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ECM: è il momento di parlarne obiettivamente

editoriale 26 ECM-1

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Carenza medici. Il problema non è quantitativo ma qualitativo. Nessuno vuole più fare il medico in Italia

Gentile Direttore,
sono passati ormai parecchi giorni dalla delibera della Regione Veneto circa la volontà di assumere 500 medici abilitati, ma non specializzati, da ridistribuire, previo un periodo di formazione teorico-pratico di 3 mesi scarsi, nei reparti di pronto soccorso, geriatria e medicina interna degli ospedali regionali. Molte le voci che si sono levate contro questo progetto: l’Ordine dei Medici (nazionale e provinciali veneti), i Sindacati Medici (anche se non in maniera uniforme, in ordine sparso, con dei distinguo e con tempismi diversi e con dichiarazioni che si sono modificate strada facendo), le Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università di Padova e Verona, le Associazioni di Malati (prima tra tutti Cittadinanza Attiva/Tribunale dei Malati). A queste rappresentanze istituzionali si sono aggiunte anche molti liberi pensatori. Le motivazioni di opposizione a questa nuova idea della Regione Veneto appaiono direi lapalissiane e tutte condivisibili.

Dall’altra parte ci sono le voci di chi motiva questa delibera, il Presidente della Regione Luca Zaia, l’Assessore della Sanità Manuela Lanzarin, il Direttore Generale della Sanità Domenico Mantoan, ed alcune voci più o meno istituzionali che, se non appoggiano apertamente l’iniziativa, l’accolgono con curiosità, in attesa di valutarne gli ulteriori sviluppo e l’eventuale applicazione.
In tutta questa discussione, che sembra comunque aver risvegliato realtà rappresentative tradizionalmente sopite se non soporose, e che dà una immagine di compattezza di chi ci forma, rappresenta, difende e tutela di cui io non ho memoria, io non riesco né ad entusiasmarmi né ad arrabbiarmi.
Osservo ed ascolto persone che parlano del medesimo problema e propongono le stesse soluzioni anche se ognuno lo fa dall’alto della propria posizione, a difesa di interessi politici, economici, organizzativi e di casta.
Possibile che un panorama così variegato per estrazione, cultura, preparazione ed obbiettivi, sia accomunato dall’incapacità di riconoscere il vero problema e quindi dal proporre soluzioni, ognuno secondo il proprio pensiero, inevitabilmente sbagliate, con la capacità anche di andare allo scontro per difendere quella meno sbagliata?
Per entrambe gli schieramenti la situazione è di piena emergenza e l’emergenza è legata alla mancanza di medici, ma fate ben attenzione, per entrambi gli schieramenti la mancanza è una questione meramente quantitativa: ci sono pochi medici, pochi specialisti, ergo, aumentiamone la produzione!
Togliamo il numero chiuso a medicina, aumentiamo le borse di specializzazione, assumiamo i neo laureati, assumiamo i futuri specializzandi, estendiamo le competenze degli infermieri, richiamiamo i medici in pensioni e resuscitiamo i medici morti negli ultimi 6 mesi!
Ma mi domando: veramente pensate che il problema sia quantitativo? Non posso credere siate tanto miopi e grossolani!
Il vero problema, chiedetelo a coloro che formate, rappresentate, tutelate, difendete, è esclusivamente qualitativo. I medici mancano perché negli anni siete riusciti nell’impresa di farci disinnamorare del nostro lavoro, fare il medico oggi ha meno appeal di qualsiasi lavoro imprenditoriale, il medico evoca meno rispetto di qualsiasi altro professionista. La tutela della salute, così come il valore della cultura e dell’istruzione, sono ormai dei disvalori, per cui medici e insegnanti diventano burattini nel teatro di una quotidianità grigia di non valori. Non abbiamo una tutela adeguata al tipo di lavoro che svolgiamo, non abbiamo la possibilità di una carriera professionale legata alle capacità ed ai meriti, la nostra autonomia decisionale è affondata da catene amministrative, economiche e da ingerenze politiche che ci hanno trasformato, sapientemente e volutamente, in manovalanza per corpi malati, cancellando il concetto reale di persona (io, il malato, la sua famiglia, la mia famiglia).
Ultimo non ultimo, il valore di una professione nel mondo moderno è dato anche dalla retribuzione che le viene riconosciuta, ebbene io so che nel mio Paese il mio lavoro ha lo stesso valore orario, in retribuzione, di quello di un barbiere di media capacità. A conferma di questo il tanto agognato rinnovo di contratto per i medici, che dopo 10 anni, dovrebbe portare ad un aumento netto massimo di 4 euro al giorno.
Veramente pensate che una moltitudine, un esercito di nuovi medici saprà vincere il ribrezzo per questo modo di lavorare, calpesterà la propria dignità e la dignità di una professione di così alto valore sociale ed accetterà questa occupazione prona ed umiliante?
No, non succederà, succederà invece che, se anche ne formeremo 100, 1000, 100.000 o 1 milione, il nostro paese rimarrà comunque con pochi medici perché se ne andranno in Inghilterra, in Francia, in Germania, nei paesi del nord Europa, negli Stati Uniti, nei paesi arabi o in qualsiasi buco del mondo, dove i medici mancano, ma dove viene loro riconosciuto il giusto valore e dove viene permesso loro di esercitare la vera professione.
Allora il vero scandalo è solo la Regione Veneto, che risponde comunque a pulsioni e spinte politiche immediate, o sono tutti coloro che hanno permesso di arrivare a questa vergogna?

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate

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L’ipocrisia del sistema Ecm e delle polizze assicurative

26 SETGentile Direttore,
due recenti articoli di Luca Benci e Marco Castioni sul decreto attuativo alla legge 24/17 per le misure minime di garanzia delle polizze assicurative per il personale sanitario permettono di riportare l’attenzione sul sistema “Educazione Continua in Medicina” (ECM).
Tale programma nazionale, nato nel 2002 ed inizialmente di competenza del Ministero della Salute, dal 2008 è stato trasferito all’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS).
Nel 2011 il Governo Monti ha stabilito che sarebbe spettato agli Ordini delle varie figure professionali sanitarie controllare e certificare tali percorsi formativi, verificando eventuali inadempienze e stabilendo le sanzioni per i “fuori legge”.
Questo sistema non è mai stato amato dalle professioni sanitarie fondamentalmente perché considerato inadeguato, posticcio, lontano dalla realtà quotidiana di chi lavora nella sanità.
Le perplessità sulla reale utilità professionale degli ECM è legata innanzitutto alla scarsa specificità della possibilità formativa, i crediti infatti possono essere accumulati praticamente senza attinenza alla branca di appartenenza, io che sono chirurgo vascolare potrei accumulare i 50 crediti annuali facendo un corso antincendio, un corso sulla salute ambientale di aria, acqua ed alimentazione, uno sull’ebola, uno sulle cure palliative. A prescindere dall’innegabile valore intrinseco di tutti i suddetti argomenti, non credo che i miei pazienti si sentirebbero più tranquilli circa il mio aggiornamento professionale come chirurgo vascolare.
Altro punto critico l’accessibilità a tali corsi: visto il poco tempo a disposizione, legato alla carenza cronica di personale, i corsi fuori sede e residenziali sono ormai una chimera, sostituiti dalla formazione a distanza (FAD) su varie piattaforme in web. Conosciamo tutti le modalità con cui vengono proposti questi corsi on-line in cui viene lasciata ampia discrezionalità al discente su quanto seriamente dedicarsi all’aggiornamento, tralasciando poi i casi in cui i corsi vengono offerti da soggetti terzi con allegate già le risposte corrette.
Vi sono poi i costi a carico dei singoli professionisti. Infatti, al di là della buona volontà di alcuni Ordini Professionali e di alcune Aziende Sanitarie, che ne organizzano a volte anche a titolo gratuito, la maggior parte sono a pagamento, con costi che possono arrivare a parecchie centinaia di euro, oltretutto in nessuna maniera detraibili per i dipendenti pubblici.
Tutto questo stride con l’impossibilità, al contrario, di acquisire crediti ECM qualora si decidesse di frequentare un centro, anche di riconosciuta eccellenza, per affinare o apprendere una nuova tecnica.
In questo panorama già fastidioso, arriva l’idea di vincolare gli obblighi delle compagnie assicurative nei confronti dei professionisti sanitari, ai crediti ECM maturati nel triennio precedente alla data dell’eventuale sinistro, aprendo le porte ad una possibile rivalsa della compagnia sull’assicurato non in regola con i crediti formativi.
A parte non capire il diverso trattamento riservato a dipendenti e libero professionisti, mi domando tecnicamente se le compagnie assicurative, in caso di sinistro, faranno richiesta agli Ordini piuttosto che all’AGENAS, circa la nostra situazione ECM e se a questo punto il mio Ordine o l’Agenzia Nazionale forniranno questi miei dati personali a dei soggetti terzi.
Al di là di questo aspetto tecnico ciò che mi irrita è che per l’ennesima volta si è sprecata un’occasione per dare un segnale di rispetto e valorizzazione di tutti coloro che lavorano nella sanità.
Già dalle pagine del Suo giornale, appena licenziata la neonata legge Gelli, avevo sollevato la sensazione che aleggiasse tra le righe della legge l’ombra delle lobby assicurative, e purtroppo ancora oggi, sono dell’avviso che, anziché inserire questo nuovo balzello sulle nostre spalle, sarebbe stato un segnale nella giusta direzione pensare ad una modifica della legge stessa, prevedendo l’obbligatorietà per le compagnie assicurative di assicurare il sanitario (come avviene per l’RC auto), magari annullando anche la possibilità delle compagnie di recedere unilateralmente dal contratto assicurativo e, perché no, rendendo detraibile ai fini fiscali il costo di queste polizze.
La mia convinzione ed il pensiero di molti è che si continui a favore gli interessi economici di chi gestisce il mercato degli ECM e delle polizze assicurative, a discapito di chi lavora nella sanità, fornendo un’ipocrita risposta alla coscienza di chi decide, con ricadute inevitabili sui malati e su tutti i cittadini oltre che naturalmente sui professionisti della sanità.
Mi domando se prima o poi qualcuno avrà l’onestà ed il coraggio di permettere che la gestione e l’organizzazione di ciò che riguarda la sanità venga affidato a chi quotidianamente la vive, o se continueremo a vederla nelle mani di chi decide in base al sentito dire o di chi la confonde con una grande mangiatoia.
 
Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate 

 

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CHI DI FACEBOOK FERISCE… (fonte: Stetoscopio – Ordine dei Medici di Vicenza)

(STETOSCOPIO, n. 4 del 18 Marzo 2019)


Se qualcuno ancora dubitava che il disagio dei medici e la misura del loro scontento fossero ormai oltre il limite di guardia, se qualcuno si illudeva che la gente (il “popolo” di cui si riempiono la bocca troppi politici per giustificare ogni loro fatto o misfatto) non capisse le sacrosante ragioni di chi, malgrado tutto, riesce a prestare loro un’assistenza medica dignitosa, quei qualcuno si convincano che dubbi e illusioni non hanno ragione di esistere.
Lo ha clamorosamente dimostrato il successo di firme, like, condivisioni e commenti che ha ottenuto la lettera aperta al Presidente Zaia di un gruppo di medici ospedalieri, iscritti al nostro Ordine e pubblicata nella nostra rivista online. La lettera è stata ripresa su Facebook e quindi inviata – con il consueto tam tam dei social – a innumerevoli indirizzi WhatsApp.
L’iniziativa aveva il sapore della sfida. Poco avvezzi a usare i social media per esternare e affrontare i problemi di una professione che si sta rivelando ogni giorno più difficile per chi la esercita e proibitiva per chi vorrebbe esercitarla, i medici vicentini non hanno gradito l’uso “garibaldino” che Zaia ha fatto di Facebook per affrontare i temi più scottanti della sanità veneta. Avrebbero preferito un approccio più istituzionale, un confronto sul campo per capire le soluzioni previste dal Governatore. Che invece ha preferito seguire la moda (o l’andazzo?) dei social media senza possibilità di un civile contraddittorio.
Troppo facile, Governatore, si sono detti i medici vicentini, che hanno voluto accettare la sfida. I numeri dimostrano che l’hanno vinta, che la categoria è compatta nel denunciare errori, storture, forzature e mancanza di idee valide del sistema veneto che va deteriorandosi sempre più. Gli stessi numeri dimostrano che la gente non è un parco buoi da maneggiare a piacimento. Dimostrano che la gente capisce, si fa carico del disagio dei suoi medici e che non si fa illusioni sul valore taumaturgico di un’Autonomia che, secondo Zaia, dovrebbe risolvere tutti i mali della sanità veneta.
Caro Zaia i social sono pericolosi anche per chi ha alle proprie dipendenze fior di addetti stampa che se ne occupano da mane a sera.
È bastata l’iniziativa di un pugno di medici vicentini, che sono scesi sul terreno scelto dal politico, per dimostrare che la verità è un’altra.
I colleghi e il “popolo” l’hanno capito…e hanno chattato! E ora sono in attesa di un confronto veramente costruttivo nell’interesse di tutti i cittadini della nostra regione.

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Prima gli italiani (medici), lo dicono all’estero!

22 FEBGentile Direttore,
“Prima gli italiani!” Più che uno slogan (mutuato dal più famoso “America first” col quale Trump vinse le elezioni) in Italia è diventato un mantra. Dall’assegnazione delle case popolari ai bandi di assunzione, dalle mense popolari al reddito di cittadinanza, il “prima gli italiani” è sulla bocca di tutti coloro che protestano, in questa Italia “del nostro scontento”.
Al di là del sapore populista e della valenza sciovinista del mantra, la realtà ci dice che in Italia le cose non sono e non funzionano come vorrebbero i più duri e puri proseliti di “prima gli italiani”, perché gli stranieri che operano e vivono nel nostro Paese da oltre dieci anni hanno la cittadinanza italiana così come la stragrande maggioranza di rom e sinti, per non parlare delle liste d’attesa e dei Pronto soccorso che non possono (e non devono) discriminare la sofferenza.
Dove invece il “prima gli italiani” sta diventando quasi una regola aurea è nell’ambito della nostra professione: i medici italiani sono richiestissimi all’estero! Dalla Germania all’Olanda, dall’Inghilterra alla Danimarca e alla Francia, la “caccia” ai nostri giovani (e non solo) è sempre più serrata, con offerte di lavoro e di carriera allettanti.
All’estero non badano a spese: stipendi elevati, casa assicurata, facilitazioni per le famiglie. Non sarà tutto oro ciò che luccica, qualche difficoltà di inserimento andrà tenuta in conto, ma è nei fatti che l’emigrazione dei nostri medici è in costante e preoccupante aumento.
Che dire? Quando negli scorsi anni, da questa rubrica, abbiamo lanciato l’allarme, siamo stati accusati di essere degli arruffapopolo mentre oggi veniamo visti come premonitori di una situazione evidente a tutti: un giovane medico su cinque va a lavorare all’estero. Non eravamo gufi né siamo profeti, ma attenti osservatori delle difficoltà nelle quali si dibatte la professione medica in Italia, dove gli ospedali si vanno vuotando di camici bianchi, per scelte personali e per pensionamenti obbligatori, e dove i concorsi non attirano più i nostri giovani perché fare il medico diventato complicato e con troppi ostacoli – anche di natura deontologica – da superare.
Come sempre i politici si fanno vivi quando l’emergenza non è più negabile. Ma intervengono con chiacchiere e vaghe assicurazioni. E non solo a livello nazionale con i timidi interventi del Ministro alla Sanità, la quasi inesistente Giulia Grillo, ma anche a livello regionale dove Zaia sostiene che i nostri problemi si risolveranno con la tanto attesa e reclamizzata “autonomia”, la panacea di tutti i mali.
Nella pratica però nulla succede, se non vogliamo prendere sul serio il tentativo (andato a vuoto) dell’ULSS di Treviso di attirare in Italia medici ungheresi e romeni. Se all’estero vige il “prima gli italiani” non è che i medici stranieri, se sono bravi e vedendo come sta andando la nostra Sanità, siano tanto sprovveduti da venire in Italia!

Michele Valente
Presidente Ordine Vicenza

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Chirurghi in Italia? Ne resterà soltanto uno (fonte: Quotidianosanita.it)

10 DIC – Gentile direttore,
ho letto l’interessante articolo pubblicato a pg 14-15 del Resto del Carlino Nazionale, di oggi, inerente la carenza di chirurghi negli ospedali. Purtroppo è tutto vero,in Italia mancano e mancheranno i chirurghi e l’unico quotidiano, sia cartaceo che on line, che ha ripetutamente sottolineato il problema della carenza di chirurghi è stato il suo, purtroppo “vox clamantis in deserto”!

Le cronache ci raccontano di giovani medici che non vogliono intraprendere l’attività chirurgica, di specialisti che si licenziano o si autodimettono prima di aver raggiunto l’anzianità contributiva utile ai fini della quiescenza e questo perché?

Come più volte denunciato dalle nostre società scientifiche chirurgiche, dalla Fnomceo, dai sindacati di categoria, la causa del drammatico esodo dei medici è legato alle condizioni lavorative equiparabili ai forzati della Cayenna, con turni di guardia massacranti, ferie non godute, milioni di ore di straordinario non pagate, turni di riposo giornalieri/settimanali saltati, contravvenendo a normative europee e nazionali, un contratto fermo al 2010…. a questo punto e solo a questo punto,la politica si sveglia e afferma che è indispensabile rimpinguare gli organici medici?

Ma ci state prendendo in giro? Solo ora vi accorgete che mancano all’appello personale medico nelle branche chirurgiche e nell’emergenza-urgenza, per non parlare della medicina territoriale?

Perchè i vari governi che si sono succeduti non hanno considerato come lavoro usurante quello svolto dal chirurgo, a differenza del lavoro svolto dalle ostetriche e degli infermieri turnisti di sala operatoria?

Vogliamo parlare dei medici over 55 enni che dovrebbero essere esonerati dai turni di guardia notturni, come da direttive CEE, ma questa direttiva non viene mai ottemperata dalle aziende sanitarie,costringendo a lavorare anche oltre le 60-70-100 ore settimanali?

 E poi mi parlate di errori medici e malpractice? Ma fatemi il piacere! Vi chiedo, vi fareste operare da un chirurgo stanco, stressato o demotivato? Io no!
Mi parlano di rimpolpare gli organici, adesso che i buoi sono scappati e che nessuno vuol più fare il chirurgo ? Dove eravate 10 anni fa,quando tutte le associazioni chirurgiche vi avevano avvertito della mancanza di specialisti? Lo sapete che le scuole di specializzazione in ortopedia non ricoprono i posti che rimangono drammaticamente liberi? Lo sapete che al Maggiore di Bologna i bandi in ortopedia vanno vuoti, così come in Veneto,Toscana,Puglia etcc..da nord a sud,con i posti chirurgici che non vengono ricoperti!

Fra 5 anni mancheranno 40.000 medici e ci sarà un esodo di 5.000 specialisti, tra universitari e ambulatoriali, come da più parti denunciato e questo comporterà non assicurare i servizi nelle seguenti branche: pediatria, ortopedia,chirurgia generale, ginecologia, medicina interna, con tagli ai PL e,quindi, ai reparti con conseguenze drammatiche per l’assistenza.

Ciò che mi fa imbestialire è che se ne accorgano solo adesso, quando tutte le sigle sindacali e tutte le associazioni di categoria, lo “urlavano” da anni, ma sono state state Cassandre inascoltate.

Qualcuno avverta chi amministra la Sanità che l’esecuzione di atti chirurgici, la capacità di decidere in tempi brevi, particolarmente in sala operatoria e nelle aree di urgenza emergenza, necessita di destrezza, resistenza, possesso di equilibrio mentale ed emotivo superiore alla norma, che non hai se non osservi adeguati turni di riposo giornalieri, settimanali, mensili, annuali e se non sei adeguatamente motivato e gratificato eticamente e economicamente.

Inoltre, il blocco del turn over nel SSN ha rallentato il ricambio generazionale e con esso il trasferimento di conoscenze e delle capacità tecniche, vi ritroverete con le corsie piene di pazienti ma vuote di medici,considerato che l’età media attuale degli ospedalieri è 54 anni, ossia la più alta nel panorama mondiale!

Ora siamo considerati i paria della Sanità, i nuovi schiavi che possono essere aggrediti, picchiati, vessati come nuovi servi della gleba, ma la profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!

Meditate gente,meditate!

Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Bologna
Socio onorario di obiettivo Ippocrate 

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MEDICI IN TRINCEA (inchiesta del Corriere del Veneto)

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Responsabilità medica. Mettiamo fine a questo tormento medievale (fonte: quotidianosanita.it)

05 GIUGentile Direttore, 
mi occupo, da ben oltre un decennio, dell’assistenza in sede penale dei medici e del personale sanitario in genere. Le difficoltà interpretative delle norme, in un continuo susseguirsi di interventi legislativi confusionari ed assai poco risolutivi (leggi Balduzzi e Gelli-Bianco), hanno finito per generare formidabili tensioni fra tutte le componenti in gioco: direzioni, operatori ed utenza.
Se l’obiettivo fosse stato quello di complicare la situazione, scontentando tutti, evidentemente, esso si sarebbe potuto, come si può, ritenere raggiunto brillantemente; nulla obiettandosi al riguardo.
Mi piace essere franco, anche quando ciò che sostengo finisce per confliggere con i miei interessi personali: la nostra nazione si trova ad un bivio ed occorre decidere quale sorte assegnare ai profili penali della colpa medica, soprattutto in ragione dell’insediamento del nuovo esecutivo di governo che sembra opinare di nuovo come paradigma della sua “mission”.
Non nego la mia simpatia verso la classe medica in ossequio alle tradizioni familiari, ma, vieppiù, l’avere negli anni constatato quali strali generino nei professionisti “avvisati di garanzia” e successivamente in massima parte archiviati i provvedimenti delle Procure della Repubblica ha costituito un triste fardello che mi ha fatto riflettere profondamente sull’utilità non di una sanzione penale (che non giunge quasi mai) ma di un tormento medievale di natura psicologica che si chiama procedimento, indagini preliminari, consulenza del P.M., accertamento irripetibile, incidente probatorio.

È un rosario che si sciorina in automatico e che, nella stragrande maggioranza dei casi (parlo di numeri che conosco direttamente e perfettamente), non conduce nemmeno al giudizio.
A fronte delle superiori considerazioni che non rivendicano il pregio tecnico di natura giuridica che non hanno, si domanda cosa succederebbe dal punto di vista giudiziario se la situazione interna della “malpractice” medica fosse paragonabile a quella degli Stati Uniti.
Già, gli USA, gli “States”, il Paese del “grande sogno”, la culla della ricerca scientifica, ma, anche, delle disparità e delle battaglie sociali senza fine sull’assistenza sanitaria; si resta basiti se si paragonano i sorprendenti risultati negativi di tale Potenza, che cura poco e male i soggetti che accedono alla sanità, rispetto alla minuscola e litigiosa Italia, che cura tutti (ma proprio tutti) e bene, sia pur con i limiti indotti dalla fallibilità umana.
Confesso di essere stupito dai numeri (col segno “meno”) americani, proprio perché provengono da un contesto che si declina, usualmente, secondo la categoria dell’eccellenza.
In Occidente, per il “British Medical Journal”, se gli errori medici fossero una malattia occuperebbero il terzo posto, dopo il cancro e le patologie cardiovascolari, ma precedendo – e di parecchio – i decessi per affezioni respiratorie, suicidi, armi da fuoco ed incidenti.
Venendo al tema in oggetto, per la “John Hopkins”, negli U.S.A. gli errori medici causerebbero più di duecentocinquantamila morti l’anno su un totale di oltre due milioni e mezzo di decessi.
Tali percentuali cambiano secondo altri studi, ma è pacifico che gli errori medici causino un impressionante numero di morti ogni anno.
Gli autori della citata “John Hopkins” hanno inteso considerare l’atto medico nei seguenti termini: “Un atto terapeutico non intenzionale (azione o omissione) che non raggiunga il risultato proposto, un errore di esecuzione o di pianificazione della terapia o una deviazione dal programma di cura che possa causare o meno un danno al paziente”.
L’errore medico si distingue dal rischio di complicanze che si associa inevitabilmente a qualsiasi procedura o terapia medica.
Alcuni errori sono incontrovertibili (la somministrazione di una terapia sbagliata, una trasfusione con gruppo sanguigno incompatibile, una diagnosi mancata a fronte di certe evidenze).
Talora, però, è difficile estrapolare il singolo errore umano dall’universalità degli eventi che connota una malattia.
Gli strumenti attualmente in uso per catalogare le cause di morte non permettono un’identificazione univoca degli errori medici e quindi i dati a disposizione sono poco accurati e, probabilmente, arrotondati “per difetto”.
Insomma, il panorama prospetta un sistema sanitario che, in Italia, è da ritenersi, in larga parte, eccellente ed efficiente, garantendo un adeguato accesso pubblico.
Esistono invece almeno due ordini di ragioni in nome delle quali affrontare il tema degli errori medici.
In primo luogo, l’inevitabilità dell’errore umano: in un’attività complessa come la medicina è insito il rischio, peraltro ineliminabile, dello sbaglio; colpire il responsabile non ne eviterà, però, il ripetersi.
In secondo luogo, più del cinquanta per cento delle morti causate dagli eventi surriferiti sarebbero potenzialmente evitabili.
L’imperativo categorico di natura morale è rappresentato dalla spasmodica tensione finalizzata dalla ricerca del raggiungimento della massima riduzione della possibilità dell’errore umano all’interno di un percorso di cura.
Dunque, l’ineluttabilità dell’errore e la prevenzione dallo stesso, in un circuito che richiede la trasformazione della cultura della colpa individuale (o del “capro espiatorio”) in quella della sicurezza, del tutto decontestualizzata dall’archetipo più evoluto del Pianeta, il Cern, l’acceleratore di particelle di Ginevra, la macchina più complessa mai costruita dall’uomo, nella quale però il concetto di errore (non irreparabile) viene addirittura premiato in quanto sostanziale contributo al perfezionamento dell’apparato.
Ad ogni errore si sottende la colpa di una persona, ma, anche, il fallimento di un processo che non ha attuato le adeguate contromisure per avversarlo; ad esempio, se, per somministrare una terapia, fosse necessaria una doppia identificazione con un collega o l’utilizzo di un sistema elettronico che si con codice a barre, diventerebbe più difficile fallire.
Similmente, se un caso venisse discusso all’interno di un consulto multidisciplinare di specialisti,sarebbe più probabile l’identificazione degli errori diagnostici o delle terapie inadeguate.
Una consuetudine per i nosocomi anglosassoni, quella del “morbidity ad mortality meeting”, dove si disserta di complicanze e decessi nel proprio dipartimento e, con trasparenza, si analizza la storia del paziente andando alla ricerca del malfunzionamento.
L’esperienza insegna come nessuno sia esente dal rischio di sbagliare e che tutti sono responsabili del progetto di miglioramento della cura dei pazienti, pur nelle diffocoltà segnate dall’aggressività del sistema legale e delle cause risarcitorie, dei ragionamenti del “management” ospedaliero, del “training” dello “staff” medico e paramedico e dell’accesso alle cure.
Il raggiungimento di un sempre più ottimale livello di comprensione della genesi e delle dinamiche degli errori medici potrebbe rappresentare  la preziosa occasione per promuovere la cultura positiva della trasparenza e per combattere attivamente quella, negativa, del responsabile “ad ogni costo”.
Scevra dalla retorica, la constatazione che esistano eroi silenziosi che lottano quotidianamente come operatori all’interno del SSN. conforta quanto, del pari, sconvolge la scoperta che la loro serenità nella prevenzione degli errori sia ampiamente soverchiata dal timore di commetterne, poiché il vero beneficio per i pazienti sarebbe, com’è, quello di far affidamento su una sanità che, in modo sistematico, potesse riconoscere tempestivamente gli errori, affrontandoli per poterne fare memoria.

Giuseppe Maria Gallo
Avvocato
Patrocinante in Cassazione
Penalista del Foro di Genova

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Perché i medici se ne vanno.

16 APR – Gentile Direttore,
esiste sicuramente anche un aspetto economico, retributivo, tra le motivazioni che spingono molti medici ospedalieri a lasciare la sanità pubblica per approdare nel privato, se non a trasferirsi all’estero (dove attualmente il riconoscimento professionale, le progressioni di carriera, e le prospettive economiche sono migliori), se non addirittura ad abbandonare la professione. Ma contano molto anche le condizioni di lavoro, la situazione degli organici, la percezione stessa del lavoro dei medici da parte dei cittadini.
Il percorso per diventare medico è lungo ed impegnativo, con costi importanti che gravano esclusivamente sui singoli e sulle loro famiglie. Il corso di laurea di 6 anni è il più lungo, a cui si devono aggiungere altri 4 o 5 anni di specializzazione con contratti che solo da pochi anni hanno acquisito le minime tutele per un normale lavoratore. Le ore per un medico specializzando “medio” non si contano, si impara sin da subito a soffrire nei reparti e nelle sale operatorie, ma non è importante poiché l’obiettivo è imparare a diventare un bravo Dottore. Finita la specializzazione, alla soglia dei trent’anni, nell’ospedale pubblico, il medico inizia a guadagnare il suo primo stipendio, con concorso a tempo determinato se è fortunato, con contratti a tempo determinato e libero-professionali nella grande maggioranza dei casi. Il contratto nazionale di lavoro stabilisce per 38 ore settimanali una retribuzione netta di circa 16 euro l’ora, naturalmente si può lavorare di giorno, di notte, in qualsiasi festività a seconda del turno.
Superati i 5 anni di anzianità le cose vanno un po’ meglio con una retribuzione oraria al netto di circa 22 euro, rimanendo comunque lo stipendio dei medici italiani uno dei più bassi se paragonato alla media degli stipendi europei. Molti medici superano le 500 ore l’anno di straordinario non retribuito per sopperire alla carenza di personale, non per missione ma per necessità, tutto tempo dedicato volontariamente ai pazienti ma rubato alle proprie famiglie, ai propri figli, alla propria vita privata.
Ci sono poi le reperibilità durante le quali si può essere chiamati di notte, festivo e non, per aprire una sala operatoria per interventi chirurgi urgenti e che vengono pagate al netto poco più di 1 euro l’ora. In aggiunta il medico ha l’obbligo di pagarsi, di tasca propria, una polizza assicurativa per responsabilità penale, civile, amministrativa con costi che raggiungono varie migliaia di euro per le specializzazioni con maggiore sinistrosità, senza che questa spesa possa essere nemmeno detratta ai fini fiscali.
Agli aspetti economici si aggiunge il senso di abbandono da parte delle istituzioni per cui il medico anziché essere una risorsa ed un patrimonio da difendere e valorizzare, è diventato un fastidioso “promemoria”, “un post-it” appiccicato su molte scrivanie a ricordare l’ormai prossimo crollo del nostro Sistema Sanitario Nazionale.
I medici dedicheranno sempre il tempo che serve ai pazienti, continueranno a saltare il pasto se la guardia di dodici ore filate è impegnativa, useranno anche il loro tempo libero se serve per la cura degli ammalati, ma come danno rispetto e dignità, tramite il loro lavoro, alle istituzioni ed ai pazienti, altrettanto rispetto e dignità chiedono.

Massimiliano Zaramella
Simone Frigo
Obiettivo Ippocrate

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Perché i medici se ne vanno (articolo a cura di Gianmaria Pitton)

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Per un dialogo tra le professioni

15 MARGentile Direttore,
a margine del primo congresso della neonata Federazione Nazionale delle Professioni Sanitarie (FNOPI) tenutosi a Roma nei giorni scorsi, il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli ha sottolineato come occorra migliorare il rapporto medico-paziente e garantire unità di intenti tra professioni sanitarie e che per stabilire un rapporto più proficuo tra professionista sanitario e paziente, occorre del ʹtempoʹ”.Queste dichiarazioni hanno provocato in me un sussulto di speranza ed orgoglio, ho ritrovato nelle parole del nostro presidente molte delle idee e dei progetti che da due anni, cioè dalla nostra nascita, animano e guidano Obiettivo Ippocrate.Mi piace immaginare che, al di là del valore incontrovertibile e palese di queste affermazioni, un ruolo importante l’abbia giocato anche la figura di Giovanni Leoni, vicepresidente della FNOMCeO ed uno dei primi presidenti provinciali dell’Ordine che si sono iscritti ad Obiettivo Ippocrate.

Il Dr. Leoni conosce bene il nostro pensiero, i nostri progetti ed il nostro lavorare quotidiano in prima linea tra i colleghi (di ogni professione), i malati, i loro famigliari, gli amministratori, i politici. Lavoriamo con i piedi nel fango ma con la schiena ben diritta, la testa alta e lo sguardo rivolto molto molto in avanti. Sono sicuro che il Dr. Leoni, condividendo il nostro percorso, abbia portato un po’ del nostro spirito e della nostra spregiudicatezza in FNOMCeO e di questo non lo ringrazieremo mai abbastanza. Già dal Suo giornale, in tempi non sospetti, avevo sottolineato come le problematiche e le criticità di tutti gli esercenti le professioni sanitarie, fossero comuni così come dovranno essere comuni o quantomeno condivise le soluzioni.

Questo ci ha portato, su pressione delle altre professioni sanitarie, a modificare il nostro statuto, che inizialmente prevedeva la possibilità di iscrizione ai soli medici, aprendoci a tutti coloro che lavorano nel mondo della sanità. Oggi tra i nostri iscritti abbiamo medici, psicologi, infermieri, ostetriche, tecnici sanitari, non so se in Italia esistano altri esempi di questo tipo, al di là di affermazioni di intenti.

Sempre dalle Sue pagine ho sottolineato la necessità di tempo, spazi adeguati e fiducia reciproca come fondamenta dell’Alleanza terapeutica per rinsaldare, o in alcuni casi recuperare, quel rapporto di reciproca collaborazione in una relazione di cura. A tal proposito mi permetto di aggiungere alle parole del presidente Anelli che l’unità d’intenti deve coinvolgere non solo le professioni sanitarie, ma anche e soprattutto i malati e, più in generale, tutti i cittadini.

Ora spero vivamente che la FNOMCeO alimenti e rinvigorisca a lungo termine questi miei sentimenti di speranza ed orgoglio, facendo seguire a queste bellissime e condivisibili dichiarazioni delle azioni chiare, forti e coraggiose per dare contenuti alle parole e risultati concreti ai pensieri.

Da parte nostra, come inizio, mi permetto, utilizzando il Suo giornale, gentile Direttore, di rivolgere un invito al presidente Anelli: perché non venire proprio a Vicenza, dove è nato Obiettivo Ippocrate, magari coinvolgendo il presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli, per illustrarci i vostri progetti futuri?
Vi assicuro una platea attenta, partecipe, propositiva, concreta e calda, molto calda.

Massimiliano Zaramella
Presidente Obiettivo Ippocrate 

(fonte: Quotidianosanita.it )

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Il prendersi cura con scienza, coscienza, passione e anima (rivista Medicinae Doctor)

 

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No alle “quote rosa”,  a noi donne basterebbero le “quote per merito” (Quotidianosanita.it)

sono una donna, un chirurgo-ortopedico donna, a cui piace lavorare con colleghi, donne e uomini, indistintamente. Le donne non sono più brave degli uomini, così come gli uomini non sono più bravi delle donne.
Considerato che le intelligenze e le competenze sono equamente distribuite tra sessi, ritengo che sia interesse delle istituzioni non privarsi del contributo fattivo della sua ampia componente femminile, visto che due terzi del personale SSN è donna.
L’11 dicembre 2015, all’Arcispedale Santa Maria Nuova, a Reggio Emilia, durante il Congresso nazionale delle donne in neurochirurgia è emerso che le stesse neurochirurghe hanno detto no alle ‘quote rosa’ e sono scese in campo in prima persona per discutere temi che sono spaziati dalle pari opportunità professionali, ai tumori cerebrali, passando per epidemiologia e distribuzione gender correlata(Neurochirurghe in congresso, no a quote rosa ma in Italia vita dura, ADNKronos Salute 7 Dic 2015).
Le neurochirurghe hanno definitivamente bocciato le quote rosa aspirando invece a conquistarsi quei ruoli finora appannaggio degli uomini.
Certo, per noi donne, è più difficile emergere ma anche più stimolante, in quanto il grado di civiltà di un popolo si misura altresì dalla posizione sociale raggiunta dal gentil sesso .
Alle donne che lavorano in ambienti prettamente maschili (leggasi giornaliste, magistrate, economiste, metal-meccaniche, politiche, chirurghe, etc.) nessuno ha regalato niente e tutto quello che hanno ottenuto se lo sono guadagnato con sacrifici, tanti sacrifici!
A mio avviso le norme che impongono per statuto di inserire “quote rosa ” in organismi pubblici violano il principio di uguaglianza fra i generi e non c’è peggiore ingiustizia dell’uguaglianza fra disuguali, pertanto, provo un’istintiva repulsione ed idiosincrasia per sistemi normativi di aiuto, quali le “quote rosa”, che rappresentano la negazione del sistema meritocratico e democratico e concordo pienamente con l’analisi del Prof. Cavicchi.
Allora, mi domando, perché non creare quote anche per gli omosessuali, per i bisex, che potrebbero sentirsi ugualmente discriminati?
Un approccio corretto al problema consiste nel recuperare la diversità come presupposto e come valore intrinseco, in una serena alleanza fra generi .
Al posto delle quote rosa o azzurre o arcobaleno si dovrebbero istituire “le quote di risultato”, ossia la sottoscritta viene giudicata per quello che effettivamente vale, in termini professionali/scientifici/relazionali, indipendentemente dal sesso di appartenenza, che è assolutamente ininfluente ai fini di una graduatoria meritocratica.
Non mi interessa che il magistrato che mi giudica, il medico che mi cura, il politico che mi amministra, sia maschio o femmina, è fondamentale che sia una persona tecnicamente preparata, professionalmente valida e che faccia con coscienza ed onestà il mestiere per cui è pagata.
La scarsa presenza femminile ai vertici di tutte le istituzioni/organizzazioni, private e pubbliche, è un problema effettivo e concretamente presente in tutta la società che, finora, è stata plasmata per rispondere ad esigenze e necessità prettamente maschili. Va cambiata la forma mentis, in quanto è necessario riflettere sulle diversità di genere che sono una ricchezza, un valore aggiunto, una chance per l’intera collettività ; al fine di recuperare quelle risorse umane che potrebbero andare perdute.
Io non chiedo privilegi, ma chiedo norme che mi aiutino a conciliare valori complessi come il lavoro e la cura della famiglia, senza essere obbligata a scelte drastiche fra carriera ed affetti, scelte a cui il sesso maschile, solitamente, è meno frequentemente assoggettato.
Aggiungo che se sei un medico donna con figli, il percorso è più problematico, infatti aver imboccato la carriera medica ha comportato per molte il divorzio, la scelta di rimanere single e comunque ha creato pesanti conflitti familiari (dati II Conferenza ANAAO Assomed tenutasi a Napoli, dicembre 2016 e riportata da Adn Kronos Salute il 14 dic. 2016).
Nella black list dei problemi e delle inefficienze aggiungo scarsissime politiche a tutela della famiglia perché “Fare figli, accudirli ed educarli, non è responsabilità esclusiva del genere femminile, ma di tutta la società, se questa vuole crescere e progredire armoniosamente”.
Il calo della fertilità è ben evidente tra le donne medico che, a causa dei carichi di lavoro, hanno meno figli di quanti ne desidererebbero o rinunciano del tutto a formare una famiglia, per evidenti problemi.
Quali?
Ad esempio gli orari di apertura degli gli asili pubblici che sono inadeguati ad un lavoro articolato su tre turni (Matt., Pom., Notte) e, fortunatamente, esistono i nonni (per chi li ha!!!) che suppliscono alle carenze di orari dei nidi e materne che, ovviamente, non esplicano un servizio h 24!!!
L’avere figli spesso influisce sulla carriera, soprattutto della donna chirurgo, perchè non ha orari, perché compromette l’accesso ai ruoli apicali, perché ha meno opportunità di aggiornarsi e, per le precarie con contratti co-co-co, la possibilità di ottenere il rinnovo contrattuale.
Il grosso problema del precariato nell’ambito medico penalizza pesantemente le giovani dottoresse ed il quadro peggiora ulteriormente se si considerano le donne impiegate nelle specialità chirurgiche.
Politici che non sanno di cosa parlano (come al solito!!!) ci sbandierano il part-time come una soluzione salvifica, però neanche il part-time è una soluzione percorribile per conciliare i tempi vita-lavoro. Infatti, lo afferma l’indagine dell’ANAO Assomed del dicembre 2016, da cui emerge che l’88,6% dei medici, pur avendone necessità, non ne ha fatto richiesta per paura di ripercussioni sulla carriera. Il part time ti penalizza e non accedi ai ruoli apicali. Al di là della retorica delle quote rosa e degli stereotipi di genere da cui dissento completamente io chiedo, cosa ha fatto la politica per la tutela della donna medico?
Invece di “ciurlare nel manico” servono i fatti!
Quali?
Primo punto: A tutt’oggi se una collega rimane incinta non è una gioia come dovrebbe essere, ma una vera iattura per i colleghi del reparto, perché per molti mesi/anni non si avrà alcuna sostituzione.
Dato che è fondamentale l’organizzazione del lavoro nei reparti ospedalieri, soprattutto chirurgici, sarebbe opportuno assicurare la tempestività nelle sostituzioni per maternità, cosa che non avviene mai e dico mai! Infatti, grazie al blocco del turn over, non si sostituisce tempestivamente la donna assente per maternità (l’assenza può durare fino a 2 anni!) ed i medici che rimangono in reparto si devono sobbarcare i turni della donna assente, creando notevoli disservizi a tutta l’equipe, soprattutto nell’organizzazione del piano ferie, turni notturni, sostituzioni per malattie, pensionamenti ed un reparto chirurgico, già carente di risorse umane, è costretto a doppi e tripli turni.
Cari politici, un medico in meno in reparto, fa la differenza, eccome se fa la differenza!Secondo punto: introdurre la flessibilità nell’orario di lavoro (non il part-time, la flessibilità!!), oltre ad introdurre tutele per le giovani colleghe, spesso precarie per troppi anni, con stipendi e contratti co-co-co che fanno ridere i polli.Terzo punto: si dovrebbero creare delle materne-nido aziendali organizzati H 24, secondo i 3 turni ospedalieri (M/P/N)Queste sono solo alcune delle proposte concrete e fattibili che andrebbero recepite con urgenza e dovrebbero essere prioritarie nell’agenda politica, vista la femminilizzazione della professione medica.
Una buona politica dovrebbe partire da queste considerazioni: basta con il blocco del turn over e basta con una retorica che non porta alcun risultato pratico e basta anche con le quote rosa, perché noi per essere assunte in ospedale, non abbiamo usufruito delle famigerate e deleterie quote rose, ma siamo entrate per merito, superando regolari concorsi!
Alla politica non chiedo di aiutarmi perché sarebbe pretendere troppo, ma chiedo che non mi ostacoli e mi fornisca risposte adeguate a problemi concreti, affinché queste istanze diventino il fulcro delle politiche sociali e lavorative del nostro paese, ma la mia, purtroppo, è solo una:“Vox clamantis in deserto!”Concludo ribadendo che non voglio alcun privilegio di sorta, fornitemi dei mezzi adeguati per combattere ad armi pari ed ad emergere ci penserò io.
Parafrasando Archimede: “Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo!!”Dr.ssa Mirka Cocconcelli
Chirurgo ortopedico
Socio onorario Obiettivo Ippocrate

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Legge Gelli e mancato rispetto della pianificazione condivisa delle cure: ritorno alla responsabilità contrattuale? (Quotidianosanita.it)

27 gennaio – L’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli. Si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente

La pianificazione condivisa delle cure come atto negoziale. La recente approvazione della legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” pone alcuni interrogativi in merito alla natura dell’istituto della pianificazione condivisa delle cure e dei suoi riflessi civilistici sulla responsabilità professionale sanitaria.

Come è noto la legge introduce nel nostro diritto positivo il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (testamento biologico). Per i profili generali si rimanda ai precedenti contributi.

Inoltre ai sensi dell’articolo 5, primo comma, può essere redatta la “pianificazione condivisa delle cure”. Si tratta di un nuovo istituto che viene concordato tra medico e paziente qualora si versi in condizioni cliniche caratterizzate dall’”evolversi di una patologia cronica invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta”. Questo atto supera la precedente disposizione anticipata di trattamento – per ovvie questioni di specialità e temporalità – e viene predisposta dal medico che previamente ha informato il paziente e, dietro suo esplicito consenso, il suo consesso familiare (coniuge, convivente, parte dell’unione civile, altri familiari). Il paziente può nominare, con lo stesso atto, un fiduciario. Particolare attenzione viene posta sulle aspettative di vita residue, sui trattamenti sanitari da porre in essere e sulle cure palliative.

La pianificazione condivisa delle cure può essere aggiornata “al progressivo evolversi della malattia” sia su “richiesta” del paziente che su “suggerimento” del medico.

Una volta posta in essere la pianificazione è vincolante. Si precisa infatti che “il medico e l’équipe sanitaria sono tenuti ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità”.

Particolare attenzione la legge la riserva alla forma dell’atto che deve essere “scritta” ovvero qualora le condizioni del paziente non lo consentano resa “attraverso video-registrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. L’atto di consenso deve essere inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.

Si pone quindi il problema della natura giuridica della “pianificazione condivisa delle cure” che, riteniamo, non possa che essere negoziale.
L’art. 5, comma 3 configura difatti la pianificazione condivisa delle cure quale esito dell’incontro tra la volontà del medico che formula la proposta terapeutica e del paziente che, debitamente informato, presta il proprio consenso a detta proposta (“Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico ai sensi del comma 2”).

Medico e paziente, nel condividere il piano terapeutico, pongono pertanto in essere un atto di autonomia negoziale (la pianificazione difatti può e non deve essere concordata) determinando e disciplinando non solo il contenuto dell’atto in sé (la pianificazione) ma anche gli effetti giuridici connessi all’atto stesso.

La natura negoziale della pianificazione terapeutica viene quindi corroborata dalla sopracitata previsione normativa di cui all’art. 5, comma 1, che obbliga il medico e la propria équipe ad attenersi al contenuto della stessa pianificazione terapeutica in caso di sopravvenuta incapacità del paziente.

Il non rispetto della pianificazione condivisa da parte del medico e le sue (possibili) conseguenze
Si pone quindi il problema del mancato rispetto, da parte del medico, di quanto condiviso con il paziente. Se, come sopra ipotizzato, di natura negoziale si tratta, il medico che dovesse discostarsi dalla pianificazione condivisa non potrà che rendersi contrattualmente inadempiente proprio degli obblighi che egli stesso ha volontariamente assunto predisponendo il piano terapeutico accettato dal paziente.

A detta conclusione si deve giungere a nostro parere sia nel caso in cui si interpretino le norme portate dall’articolo in esame quale creazione di nuova fattispecie negoziale (ovvero di un contratto atipico) sia nel diverso caso in cui si configuri il rapporto obbligatorio in oggetto quale mandato speciale a titolo gratuito, soggetto alle disposizioni di cui agli articoli 1703 e seguenti del c.c., in forza del quale il medico si impegna nei confronti del paziente a compiere per suo conto uno o più atti giuridici in esecuzione del piano di cure, come disposto dall’art. 1703 c.c..

Senza, ovviamente, alcuna pretesa di esaustività e in attesa della giurisprudenza che si verrà a formare in merito alla qualificazione della fattispecie.
Ci si pone, a questo punto, l’ulteriore problematica relativa alla relazione tra l’art. 5 della legge 219/2017 e il disposto dell’art. 7 della Legge Gelli-Bianco e, in particolare, alla compatibilità tra i due precetti.

Ovvero ci si chiede se l’articolo in esame, disciplinando il rapporto tra paziente e sanitario in merito alla pianificazione condivisa delle cure, possa spostare per la fattispecie ivi contemplata la responsabilità del sanitario stesso – pur inquadrato nelle tipologie di cui all’art. 7 commi 1 e 2 della Legge 24/2017 – nel campo della responsabilità contrattuale.

E’ noto difatti che la responsabilità civile del singolo esercente la professione sanitaria “strutturato” viene ora espressamente configurata dall’art. 7 della Legge 24/2017 quale responsabilità di natura extracontrattuale, distinta dalla responsabilità della struttura sanitaria la quale assume nella nuova legge, altrettanto espressamente, la natura contrattuale.

E’ però altrettanto vero, sotto altro profilo, che la responsabilità contrattuale viene normalmente configurata, distinguendosi dalla responsabilità extracontrattuale, ogni qual volta il danno subito consegua all’inadempimento di un obbligo nascente da un rapporto giuridico già esistente tra danneggiato e danneggiante ovvero dalla preesistenza di un programma specifico di comportamento (quale certamente esistente nel caso di specie).

Non si può escludere, inoltre, che l’inciso “salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente” di cui all’art. 7, comma 3 della Legge 24/2017, seppur evidentemente riferito nelle intenzioni del legislatore allo svolgimento dell’attività libero professionale, possa essere interpretato, nella sua formulazione generica, estendendo le fattispecie di responsabilità contrattuale anche agli esercenti la professione sanitaria che, pur agendo quali dipendenti o collaboratori di una struttura sanitaria, abbiano assunto un obbligo di natura negoziale – come si ritiene avvenga nel caso in esame – con il paziente.

Si deve rilevare, infine, che l’eventuale conflitto tra le due norme dovrà essere risolto anche a fronte dei principi di temporalità e specialità, essendo l’articolo 5 della legge sulle Dat successivo e regolante una fattispecie speciale rispetto al principio generale sancito dall’art. 7 della Legge Gelli/Bianco.

Alla luce di quanto sopra non si può pertanto escludere che l’esercente la professione sanitaria che si sia reso inadempiente rispetto alla pianificazione delle cure condivisa con il paziente possa essere chiamato a rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del paziente stesso pur avendo egli operato quale sanitario “strutturato”.

Alessia Gonzati
Avvocato di Obiettivo Ippocrate

Luca Benci
Giurista 

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8.11.2017: Conferenza stampa presso AULSS8 Berica : “Come una rosa”

In data 8.11.2017 presso la sala della Direzione Generale dell’Ospedale S. Bortolo di Vicenza , si è tenuta la conferenza stampa di presentazione ufficiale del cortometraggio “Come una rosa” vincitore del premio speciale al Care Filme Festival sul tema del prendersi cura.
Presenti il Direttore Generale Dott. G.Pavesi, Eliana protagonista del cortometraggio, il regista Stefano Capovilla, Ivana Gecchelin, Massimiliano Zaramella e Giampaolo Zambon.
Durante la conferenza si è più volte sottolineato il lavoro fatto da Obiettivo Ippocrate in questi mesi su tutti gli ambiti, a tutela della sanità pubblica e dei pazienti. L’occasione è servita anche a lanciare la proiezione-evento, col patrocinio del Comune di Vicenza, del cortometraggio per il 10.11 presso la prestigiosa Sala degli Stucchi.

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