci governa ed organizza.
Appare quindi chiaro che ciò che regola la sanità è un codice numerico: l’economia sanitaria, la politica, la stampa e spesso anche le persone misurano le cure in numeri.
Sappiamo tutti che presi singolarmente e decontestualizzati, i numeri sono di chiara ed univoca interpretazione: il numero 3 è tale per chiunque, cittadino, malato, famigliare di malato, medico, infermiere, amministratore, politico. Sappiamo altrettanto però che i numeri, come ogni codice, possono essere utilizzati, interpretati, girati, manipolati da chiunque, in qualsiasi momento. Non hanno una loro etica, una loro giustezza, devono solo quantificare una misura e non è responsabilità loro esprimere il valore di ciò che misurano.
Esistono tuttavia aspetti reali che non posso essere misurati né espressi con i numeri: la fatica, la sofferenza, la speranza, la paura, la fiducia, la rabbia la felicità. Queste situazioni fanno parte della vita quotidiana di tutte le persone che per lavoro, per bisogno o per mille altri motivi, attraversano la soglia di un ospedale, di un ambulatorio, di una sala operatoria. Nessuno si sognerebbe di dire che questi aspetti non sono importanti e non debbano essere delle chiavi di lettura e quindi di organizzazione e programmazione della nostra sanità.
Se, usando il linguaggio numerico, si dicesse che il timore di una denuncia in sanità costa ogni anno all’Italia (quindi a tutti noi) circa 12 miliardi di euro in medicina difensiva e poi, traducendolo nel linguaggio delle emozioni, si spiegasse che un medico non sereno e non tutelato non può curarci nel miglior modo possibile, quale delle due versioni preoccuperebbe di più? Eppure raccontano la stessa realtà!
In Italia ci sono circa 250.000 medici e si stima che tra 5 anni ne mancheranno 45.000 perché la professione medica non è più attrattiva: è diventato per noi estremamente difficile garantire le migliori cure possibili per ciascun paziente. Per questo molti di noi se ne vanno e le nuove generazioni non vedono alcun appeal verso le professioni sanitarie.
La soluzione non può quindi essere una semplice somma o sottrazione: aumentare i posti nelle facoltà non garantirà la sopravvivenza della nostra sanità, occorre valorizzare e motivare le persone che già ci lavorano affinché si possa difendere e migliorare ciò che già esiste. Questo renderà nuovamente attrattivo il lavoro di medici, infermieri, psicologi, tecnici sanitari ed operatori socio sanitari, garantendo un ricambio non solo quantitativo ma anche qualitativo e motivazionale.
La sanità e la scuola, sono il vero patrimonio inestimabile della nostra società ma soprattutto di ognuno di noi, sono le fondamenta su cui si deve costruire il futuro. Non possiamo non difendere tutti insieme queste due realtà e se è giusto avere aspettative e richieste legittime da scuola e sanità allora è doveroso dimostrare rispetto per gli insegnanti, i medici e tutte le professioni sanitarie.
E’ necessario quindi essere al loro fianco nel chiedere mezzi idonei, spazi appropriati, tempi adeguati per curare ed insegnare. Una sanità ed una scuola che funzionano devono testimoniarlo la fiducia di chi ci si affida e la soddisfazione e le motivazioni di chi ci lavora: dobbiamo tornare tutti a sentirci persone importanti e non numeri significativi.
Questa è la sfida che Obiettivo Ippocrate lancia alla società civile, alle istituzioni, alla politica: guardate al nostro mondo non come fatto di tante parti distinte, bensì come una moltitudine di persone, una marea di professionisti, cittadini, malati, famigliari, il cui messaggio è chiaro e semplice: cioè che riguarda una persona non potrà mai essere incasellato da regole fredde o descritto da numeri asettici, la sanità dei numeri deve essere al servizio ed ascoltare la sanità delle persone.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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ECM: è il momento di parlarne obiettivamente

editoriale 26 ECM-1

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Carenza medici. Il problema non è quantitativo ma qualitativo. Nessuno vuole più fare il medico in Italia

Gentile Direttore,
sono passati ormai parecchi giorni dalla delibera della Regione Veneto circa la volontà di assumere 500 medici abilitati, ma non specializzati, da ridistribuire, previo un periodo di formazione teorico-pratico di 3 mesi scarsi, nei reparti di pronto soccorso, geriatria e medicina interna degli ospedali regionali. Molte le voci che si sono levate contro questo progetto: l’Ordine dei Medici (nazionale e provinciali veneti), i Sindacati Medici (anche se non in maniera uniforme, in ordine sparso, con dei distinguo e con tempismi diversi e con dichiarazioni che si sono modificate strada facendo), le Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università di Padova e Verona, le Associazioni di Malati (prima tra tutti Cittadinanza Attiva/Tribunale dei Malati). A queste rappresentanze istituzionali si sono aggiunte anche molti liberi pensatori. Le motivazioni di opposizione a questa nuova idea della Regione Veneto appaiono direi lapalissiane e tutte condivisibili.

Dall’altra parte ci sono le voci di chi motiva questa delibera, il Presidente della Regione Luca Zaia, l’Assessore della Sanità Manuela Lanzarin, il Direttore Generale della Sanità Domenico Mantoan, ed alcune voci più o meno istituzionali che, se non appoggiano apertamente l’iniziativa, l’accolgono con curiosità, in attesa di valutarne gli ulteriori sviluppo e l’eventuale applicazione.
In tutta questa discussione, che sembra comunque aver risvegliato realtà rappresentative tradizionalmente sopite se non soporose, e che dà una immagine di compattezza di chi ci forma, rappresenta, difende e tutela di cui io non ho memoria, io non riesco né ad entusiasmarmi né ad arrabbiarmi.
Osservo ed ascolto persone che parlano del medesimo problema e propongono le stesse soluzioni anche se ognuno lo fa dall’alto della propria posizione, a difesa di interessi politici, economici, organizzativi e di casta.
Possibile che un panorama così variegato per estrazione, cultura, preparazione ed obbiettivi, sia accomunato dall’incapacità di riconoscere il vero problema e quindi dal proporre soluzioni, ognuno secondo il proprio pensiero, inevitabilmente sbagliate, con la capacità anche di andare allo scontro per difendere quella meno sbagliata?
Per entrambe gli schieramenti la situazione è di piena emergenza e l’emergenza è legata alla mancanza di medici, ma fate ben attenzione, per entrambi gli schieramenti la mancanza è una questione meramente quantitativa: ci sono pochi medici, pochi specialisti, ergo, aumentiamone la produzione!
Togliamo il numero chiuso a medicina, aumentiamo le borse di specializzazione, assumiamo i neo laureati, assumiamo i futuri specializzandi, estendiamo le competenze degli infermieri, richiamiamo i medici in pensioni e resuscitiamo i medici morti negli ultimi 6 mesi!
Ma mi domando: veramente pensate che il problema sia quantitativo? Non posso credere siate tanto miopi e grossolani!
Il vero problema, chiedetelo a coloro che formate, rappresentate, tutelate, difendete, è esclusivamente qualitativo. I medici mancano perché negli anni siete riusciti nell’impresa di farci disinnamorare del nostro lavoro, fare il medico oggi ha meno appeal di qualsiasi lavoro imprenditoriale, il medico evoca meno rispetto di qualsiasi altro professionista. La tutela della salute, così come il valore della cultura e dell’istruzione, sono ormai dei disvalori, per cui medici e insegnanti diventano burattini nel teatro di una quotidianità grigia di non valori. Non abbiamo una tutela adeguata al tipo di lavoro che svolgiamo, non abbiamo la possibilità di una carriera professionale legata alle capacità ed ai meriti, la nostra autonomia decisionale è affondata da catene amministrative, economiche e da ingerenze politiche che ci hanno trasformato, sapientemente e volutamente, in manovalanza per corpi malati, cancellando il concetto reale di persona (io, il malato, la sua famiglia, la mia famiglia).
Ultimo non ultimo, il valore di una professione nel mondo moderno è dato anche dalla retribuzione che le viene riconosciuta, ebbene io so che nel mio Paese il mio lavoro ha lo stesso valore orario, in retribuzione, di quello di un barbiere di media capacità. A conferma di questo il tanto agognato rinnovo di contratto per i medici, che dopo 10 anni, dovrebbe portare ad un aumento netto massimo di 4 euro al giorno.
Veramente pensate che una moltitudine, un esercito di nuovi medici saprà vincere il ribrezzo per questo modo di lavorare, calpesterà la propria dignità e la dignità di una professione di così alto valore sociale ed accetterà questa occupazione prona ed umiliante?
No, non succederà, succederà invece che, se anche ne formeremo 100, 1000, 100.000 o 1 milione, il nostro paese rimarrà comunque con pochi medici perché se ne andranno in Inghilterra, in Francia, in Germania, nei paesi del nord Europa, negli Stati Uniti, nei paesi arabi o in qualsiasi buco del mondo, dove i medici mancano, ma dove viene loro riconosciuto il giusto valore e dove viene permesso loro di esercitare la vera professione.
Allora il vero scandalo è solo la Regione Veneto, che risponde comunque a pulsioni e spinte politiche immediate, o sono tutti coloro che hanno permesso di arrivare a questa vergogna?

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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Nel mondo della sanità si deve entrare in punta di piedi

30 SETGentile Direttore,
recentemente,dalle pagine del Suo giornale, Maurizio Hazan ed Irene Avaldi, dello studio legale Taurini & Hazan, nel riprendere la questione ECM e legge Gelli, hanno fatto riferimento ad una mia lettera inviataLe sullo stesso argomento, pochi giorni prima. Ritengo doveroso ritornare sull’argomento per chiarire alcuni concetti e ripetere alcuni passaggi che sono stati male interpretati, o su cui forse io non sono stato abbastanza chiaro.

La mia reazione “critica”, quasi “sdegnante” non riguarda il valore concettuale dell’educazione continua in medicina (ECM), né la possibilità di associare una corretta formazione ad un’adeguata tutela assicurativa, la mia profonda irritazione nasce proprio dal valore estremo di queste due componenti del mio lavoro quotidiano che non ritrova però riscontro nella validità di ciò che ci viene offerto, o meglio imposto.
La formazione e le assicurazioni in sanità campano sulle nostre spalle, sul lavoro di medici, infermieri, tecnici sanitari, psicologi, operatori per cui le vogliamo efficaci, giuste ed oneste.

Ad oggi non sono niente di tutto questo. Tralascio l’aspetto ECM, in quanto non di pertinenza di uno studio legale che fa del diritto assicurativo una delle sue due aree di riferimento, e mi limito a riproporre due domande già poste nel mio precedete articolo a cui però non è stata data risposta, nonostante fosse una delle questioni centrale.
Perché le compagnie assicurative in ambito sanitario non hanno l’obbligo di assicurare? Noi medici siamo obbligati ad assicurarci ma la compagnia può rifiutarsi e allora poi noi che facciamo? Smettiamo di lavorare? Giustamente è stato sottolineato come l’impianto della legge Gelli, e inevitabilmente dei successivi decreti attuativi, prenda molto dalla rc auto, ma sappiamo tutti che ogni automobile deve essere assicurata ed ogni compagnia ha l’obbligo di assicurare. Forse la sicurezza di un atto sanitario e meno importante della sicurezza di un’auto? Basterebbe che per le compagnie assicurative fosse previsto l’obbligo vincolante di assicurare i professionisti sanitari.
Perché nella maggior parte dei contratti assicurativi per responsabilità professionale sanitaria, differentemente da quanto avviene per l’rc auto, è prevista la possibilità per la compagnia assicurativa di recedere unilateralmente alla segnalazione del primo sinistro senza neanche la necessità di aspettare l’esito del contenzioso.
Ecco questi sono solo due aspetti che se affrontati e risolti a tutela nostra e dei nostri pazienti, darebbero un segnale importante nella giusta direzione e riequilibrerebbero il rapporto tra noi lavoratori e le compagnie assicurative.
Nell’attuale sistema non vi è equilibrio ed il concetto di lobby come di “gruppo organizzato di persone che cerca di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi” è palese, che piaccia o no.
In una logica di business lo posso anche capire ma è bene che tutti capiscano che il mondo della sanità è un mondo fatto di fatica, sudore, sofferenza, debolezza, paura e chi vuole entrarci con fini imprenditoriali e di guadagno deve farlo in punta di piedi: qui l’etica, il rispetto, la correttezza e l’equilibrio valgono infinitamente di più che in qualsiasi altro ambito affaristico.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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L’ipocrisia del sistema Ecm e delle polizze assicurative

26 SETGentile Direttore,
due recenti articoli di Luca Benci e Marco Castioni sul decreto attuativo alla legge 24/17 per le misure minime di garanzia delle polizze assicurative per il personale sanitario permettono di riportare l’attenzione sul sistema “Educazione Continua in Medicina” (ECM).
Tale programma nazionale, nato nel 2002 ed inizialmente di competenza del Ministero della Salute, dal 2008 è stato trasferito all’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS).
Nel 2011 il Governo Monti ha stabilito che sarebbe spettato agli Ordini delle varie figure professionali sanitarie controllare e certificare tali percorsi formativi, verificando eventuali inadempienze e stabilendo le sanzioni per i “fuori legge”.
Questo sistema non è mai stato amato dalle professioni sanitarie fondamentalmente perché considerato inadeguato, posticcio, lontano dalla realtà quotidiana di chi lavora nella sanità.
Le perplessità sulla reale utilità professionale degli ECM è legata innanzitutto alla scarsa specificità della possibilità formativa, i crediti infatti possono essere accumulati praticamente senza attinenza alla branca di appartenenza, io che sono chirurgo vascolare potrei accumulare i 50 crediti annuali facendo un corso antincendio, un corso sulla salute ambientale di aria, acqua ed alimentazione, uno sull’ebola, uno sulle cure palliative. A prescindere dall’innegabile valore intrinseco di tutti i suddetti argomenti, non credo che i miei pazienti si sentirebbero più tranquilli circa il mio aggiornamento professionale come chirurgo vascolare.
Altro punto critico l’accessibilità a tali corsi: visto il poco tempo a disposizione, legato alla carenza cronica di personale, i corsi fuori sede e residenziali sono ormai una chimera, sostituiti dalla formazione a distanza (FAD) su varie piattaforme in web. Conosciamo tutti le modalità con cui vengono proposti questi corsi on-line in cui viene lasciata ampia discrezionalità al discente su quanto seriamente dedicarsi all’aggiornamento, tralasciando poi i casi in cui i corsi vengono offerti da soggetti terzi con allegate già le risposte corrette.
Vi sono poi i costi a carico dei singoli professionisti. Infatti, al di là della buona volontà di alcuni Ordini Professionali e di alcune Aziende Sanitarie, che ne organizzano a volte anche a titolo gratuito, la maggior parte sono a pagamento, con costi che possono arrivare a parecchie centinaia di euro, oltretutto in nessuna maniera detraibili per i dipendenti pubblici.
Tutto questo stride con l’impossibilità, al contrario, di acquisire crediti ECM qualora si decidesse di frequentare un centro, anche di riconosciuta eccellenza, per affinare o apprendere una nuova tecnica.
In questo panorama già fastidioso, arriva l’idea di vincolare gli obblighi delle compagnie assicurative nei confronti dei professionisti sanitari, ai crediti ECM maturati nel triennio precedente alla data dell’eventuale sinistro, aprendo le porte ad una possibile rivalsa della compagnia sull’assicurato non in regola con i crediti formativi.
A parte non capire il diverso trattamento riservato a dipendenti e libero professionisti, mi domando tecnicamente se le compagnie assicurative, in caso di sinistro, faranno richiesta agli Ordini piuttosto che all’AGENAS, circa la nostra situazione ECM e se a questo punto il mio Ordine o l’Agenzia Nazionale forniranno questi miei dati personali a dei soggetti terzi.
Al di là di questo aspetto tecnico ciò che mi irrita è che per l’ennesima volta si è sprecata un’occasione per dare un segnale di rispetto e valorizzazione di tutti coloro che lavorano nella sanità.
Già dalle pagine del Suo giornale, appena licenziata la neonata legge Gelli, avevo sollevato la sensazione che aleggiasse tra le righe della legge l’ombra delle lobby assicurative, e purtroppo ancora oggi, sono dell’avviso che, anziché inserire questo nuovo balzello sulle nostre spalle, sarebbe stato un segnale nella giusta direzione pensare ad una modifica della legge stessa, prevedendo l’obbligatorietà per le compagnie assicurative di assicurare il sanitario (come avviene per l’RC auto), magari annullando anche la possibilità delle compagnie di recedere unilateralmente dal contratto assicurativo e, perché no, rendendo detraibile ai fini fiscali il costo di queste polizze.
La mia convinzione ed il pensiero di molti è che si continui a favore gli interessi economici di chi gestisce il mercato degli ECM e delle polizze assicurative, a discapito di chi lavora nella sanità, fornendo un’ipocrita risposta alla coscienza di chi decide, con ricadute inevitabili sui malati e su tutti i cittadini oltre che naturalmente sui professionisti della sanità.
Mi domando se prima o poi qualcuno avrà l’onestà ed il coraggio di permettere che la gestione e l’organizzazione di ciò che riguarda la sanità venga affidato a chi quotidianamente la vive, o se continueremo a vederla nelle mani di chi decide in base al sentito dire o di chi la confonde con una grande mangiatoia.
 
Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate 

 

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Obiettivo Ippocrate sulla Delibera della Regione Veneto

Nessuno ha il coraggio di dire la verità.

 

Lo scandalo della Regione Veneto?

 

Gentile Direttore,

sono passati ormai parecchi giorni dalla delibera della Regione Veneto circa la volontà di assumere 500 medici abilitati, ma non specializzati, da ridistribuire, previo un periodo di formazione teorico-pratico di 3 mesi scarsi, nei reparti di pronto soccorso, geriatria e medicina interna degli ospedali regionali.
Molte le voci che si sono levate contro questo progetto, L’Ordine dei Medici (nazionale e provinciali veneti), i Sindacati Medici (anche se non in maniera uniforme, in ordine sparso, con dei distinguo e con tempismi diversi e con dichiarazioni che si sono modificate strada facendo), le Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università di Padova e Verona, le Associazioni di Malati (prima tra tutti Cittadinanza Attiva/Tribunale dei Malati). A queste rappresentanze istituzionali si sono aggiunte anche molti liberi pensatori. Le motivazioni di opposizione a questa nuova idea della Regione Veneto appaiono direi lapalissiane e tutte condivisibili.
Dall’altra parte ci sono le voci di chi motiva questa delibera, il Presidente della Regione Zaia, l’Assessore della Sanità Lanzarin, il Direttore Generale della Sanità Mantoan, ed alcune voci più o meno istituzionali che, se non appoggiano apertamente l’iniziativa, l’accolgono con curiosità, in attesa di valutarne gli ulteriori sviluppo e l’eventuale applicazione.
In tutta questa discussione, che sembra comunque aver risvegliato realtà rappresentative tradizionalmente sopite se non soporose, e che dà una immagine di compattezza di chi ci forma, rappresenta, difende e tutela di cui io non ho memoria, io non riesco né ad entusiasmarmi né ad arrabbiarmi.
Osservo ed ascolto persone che parlano del medesimo problema e propongono le stesse soluzioni anche se ognuno lo fa dall’alto della propria posizione, a difesa di interessi politici, economici, organizzativi e di casta.
Possibile che un panorama così variegato per estrazione, cultura, preparazione ed obbiettivi, sia accomunato dall’incapacità di riconoscere il vero problema e quindi dal proporre soluzioni, ognuno secondo il proprio pensiero, inevitabilmente sbagliate, con la capacità anche di andare allo scontro per difendere quella meno sbagliata?
Per entrambe gli schieramenti la situazione è di piena emergenza e l’emergenza è legata alla mancanza di medici, ma fate ben attenzione, per entrambe gli schieramenti la mancanza è una questione meramente quantitativa: ci sono pochi medici, pochi specialisti, ergo, aumentiamone la produzione!!
Togliamo il numero chiuso a medicina, aumentiamo le borse di specializzazione, assumiamo i neo laureati, assumiamo i futuri specializzandi, estendiamo le competenze degli infermieri, richiamiamo i medici in pensioni e resuscitiamo i medici morti negli ultimi 6 mesi!
Ma mi domando: veramente pensate che il problema sia quantitativo? Non posso credere siate tanto miopi e grossolani!
Il vero problema, chiedetelo a coloro che formate, rappresentate, tutelate, difendete, è esclusivamente QUALITATIVO. I medici mancano perché negli anni siete riusciti nell’impresa di farci disinnamorare del nostro lavoro, fare il medico oggi ha meno appeal di qualsiasi lavoro imprenditoriale, il medico evoca meno rispetto di qualsiasi altro professionista. La tutela della salute, così come il valore della cultura e dell’istruzione, sono ormai dei disvalori, per cui medici e insegnanti diventano burattini nel teatro di una quotidianità grigia di non valori. Non abbiamo una tutela adeguata al tipo di lavoro che svolgiamo, non abbiamo la possibilità di una carriera professionale legata alle capacità ed ai meriti, la nostra autonomia decisionale è affondata da catene amministrative, economiche e da ingerenze politiche che ci hanno trasformato, sapientemente e volutamente, in manovalanza per corpi malati, cancellando il concetto reale di persona (io, il malato, la sua famiglia, la mia famiglia).
Ultimo non ultimo, il valore di una professione nel mondo moderno è dato anche dalla retribuzione che le viene riconosciuta, ebbene io so che nel mio Paese il mio lavoro ha lo stesso valore orario, in retribuzione, di quello di un barbiere di media capacità. A conferma di questo il tanto agognato rinnovo di contratto per i medici, che dopo 10 anni, dovrebbe portare ad un aumento netto massimo di 4 euro al giorno.
Veramente pensate che una moltitudine, un esercito di nuovi medici saprà vincere il ribrezzo per questo modo di lavorare, calpesterà la propria dignità e la dignità di una professione di così alto valore sociale ed accetterà questa occupazione prona ed umiliante?
No, non succederà, succederà invece che, se anche ne formeremo 100, 1000, 100.000 od 1 milione, il nostro paese rimarrà comunque con pochi medici perché se ne andranno in Inghilterra, in Francia, in Germania, nei paesi del nord Europa, negli Stati Uniti, nei paesi arabi o in qualsiasi buco del mondo, dove i medici mancano, ma dove viene loro riconosciuto il giusto valore e dove viene permesso loro di esercitare la vera professione.
Allora il vero scandalo è solo la Regione Veneto, che risponde comunque a pulsioni e spinte politiche immediate, o sono tutti coloro che hanno permesso di arrivare a questa vergogna?

 

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

 

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Fnomceo e Cittadinanzattiva in risposta a Money.it …Ormai siamo alla deriva etica!

 

“A quando un manuale pratico per denunciare gli Avvocati, gli Ingegneri e magari anche i Giornalisti?”.

Se lo chiede il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), Filippo Anelli, alla fine di una lettera di diffida che partirà nei prossimi giorni diretta alla redazione di Money.it, periodico on line che a inizio settimana ha pubblicato un articolo, firmato da dottoressa in Giurisprudenza, dal titolo: “Come si denuncia un medico? Guida pratica per denunciare ed ottenere il risarcimento danni”.

Pronta la reazione della FNOMCeO che ha subito attivato l’Ufficio Legale per chiedere “l’immediata soppressione” dell’iniziativa, riservandosi, in caso contrario, “di porre in essere anche le adeguate azioni di tutela legale della professione medica”.

“Siamo profondamente amareggiati – afferma ora Anelli – dai toni e dai contenuti di questo vademecum. E non perché il medico, come del resto tutti i cittadini, non sia passibile di denuncia, nel momento in cui sia dimostrabile un errore a lui imputabile. Siamo amareggiati perché, in maniera tendenziosa, si fa passare il messaggio che ottenere un risarcimento per presunta malasanità sia facile e quasi scontato. Non è così: i cittadini devono sapere, per completezza di informazione, che nel 90% dei casi la responsabilità del medico o dell’ospedale non viene dimostrata, e il denunciante può essere esposto a una controquerela per diffamazione o per calunnia. Addirittura, una recente sentenza del Tribunale Civile di Catania, dichiarato inesistente il danno, ha condannato il paziente a pagare le spese legali degli avvocati difensori del medico, della struttura e delle compagnie assicurative, oltre che per responsabilità aggravata, per un totale di circa novantamila euro”.

“Siamo amareggiati perché la diffusione di un simile e superficiale messaggio danneggia tutti: danneggia chi denuncia, attratto dal miraggio di facili guadagni e costretto a pagare spese legali per cause senza ‘fumus’; danneggia il Servizio Sanitario nazionale, che deve anticipare le spese legali per difendersi e che viene vieppiù vessato dall’iperprescrizione di visite ed esami dovuta alla cosiddetta ‘medicina difensiva’; danneggia i cittadini, che si vedono sottratte risorse che a loro appartengono, e che dovrebbero essere destinate alle cure – continua Anelli –. Soprattutto, procura un vulnus difficilmente rimarginabile alla Relazione di cura, a quell’affidarsi reciproco di medico e paziente che è alla base di ogni terapia e di ogni guarigione”.

Siamo solidali con tutti i presidenti d’Ordine, con tutti i medici che in queste ore si sono sentiti offesi, e con tutti i pazienti che, vittime di informazioni incomplete e tendenziose, si siano sentiti assaliti dal dubbio e dall’incertezza nei confronti dei medici e del Servizio Sanitario Nazionale, dipinto come inaffidabile – aggiunge –.Vorrei concludere condividendo il monito del Presidente dell’OMCeO di Palermo, Toti Amato: “La responsabilità etica e morale di un simile vademecum riguarda tutti, perché un’informazione incompleta produce danni enormi”. Ebbene, noi, come Ente sussidiario dello Stato, come garanti dei diritti dei cittadini, vogliamo smarcarci da questa responsabilità, denunciando e richiamando a un’informazione corretta, completa e trasparente”.  

 

Ufficio Stampa e Informazione FNOMCeO
informazione@fnomceo.it
www.fnomceo.it

Vicenza, 13 luglio 2019

Gent.le Direttore,

sulle pagine di “Money.it” la giornalista Isabella Policarpio ha voluto informare i Cittadini su “ come procedere e chiedere il risarcimento danni” dopo una denuncia per malasanità. Meno male! Finalmente una buona notizia!
I Cittadini sentivano l’urgenza di sapere come muoversi nei meandri di così complesse e articolate procedure e adesso che ne sono a conoscenza potranno scatenare le loro pulsioni più profonde per irrompere nel delicato sistema di fiducia del rapporto medico paziente e finalmente avere il giusto riconoscimento dei loro diritti anche se il prezzo da pagare sarà quello di distruggere, seppure ce ne fosse stato ancora il bisogno, l’ultimo frammento di relazione significativa tra malato e curante sul quale si è fondata l’antica e la attuale prassi medica. Grazie a questa dettagliata ed esaustiva serie di indicazioni i Cittadini potranno trarre ulteriori buoni vantaggi dal rapporto con la Sanità Pubblica e gli operatori e sarà completato il disegno criminoso di distruggere definitivamente il Servizio Pubblico per dare spazio alla confusione normativa e al passaggio di consegne dell’intero sistema alle organizzazioni private.!

Ormai siamo alla deriva etica!

Tutto è permesso e raramente abbiamo visto alzarsi il grido di sdegno da parte delle Istituzioni.

Cittadinanzattiva e gli oltre 300 sportelli dei Tribunali per i Diritti del Malato presenti in Italia, hanno costruito negli ultimi 40 anni relazioni significative con gli operatori della Sanità Pubblica e Privata, confidando innanzitutto sulla buone pratiche operative e sulla necessità e capacità degli operatori di dare il meglio della loro Scienza, Coscienza e Competenza avendo cura di non ledere i diritti fondamentali del malato e delle loro famiglie.

E’ accaduto talvolta di assistere a degenerazioni delle prassi operative e cliniche che hanno causato gravi conseguenze per i pazienti e allora siamo stati in prima linea a denunciare pubblicamente le azioni dolose o quelle dettate da imperizia e per inadempienze organizzative. Sempre in accordo con gli operatori che non possono non rimanere ancorati al loro giuramento etico e schierarsi dalla parte del malato.

Questa modalità di collaborazione e reciproca fiducia è stata vincente ed ha creato, negli ultimi anni, una crescente sintonia e collaborazione che ha portato a costituire prassi di tipo conciliativo piuttosto che la ricerca assoluta della colpa per finalità che sovente sono sfociate in conseguenze giudiziali. Il dialogo tra cittadini lesi e operatori si è sempre tradotta nel riconoscimento reciproco di avere fatto il meglio per il paziente seppure in presenza di condizioni organizzative precarie.

L’atteggiamento di alcune Agenzie territoriali di pseudo-tutela è invece, dettato dal bisogno di trarre vantaggi economici dal Sistema Sanità e non si riesce a cogliere alcun tentativo di evidenziare aspetti di Tutela e Garanzia scevri dall’agire per via giudiziale.

Soltanto la vergognosa modalità di creare vantaggi immediati per i pazienti lesi e le loro famiglie senza uno sguardo alle conseguenze sistemiche e relazionali che andrebbero preventivamente salvaguardate e tutelate con determinazione e coraggio.

Il SSN è un bene prezioso, un bene che permette a tutti i Cittadini ndistintamente di potersi avvalere dei servizi offerti dal sistema. E’ equo e solidale e deve essere sostenuto da una attenzione speciale agli operatori e ai Cittadini ai quali va riconosciuto impegno e dedizione. Sono l’unico pilastro sul quale si regge la complessa organizzazione del Sistema di Tutela della Salute e oggi assistiamo, per grossolani o voluti errori della programmazione nazionale e regionale, alla deriva e alla omissione dell’impegno nel pubblico.

Mancano, soltanto nel Veneto, circa 1300 medici. Da qui a pochi anni, grazie al prepensionamento per quota 100, ci troveremo a doverci inventare una modalità efficace per tenere in piedi il sistema e ancora oggi con gli occhi bendati e camminando sull’orlo di un burrone assistiamo ai proclami trionfalistici sulla bontà della Sanità Italiana.

Ridiamo valore agli operatori e ai Cittadini, includiamoli nelle decisioni progettando una governance del sistema fluido e decisivo negli impegni. Solo in questo modo saremo in grado di invertire l’attuale tendenza e potremo impedire la deriva etica verso forme di cannibalismo compulsivo che così bene sono rappresentate dall’articolo di Money.it.

I momenti di grave crisi sono quelli che meglio di altri momenti sono in grado di farci cogliere il senso della nostra appartenenza e sono in grado di favorire alleanze trasversali significative. L’alleanza tra medici, operatori della sanità, Cittadini e Istituzioni sarà in grado di invertire l’attuale tendenza che ci condurrà inevitabilmente verso l’impoverimento dei Servizi alla persona? Ci auguriamo di potere incidere, con atti condivisi, sulle coscienze assopite e addormentate perché si risveglino dal torpore del sempre uguale.

Cordialità.

Giuseppe Cicciù

Segretario Regionale di Cittadinanzattiva del Veneto

 

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CHI DI FACEBOOK FERISCE… (fonte: Stetoscopio – Ordine dei Medici di Vicenza)

(STETOSCOPIO, n. 4 del 18 Marzo 2019)


Se qualcuno ancora dubitava che il disagio dei medici e la misura del loro scontento fossero ormai oltre il limite di guardia, se qualcuno si illudeva che la gente (il “popolo” di cui si riempiono la bocca troppi politici per giustificare ogni loro fatto o misfatto) non capisse le sacrosante ragioni di chi, malgrado tutto, riesce a prestare loro un’assistenza medica dignitosa, quei qualcuno si convincano che dubbi e illusioni non hanno ragione di esistere.
Lo ha clamorosamente dimostrato il successo di firme, like, condivisioni e commenti che ha ottenuto la lettera aperta al Presidente Zaia di un gruppo di medici ospedalieri, iscritti al nostro Ordine e pubblicata nella nostra rivista online. La lettera è stata ripresa su Facebook e quindi inviata – con il consueto tam tam dei social – a innumerevoli indirizzi WhatsApp.
L’iniziativa aveva il sapore della sfida. Poco avvezzi a usare i social media per esternare e affrontare i problemi di una professione che si sta rivelando ogni giorno più difficile per chi la esercita e proibitiva per chi vorrebbe esercitarla, i medici vicentini non hanno gradito l’uso “garibaldino” che Zaia ha fatto di Facebook per affrontare i temi più scottanti della sanità veneta. Avrebbero preferito un approccio più istituzionale, un confronto sul campo per capire le soluzioni previste dal Governatore. Che invece ha preferito seguire la moda (o l’andazzo?) dei social media senza possibilità di un civile contraddittorio.
Troppo facile, Governatore, si sono detti i medici vicentini, che hanno voluto accettare la sfida. I numeri dimostrano che l’hanno vinta, che la categoria è compatta nel denunciare errori, storture, forzature e mancanza di idee valide del sistema veneto che va deteriorandosi sempre più. Gli stessi numeri dimostrano che la gente non è un parco buoi da maneggiare a piacimento. Dimostrano che la gente capisce, si fa carico del disagio dei suoi medici e che non si fa illusioni sul valore taumaturgico di un’Autonomia che, secondo Zaia, dovrebbe risolvere tutti i mali della sanità veneta.
Caro Zaia i social sono pericolosi anche per chi ha alle proprie dipendenze fior di addetti stampa che se ne occupano da mane a sera.
È bastata l’iniziativa di un pugno di medici vicentini, che sono scesi sul terreno scelto dal politico, per dimostrare che la verità è un’altra.
I colleghi e il “popolo” l’hanno capito…e hanno chattato! E ora sono in attesa di un confronto veramente costruttivo nell’interesse di tutti i cittadini della nostra regione.

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Prima gli italiani (medici), lo dicono all’estero!

22 FEBGentile Direttore,
“Prima gli italiani!” Più che uno slogan (mutuato dal più famoso “America first” col quale Trump vinse le elezioni) in Italia è diventato un mantra. Dall’assegnazione delle case popolari ai bandi di assunzione, dalle mense popolari al reddito di cittadinanza, il “prima gli italiani” è sulla bocca di tutti coloro che protestano, in questa Italia “del nostro scontento”.
Al di là del sapore populista e della valenza sciovinista del mantra, la realtà ci dice che in Italia le cose non sono e non funzionano come vorrebbero i più duri e puri proseliti di “prima gli italiani”, perché gli stranieri che operano e vivono nel nostro Paese da oltre dieci anni hanno la cittadinanza italiana così come la stragrande maggioranza di rom e sinti, per non parlare delle liste d’attesa e dei Pronto soccorso che non possono (e non devono) discriminare la sofferenza.
Dove invece il “prima gli italiani” sta diventando quasi una regola aurea è nell’ambito della nostra professione: i medici italiani sono richiestissimi all’estero! Dalla Germania all’Olanda, dall’Inghilterra alla Danimarca e alla Francia, la “caccia” ai nostri giovani (e non solo) è sempre più serrata, con offerte di lavoro e di carriera allettanti.
All’estero non badano a spese: stipendi elevati, casa assicurata, facilitazioni per le famiglie. Non sarà tutto oro ciò che luccica, qualche difficoltà di inserimento andrà tenuta in conto, ma è nei fatti che l’emigrazione dei nostri medici è in costante e preoccupante aumento.
Che dire? Quando negli scorsi anni, da questa rubrica, abbiamo lanciato l’allarme, siamo stati accusati di essere degli arruffapopolo mentre oggi veniamo visti come premonitori di una situazione evidente a tutti: un giovane medico su cinque va a lavorare all’estero. Non eravamo gufi né siamo profeti, ma attenti osservatori delle difficoltà nelle quali si dibatte la professione medica in Italia, dove gli ospedali si vanno vuotando di camici bianchi, per scelte personali e per pensionamenti obbligatori, e dove i concorsi non attirano più i nostri giovani perché fare il medico diventato complicato e con troppi ostacoli – anche di natura deontologica – da superare.
Come sempre i politici si fanno vivi quando l’emergenza non è più negabile. Ma intervengono con chiacchiere e vaghe assicurazioni. E non solo a livello nazionale con i timidi interventi del Ministro alla Sanità, la quasi inesistente Giulia Grillo, ma anche a livello regionale dove Zaia sostiene che i nostri problemi si risolveranno con la tanto attesa e reclamizzata “autonomia”, la panacea di tutti i mali.
Nella pratica però nulla succede, se non vogliamo prendere sul serio il tentativo (andato a vuoto) dell’ULSS di Treviso di attirare in Italia medici ungheresi e romeni. Se all’estero vige il “prima gli italiani” non è che i medici stranieri, se sono bravi e vedendo come sta andando la nostra Sanità, siano tanto sprovveduti da venire in Italia!

Michele Valente
Presidente Ordine Vicenza

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“Prima gli italiani” lo dicono all’estero! (fonte: Stetoscopio – Ordine dei Medici di Vicenza)

(STETOSCOPIO, n. 3 del 7 Febbraio 2019)

Prima gli italiani! Più che uno slogan (mutuato dal più famoso “America first” col quale Trump vinse le elezioni) in Italia è diventato un mantra. Dall’assegnazione delle case popolari ai bandi di assunzione, dalle mense popolari al reddito di cittadinanza, il “prima gli italiani” è sulla bocca di tutti coloro che protestano, in questa Italia “del nostro scontento”. Al di là del sapore populista e della valenza sciovinista del mantra, la realtà ci dice che in Italia le cose non sono e non funzionano come vorrebbero i più duri e puri proseliti di “prima gli italiani”, perché gli stranieri che operano e vivono nel nostro Paese da oltre dieci anni hanno la cittadinanza italiana così come la stragrande maggioranza di rom e sinti, per non parlare delle liste d’attesa e dei Pronto soccorso che non possono (e non devono) discriminare la sofferenza.
Dove invece il “prima gli italiani” sta diventando quasi una regola aurea è nell’ambito della nostra professione: i medici italiani sono richiestissimi all’estero!
Dalla Germania all’Olanda, dall’Inghilterra alla Danimarca e alla Francia, la “caccia” ai nostri giovani (e non solo) è sempre più serrata, con offerte di lavoro e di carriera allettanti.
All’estero non badano a spese: stipendi elevati, casa assicurata, facilitazioni per le famiglie. Non sarà tutto oro ciò che luccica, qualche difficoltà di inserimento andrà tenuta in conto, ma è nei fatti che l’emigrazione dei nostri medici è in costante e preoccupante aumento.
Che dire? Quando negli scorsi anni, da questa rubrica, abbiamo lanciato l’allarme, siamo stati accusati di essere degli arruffapopolo mentre oggi veniamo visti come premonitori di una situazione evidente a tutti: un giovane medico su cinque va a lavorare all’estero. Non eravamo gufi né siamo profeti, ma attenti osservatori delle difficoltà nelle quali si dibatte la professione medica in Italia, dove gli ospedali si vanno vuotando di camici bianchi, per scelte personali e per pensionamenti obbligatori, e dove i concorsi non attirano più i nostri giovani perché fare il medico è diventato complicato e con troppi ostacoli – anche di natura deontologica – da superare.
Come sempre i politici si fanno vivi quando l’emergenza non è più negabile. Ma intervengono con chiacchiere e vaghe assicurazioni. E non solo a livello nazionale con i timidi interventi del Ministro alla Sanità, la quasi inesistente Giulia Grillo, ma anche a livello regionale dove Zaia sostiene che i nostri problemi si risolveranno con la tanto attesa e reclamizzata “autonomia”, la panacea di tutti i mali.
Nella pratica però nulla succede, se non vogliamo prendere sul serio il tentativo (andato a vuoto) dell’ULSS di Treviso di attirare in Italia medici ungheresi e romeni.
Se all’estero vige il “prima gli italiani” non è che i medici stranieri, se sono bravi e vedendo come sta andando la nostra Sanità, siano tanto sprovveduti da venire in Italia!

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E se la centralità non fosse del malato? (fonte: Quotidianosanita.it)

13 DIC – Gentile Direttore,
l’ultimo articolo del Prof. Cavicchi, circa la centralità del malato in sanità, oltre ad insegnarmi una nuova parola come “truismo”, mi ha infastidito nell’intimo in quanto ha risvegliato un pensiero che mi frulla in testa ormai da tempo. La mia esperienza personale, con le difficoltà quotidiane dei professionisti sanitari (medici, psicologi, infermieri, tecnici sanitari), nonostante la stima che nutro per la lungimiranza rivoluzionaria del Prof. Cavicchi, mi porta ormai a ritenere l’assioma della centralità del malato in sanità come fallimentare se non addirittura sbagliato.
 
Sono estremamente cosciente di ciò che affermo e sono convinto di poterlo sostenere con la coscienza pulita di chi, ancora prima di iniziare gli studi di medicina, ha sempre pensato al valore etico e sociale della nostra Professione, mantenendo tale convinzione durante il corso di laurea, la scuola di specializzazione ed i vent’anni di professione che mi porto sulle spalle.

Il valore non solo del malato, ma in generale di ogni singolo individuo, non è solo una stella polare del mio intelletto e del mio mondo emozionale, sarebbe troppo facile, è una pratica quotidiana faticosa ed a volte magari maldestra, ma cosciente e convinta.

Eppure, nonostante questo, vedo col passare degli anni sempre più mortificato chi lavora in sanità; aumentano le distanze tra noi ed i nostri pazienti, la fiducia e l’alleanza hanno lasciato spazio alla diffidenza, alla conflittualità, all’arroganza e naturalmente al contenzioso.

Eppure sono ormai anni ed anni che tutti ci riempiamo la bocca di “truismi”: il paziente al centro, l’autodeterminazione del malato, la comunicazione medico-paziente, l’alleanza terapeutica, la condivisione del percorso terapeutico. Nonostante ciò tutto sta andando a rotoli e la sanità è ormai allo sfascio.

Ergo stiamo sbagliando, la strada non è questa! La soluzione credo stia nella capacità di guardare da dove arriviamo e dove siamo, che ci piaccia o no.

La trasformazione dei nostri ospedali in aziende ha modificato le fondamenta non solo strutturali ed organizzative della sanità, ma anche il nostro modo di lavorare e curare (il prendersi cura sarebbe un truismo “à la mode” più adeguato). Forse a molti di noi questo rincorrere o meglio scimmiottare il mondo imprenditoriale, la logica del business non piace, ma ormai qui siamo.

Allora se la sanità deve reggersi sui principi, sui valori(?), sulle dinamiche imprenditoriali facciamolo, ma facciamolo bene, in linea con i tempi e la modernità del mondo imprenditoriale!

Sono decenni ormai che chi fa impresa, chi è nel commercio non utilizza più il concetto del “cliente ha sempre ragione”, che “il cliente viene prima di tutto”, che il “cliente è il centro del business”, la vera risorsa su cui investire sono i dipendenti, i lavoratori, se sono motivati e valorizzati i primi ad avvantaggiarsene sono proprio le aziende ed i clienti.

Ma allora perché la sanità-azienda non va’ a passo con i tempi e invece di riportare i modelli moderni virtuosi, efficaci ed efficienti del mondo imprenditoriale, ricicla anacronisticamente un modello ormai riconosciuto vetusto e fallimentare nei paesi industrializzati? Per me è un vero mistero.

Ma secondo Lei un professionista valorizzato, motivato, messo nelle condizioni migliori possibili per fare il proprio lavoro a chi porterebbe grandi vantaggi? Secondo me ai malati in primis ed alle aziende sanitarie inevitabilmente.

Voglio infine svelarvi il segreto di Pulcinella: ai malati ed alle persone in generale non interessa essere al centro della sanità, anzi per ragioni facilmente intuibili ne vorrebbe stare proprio al di fuori se non in posizione defilata. Ciò che la gente nel momento del bisogno cerca sono risposte e soprattutto aiuto, il resto sono chiacchiere con le quali, soprattutto chi non lavora nella sanità,  cerca di riempire un vuoto imbarazzante e vergognoso.

Quindi il problema non è più, e forse non è mai stato, se il paziente sia o meno al centro della sanità, ma capire se c’è la volontà, la capacità e lo spessore di chi ci governa e di chi programma la sanità di trovare soluzioni vere o di continuare in questo teatrino dell’assurdo.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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Chirurghi in Italia? Ne resterà soltanto uno (fonte: Quotidianosanita.it)

10 DIC – Gentile direttore,
ho letto l’interessante articolo pubblicato a pg 14-15 del Resto del Carlino Nazionale, di oggi, inerente la carenza di chirurghi negli ospedali. Purtroppo è tutto vero,in Italia mancano e mancheranno i chirurghi e l’unico quotidiano, sia cartaceo che on line, che ha ripetutamente sottolineato il problema della carenza di chirurghi è stato il suo, purtroppo “vox clamantis in deserto”!

Le cronache ci raccontano di giovani medici che non vogliono intraprendere l’attività chirurgica, di specialisti che si licenziano o si autodimettono prima di aver raggiunto l’anzianità contributiva utile ai fini della quiescenza e questo perché?

Come più volte denunciato dalle nostre società scientifiche chirurgiche, dalla Fnomceo, dai sindacati di categoria, la causa del drammatico esodo dei medici è legato alle condizioni lavorative equiparabili ai forzati della Cayenna, con turni di guardia massacranti, ferie non godute, milioni di ore di straordinario non pagate, turni di riposo giornalieri/settimanali saltati, contravvenendo a normative europee e nazionali, un contratto fermo al 2010…. a questo punto e solo a questo punto,la politica si sveglia e afferma che è indispensabile rimpinguare gli organici medici?

Ma ci state prendendo in giro? Solo ora vi accorgete che mancano all’appello personale medico nelle branche chirurgiche e nell’emergenza-urgenza, per non parlare della medicina territoriale?

Perchè i vari governi che si sono succeduti non hanno considerato come lavoro usurante quello svolto dal chirurgo, a differenza del lavoro svolto dalle ostetriche e degli infermieri turnisti di sala operatoria?

Vogliamo parlare dei medici over 55 enni che dovrebbero essere esonerati dai turni di guardia notturni, come da direttive CEE, ma questa direttiva non viene mai ottemperata dalle aziende sanitarie,costringendo a lavorare anche oltre le 60-70-100 ore settimanali?

 E poi mi parlate di errori medici e malpractice? Ma fatemi il piacere! Vi chiedo, vi fareste operare da un chirurgo stanco, stressato o demotivato? Io no!
Mi parlano di rimpolpare gli organici, adesso che i buoi sono scappati e che nessuno vuol più fare il chirurgo ? Dove eravate 10 anni fa,quando tutte le associazioni chirurgiche vi avevano avvertito della mancanza di specialisti? Lo sapete che le scuole di specializzazione in ortopedia non ricoprono i posti che rimangono drammaticamente liberi? Lo sapete che al Maggiore di Bologna i bandi in ortopedia vanno vuoti, così come in Veneto,Toscana,Puglia etcc..da nord a sud,con i posti chirurgici che non vengono ricoperti!

Fra 5 anni mancheranno 40.000 medici e ci sarà un esodo di 5.000 specialisti, tra universitari e ambulatoriali, come da più parti denunciato e questo comporterà non assicurare i servizi nelle seguenti branche: pediatria, ortopedia,chirurgia generale, ginecologia, medicina interna, con tagli ai PL e,quindi, ai reparti con conseguenze drammatiche per l’assistenza.

Ciò che mi fa imbestialire è che se ne accorgano solo adesso, quando tutte le sigle sindacali e tutte le associazioni di categoria, lo “urlavano” da anni, ma sono state state Cassandre inascoltate.

Qualcuno avverta chi amministra la Sanità che l’esecuzione di atti chirurgici, la capacità di decidere in tempi brevi, particolarmente in sala operatoria e nelle aree di urgenza emergenza, necessita di destrezza, resistenza, possesso di equilibrio mentale ed emotivo superiore alla norma, che non hai se non osservi adeguati turni di riposo giornalieri, settimanali, mensili, annuali e se non sei adeguatamente motivato e gratificato eticamente e economicamente.

Inoltre, il blocco del turn over nel SSN ha rallentato il ricambio generazionale e con esso il trasferimento di conoscenze e delle capacità tecniche, vi ritroverete con le corsie piene di pazienti ma vuote di medici,considerato che l’età media attuale degli ospedalieri è 54 anni, ossia la più alta nel panorama mondiale!

Ora siamo considerati i paria della Sanità, i nuovi schiavi che possono essere aggrediti, picchiati, vessati come nuovi servi della gleba, ma la profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!

Meditate gente,meditate!

Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Bologna
Socio onorario di obiettivo Ippocrate 

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